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<title>Luperini blog rss feed</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/rss.php</link>
<description><![CDATA[Luperini Blog]]></description>
<item>
<title>Intervista per micromega a Romano Luperini</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=148</link>
<pubDate>Mon, 16 Jan 2012 10:41:09 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p><strong><em>Romano Luperini ha pubblicato nel 1968 il suo primo libro, </em></strong><strong>Pessimismo e verismo in Giovanni Verga <em>(ristampato recentemente dalla Utet-De Agostini) e nel 2007 il suo ultimo</em>, L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale<em>, Laterza. Tuttavia non &egrave; solo un professore universitario e un critico letterario, &egrave; anche un intellettuale impegnato civilmente e politicamente. Come ha conciliato il professore e l&rsquo;intellettuale?</em></strong></p>
<p>Come professore, ho cercato di mantenermi mentalmente libero. Non ho mai accettato cariche istituzionali troppo impegnative, e ho sempre anteposto i rapporti diretti, culturali e politici, con studenti e colleghi a quelli determinati dalle dinamiche della corporazione di cui faccio parte. Nei miei corsi ho cercato di definire il senso di libri e di autori in rapporto al senso della vita e ai compiti che esso comporta. Insomma ho cercato di tenermi alla larga dall&rsquo;accademismo e anche dagli eccessi dello specialismo. Nel bilanciare i due aspetti penso di aver dato forse la preferenza all&rsquo;intellettuale o, se si preferisce, alla <em>funzione</em> dell&rsquo;intellettuale piuttosto che al suo <em>ruolo</em> all&rsquo;interno del meccanismo istituzionale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Quali differenze vede fra l&rsquo;universit&agrave; degli anni Settanta, quando ha cominciato a insegnarvi, e quella attuale</em></strong><em>?</em></p>
<p>Posso parlare della Facolt&agrave; di Lettere e Filosofia di Siena, dove ho insegnato tutta la vita, se si eccettuano varie esperienze all&rsquo;estero, negli USA e soprattutto in Canada, all&rsquo;University of Toronto. Quando ho cominciato, agli inizi degli anni Settanta, la facolt&agrave; era nata da poco e risentiva fortemente del clima del Sessantotto. Di fatto le cariche erano assunte a rotazione, non esisteva quasi traccia di autorit&agrave; e potere accademici, tutto si svolgeva in modi democratici. Una prima svolta si &egrave; avuta negli anni Ottanta, quando per la prima&nbsp; volta ho assistito a vere e proprie competizioni per diventare preside di facolt&agrave;. Infine nell&rsquo;ultimo ventennio tutto &egrave; andato precipitando: da un lato la facolt&agrave; conservava elevati standard professionali, dall&rsquo;altro si diffondeva il clientelismo, l&rsquo;apparato burocratico veniva gonfiato enormemente, crescevano i debiti, sino alla catastrofe attuale dell&rsquo;intera Universit&agrave; di Siena. Contemporaneamente il passaggio al 3+2 e al sistema dei crediti, realizzato a Siena con particolare prontezza e singolare durezza, si &egrave; risolto in un moltiplicarsi confuso di moduli e di corsi di laurea, con un peggioramento complessivo della qualit&agrave; dell&rsquo;insegnamento. Il ritorno a corsi pi&ugrave; lunghi di 72 ore ha un poco raddrizzato la situazione nel triennio, mentre nel biennio i moduli di 36 ore continuano a imperversare con conseguenze tutt&rsquo;altro che positive. Se non si d&agrave; una frequentazione nel tempo fra professore e allievi e se non si permette allo studente di stare su libri impegnativi in continuazione per diversi mesi e non solo per poche settimane, &egrave; ovvio che l&rsquo;insegnamento ne risenta. Se si aggiunge poi l&rsquo;incredibile burocratizzazione del ruolo di docente, sempre di pi&ugrave; sottoposto a controlli di tipo quantitativo invece che qualitativo e sempre di pi&ugrave; indotto a esercitare un <em>ruolo</em> impiegatizio ed esclusivamente didattico in senso pigramente ripetitivo, si pu&ograve; capire in quale spirale siamo caduti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Lei si &egrave; occupato molto anche di problemi di didattica della letteratura nelle scuole medie superiori, &egrave; stato autore di uno dei manuali di letteratura pi&ugrave; diffusi nei licei e ha scritto anni fa un libro dal titolo significativo, </em></strong><strong>Insegnare la letteratura oggi. <em>Che ne pensa della situazione degli insegnanti umanisti e dello stato dell&rsquo;insegnamento della letteratura nelle scuole medie superiori?</em></strong></p>
<p>I professori di italiano nei licei, salvo poche eccezioni, vivono un periodo di profonda frustrazione. Anche per loro si &egrave; verificato un processo di burocratizzazione impiegatizia e di brutale quantificazione nella valutazione dei risultati dell&rsquo;insegnamento. Nel contempo niente si fa per il loro aggiornamento culturale, lasciato alle iniziative dei singoli docenti, peraltro con sempre minor tempo a disposizione per questo aspetto, pur molto rilevante, della loro professionalit&agrave;. Inoltre si &egrave; fatto sentire il disprezzo ampiamente diffuso per le discipline umanistiche, per il libro e per la lettura, in un momento in cui sembrano contare solo l&rsquo;economia e la tecnologia. Gli studenti avvertono il testo letterario come estraneo, e scritto in una lingua estranea e incomprensibile. Tutto ci&ograve; in una situazione di crescente degrado: aumentano gli studenti per classe, diversi fra loro sono stranieri e richiedono tempo e attenzione particolari, ma intanto diminuiscono di numero gli insegnanti e il canone della letteratura si &egrave; dilatato sino a comprendere ben 26 autori. In questa situazione le disposizioni della Gelmini si limitano ad alcuni aggiustamenti tecnici sul programma di letteratura (anticipazione al biennio dalle origini sino allo stilnovismo, spostamento di Leopardi all&rsquo;ultimo anno) quando bisognerebbe lavorare con coraggio a un nuovo paradigma didattico, che punti sui &ldquo;grandi libri&rdquo;, rinunci a uno studio esclusivamente cronologico dei movimenti e degli autori, privilegi l&rsquo;approccio induttivo su quello deduttivo ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>E&rsquo; sempre pi&ugrave; raro incontrare sulle cattedre della universit&agrave; italiana figure di scrittori e di poeti. Come interpreta questo fenomeno e il distacco fra autori e studiosi di letteratura</em></strong><strong>?</strong></p>
<p>Ho cominciato a insegnare a Siena con Fortini e sono stato amico di Sanguineti. Entrambi sono stati notevolissimi poeti e ottimi docenti. E tutti ricordano Ungaretti. Oggi i casi di questo tipo sono molto pi&ugrave; rari. Il fatto &egrave; che il professore universitario di letteratura sta diventando uno specialista in filologia: cessa di essere un critico letterario e un interprete di testi e diventa un professionista che applica metodi di ricerca oggettivi e &ldquo;scientifici&rdquo;. Il senso di un&rsquo;operazione letteraria non viene pi&ugrave; posto al centro dell&rsquo;insegnamento, e quest&rsquo;ultimo si tecnicizza all&rsquo;estremo. Questa &egrave; anche una risposta alla crisi dell&rsquo;intellettuale: avendo perso una funzione complessiva, si cerca di riqualificarne la figura secondo la tendenza dei tempi e cio&egrave; in direzione tecnico-scientifica. La carriera di un professore di letteratura italiana e anche di letteratura italiana contemporanea pu&ograve; dunque di fatto quasi ignorare la interpretazione dei testi e ridursi alla mansione di tenerli in ri-uso sul piano strettamente filologico (edizione critica, accertamento delle varianti, erudizione specialistica ecc.).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Che giudizio d&agrave; della letteratura italiana pi&ugrave; recente, del ruolo dei premi letterari e della editoria?</em></strong></p>
<p>Il periodo del postmodernismo, nell&rsquo;ultimo ventennio del Novecento, non &egrave; stato, soprattutto per la narrativa, di alto livello. Alla stagione di Calvino, Volponi, Pasolini, Sciascia, Morante &egrave; seguita quella di Eco, Tondelli, Tabucchi, autori interessanti e talora notevoli (soprattutto Tondelli e un certo Tabucchi), ma privi dell&rsquo;impatto dei maggiori autori della stagione precedente. Anche in poesia nessuno dei nuovi autori ha raggiunto l&rsquo;autorit&agrave; di Zanzotto, Luzi, Sanguineti, Sereni, Caproni, Fortini. Qualcosa di nuovo sta succedendo negli ultimi anni, col tramonto del postmodernismo. Dopo <em>Gomorra</em> si assiste a un &ldquo;ritorno alla realt&agrave;&rdquo; (come si dice in linguaggio giornalistico) e a tematiche civili soprattutto nella generazione degli scrittori pi&ugrave; giovani (ma anche fra gli anziani qualcosa di nuovo si vede, penso a Balestrini e a Siti). Il guaio &egrave; che la narrativa &egrave; fortemente condizionata dalla politica miope dell&rsquo;industria culturale, che ormai punta solo al successo economico immediato e mira a un profitto da raggiungersi non pi&ugrave; sulla massa delle pubblicazioni, ma addendo per addendo, libro per libro. L&rsquo;industria insomma immette sul mercato troppa merce avariata, inquinandolo alle radici. Si salva la poesia, perch&eacute; non fa mercato. L&rsquo;Italia &egrave; un paese dove tutti scrivono poesie, ma nessuno le legge e le compra. I libri di poesia sono solo sporadici fiori all&rsquo;occhiello delle case editrici. Ci&ograve; garantisce alla poesia una nicchia, molto discreta e appartata, di sopravvivenza. Quanto ai premi letterari, sono troppo subordinati alla industria culturale per poter costituire una valida alternativa.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Quale rapporto vede fra mondo del lavoro e universit&agrave;? A quale sbocco professionale possono aspirare i neolaureati o coloro che acquisiscono il titolo di dottorato in una universit&agrave; italiana?</em></strong></p>
<p>Nel mio studio all&rsquo;universit&agrave; ho appeso questa scritta evangelica: &ldquo;Quaerite primum regnum dei, coetera supervenient&rdquo;. Non so pi&ugrave;, da qualche anno, se davvero &ldquo;coetera supervenient&rdquo;. L&rsquo;universit&agrave; italiana &egrave; in grado di preparare ottimamente i propri dottorandi ma, dopo aver speso tanti soldi nella loro formazione, non &egrave; in grado di assicurare loro un lavoro e finisce anzi per regalarli, gi&agrave; formati, a paesi stranieri. Una follia anzitutto economica. Negli ultimi anni fra i neoaddottorati della mia Scuola di dottorato solo due hanno trovato un impiego in strutture universitarie, ma non in Italia: uno a Malta e un altro, addirittura, a Seul, in Corea. Gli altri fanno lavori saltuari e precari o, tutt&rsquo;al pi&ugrave;, qualche supplenza alle scuole medie inferiori (ma occorreva un dottorato per simile sbocco?). Un disastro. Questo dei giovani senza lavoro &egrave; il vero disastro della universit&agrave; e della societ&agrave; italiana di questi anni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Dagli ideali</em></strong><em> <strong>alle marchette, questa la parabola della Seconda Repubblica. Che fare?</strong></em></p>
<p>Si parla tanto di crisi dell&rsquo;economia. Ma la crisi morale e culturale non &egrave; meno grave e profonda. Il degrado in questo campo &egrave; ormai intollerabile. La decadenza della ricerca italiana, la mancanza di finanziamenti in questo settore, il collasso della scuola pubblica e della universit&agrave; italiana sono sotto gli occhi di tutti. Come il nostro paese, nel giro di un ventennio, sia potuto scendere cos&igrave; in basso andrebbe prima o poi spiegato. Da noi il peggio, compreso il razzismo, ha attecchito con una velocit&agrave; sorprendente. C&rsquo;&egrave;, io credo, anche una questione, diciamo cos&igrave;, di antropologia culturale. Fra l&rsquo;Italia di Mussolini e quella di Berlusconi c&rsquo;&egrave; una continuit&agrave; non tanto strettamente politica, quanto iscritta nella storia del costume, della mentalit&agrave; e dei comportamenti (come gi&agrave; li descriveva Leopardi due secoli fa). Per ripartire, io credo sia necessario farlo dalle basi, e dunque operando sulla scuola, sulla universit&agrave; e sulla televisione, vale a dire sulle principali agenzie del sistema educativo e formativo. Solo una grande riforma di questi settori, e un risoluto investimento nella educazione pubblica, pu&ograve; raddrizzare una situazione ormai quasi irrecuperabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Se dovesse scrivere un romanzo che cosa vorrebbe raccontare?</em></strong><strong>&nbsp;</strong></p>
<p>Il romanzo italiano si &egrave; andato sempre pi&ugrave; &ldquo;privatizzando&rdquo;. Non era cos&igrave; all&rsquo;epoca di <em>Le mosche del capitale</em> o di <em>Petrolio</em> o di <em>La giornata di uno scrutatore</em> o di <em>Il giorno della civetta </em>e<em> Todo modo</em>. Poi si &egrave; diffuso il romanzo storico postmodernista, in cui la storia era pi&ugrave; scenario e fondale che<em> </em>tessuto sociale e politico connettivo, infine il romanzo dei cannibali, tutto sesso, droga e crimine, e il giallo di evasione. Credo che occorrerebbe tornare a incrociare pubblico e privato, dimensione politica e storia esistenziale. Nel romanzo statunitense questa soluzione appare naturale e persino ovvia, e cos&igrave; anche nei romanzi di molti paesi del cosiddetto terzo mondo. Perch&eacute; non dovrebbe accadere anche in Italia? Perch&eacute; in Italia gli autori devono continuare a contemplarsi l&rsquo;ombelico, a tenersi fuori dalle grandi contraddizioni della nostra epoca? Il cinema ci sta provando, se fossi uno scrittore ci proverei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Nel 2012 lei terr&agrave; lezioni in Canada e negli Stati Uniti. Che cosa significa per lei insegnare all&rsquo;estero? Come si trova in un sistema culturale e universitario non italiano?</em></strong></p>
<div>
<p>Non ho mai avvertito un divario o una inadeguatezza della cultura italiana umanistica all&rsquo;estero. Mi sono sempre sentito perfettamente a mio agio. L&rsquo;alta cultura probabilmente non ha frontiere. E comunque la cultura italiana non &egrave; stata inferiore, in campo umanistico (quello a cui appartengo; non so in altri settori), a quella degli altri paesi occidentali, anche i pi&ugrave; sviluppati. La situazione sta in parte cambiando in questi ultimissimi anni, a causa della crisi economica, culturale e morale del nostro paese. Accade che i nostri neoaddottorati intasino di richieste di lavoro le universit&agrave; straniere; che la mancanza di finanziamenti renda sempre pi&ugrave; difficile invitare gli studiosi stranieri nel nostro paese e rendere possibili interscambi culturali; che la fama di Berlusconi ci perseguiti ovunque andiamo e ricada sotto forma di giudizio negativo sulla intera societ&agrave; e cultura italiana. E tuttavia, nonostante queste difficolt&agrave;, non credo che avr&ograve; problemi particolari. Anzi, penso che, come le altre volte, trarr&ograve; giovamento soprattutto in campi in Italia ancora poco e non sempre bene frequentati, come la teoria della letteratura e le letterature comparate. Inoltre continuer&ograve; a stupirmi di un fatto che mi ha sempre colpito in Nordamerica: Gramsci e il marxismo vi sono sempre stati praticati e tenuti nella loro dovuta considerazione, mentre in Italia professarne lo studio viene ritenuto, da un quarto di secolo e oltre, un motivo di vergogna e di disdoro. Si vede, anche da questo minimo rilievo, come in Italia abbia sempre agito lo spirito della colonia o della provincia, che induce a essere pi&ugrave; realisti del re e pi&ugrave; zelanti dei metropolitani nel seguire le mode. Ma questa considerazione ci indurrebbe a tornare al discorso della antropologia culturale, della mentalit&agrave; e del costume del nostro paese&hellip;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Questa intervista col titolo <em>Il ventennio berlusconiano ha ucciso la cultura </em>&egrave; uscita su &laquo;micromega&raquo; online il 10 gennaio 2012.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>]]></description>
</item>
<item>
<title>Un romanzo erotico di Starnone</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=146</link>
<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:32:33 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p><em>Autobiografia erotica di Aristide Gambia</em> di Domenico Starnone</p>
<p>L&rsquo;<em>Autobiografia erotica di Aristide Gambia</em> (Einaudi) si attiene largamente a quanto promette il titolo. Il genere dunque &egrave; quello del romanzo erotico, a veder bene poco praticato in Italia, e con risultati letterari modesti se paragonati a quelli della narrativa europea e nordamericana. Ma a Domenico Starnone ci&ograve; non &egrave; bastato, e ha complicato il racconto (anzi, come vedremo, i racconti) aggiungendo una parte metanarrativa in cui protagonista &egrave; lui stesso come autore che parla del proprio come di un &ldquo;romanzo da farsi&rdquo;, sul genere insomma dei romanzi sperimentali di moda negli anni sessanta e inizio settanta, ma pi&ugrave; alla buona, senza le asprezze e le audacie di allora.</p>
<p>Il romanzo presenta una Parte prima intitolata <em>Una vecchia amica di Ferrara</em> di circa 130 pagine, una Parte seconda, <em>La bella compagnia delle donne</em>, di circa 250 pagine, una Parte terza, <em>Mia madre</em>, di solo 3, e infine una Parte quarta, <em>Le irrintracciabili</em>, di quasi 70, di taglio metanarrativo, che dovrebbe raccordare le precedenti e spiegare le tappe e i modi della loro composizione. La Parte prima racconta una vicenda di pochi giorni: Aristide Gambia, di et&agrave; ormai pi&ugrave; che matura (ha 58 anni), riceve la lettera di una donna con cui ha fatto sesso occasionale trenta anni prima; costei si presenta come una scrittrice e conduce con lui un gioco sottile di seduzione e di rifiuto, attraendolo attraverso il ricorso alla memoria del loro primo incontro erotico ma deludendolo ogni volta. Compare qui di sfuggita il nome di un&rsquo;altra donna, Magda, presentata come sua amica, che &egrave; la protagonista della Parte seconda. Di nuovo, anche in questa parte, il tempo narrato copre pochi giorni, quelli di un convegno letterario a Sorrento, dove il protagonista, ormai settantenne, incontra Magda nelle vesti di una relatrice. Alla concentrazione del tempo della storia corrisponde, anche in questo caso, una dilatazione del tempo del racconto, invece molto analitico e dettagliato. In queste due Parti Aristide ripercorre, attraverso ricordi e altri espedienti narrativi, e dunque con frequenti analessi, tutta la propria passata vita sessuale, caratterizzata da due mogli, una lunga convivenza con una terza donna, e una miriade di amanti pi&ugrave; o meno occasionali. Nella Parte terza, brevissima, scritta in prima persona da Magda, si apprende che le &egrave; morta la madre e che questa &egrave; la scrittrice che il protagonista ha incontrato nella Parte Prima e a cui Aristide ha mandato i quaderni con la storia della propria vita sessuale. Nella Parte Quarta, prende la parola l&rsquo;autore che in prima persona racconta come &egrave; nato il racconto della Parte Prima e di come abbia fuso due romanzi diversi (quello della Parte prima e quello della Parte seconda) in un unico romanzo; cosa, peraltro, di cui il lettore si era gi&agrave; accorto da solo, tanto &egrave; evidente che si tratta di due storie diverse congiunte fra loro in modo un po&rsquo; artificioso. Questa Parte quarta &egrave; stata scritta alla fine del 2010 e contiene anche riferimenti, in realt&agrave; scontati anche letterariamente &ndash; ne aveva gi&agrave; parlato, per esempio, Siti in <em>Troppi paradisi</em> &ndash;, alla vita sessuale di Silvio Berlusconi.</p>
<p>Come si vede, la struttura romanzesca &egrave; alquanto faticosa. Sul piano strettamente letterario e linguistico, il romanzo si ispira a un programma che il protagonista espone nella Parte seconda, quando annuncia il proposito di una antologia porno dedicata agli adolescenti: &nbsp;&egrave; possibile, si chiede, fare un libro &laquo;che dica la potenza, la legittimit&agrave; del desiderio sessuale, e documenti i registri, il lessico, la sintassi con cui il desiderio si &egrave; espresso e si esprime?&raquo;. Ecco, Starnone ci ha provato con questa <em>Autobiografia erotica</em>. Con alterni risultati: infatti alla lunga la ripetizione degli atti sessuali finisce per essere ripetitiva e la novit&agrave; dell&rsquo;uso del dialetto napoletano per nominare gli organi di riproduzione maschile e femminile e raccontarne le gesta si consuma dopo le prime pagine. Pi&ugrave; interessante e persuasiva, semmai, &egrave;, nelle prime due Parti, l&rsquo;analisi molto minuta e talora assai fine della dinamica psicologica nel rapporto maschio-femmina vista, naturalmente, dall&rsquo;angolazione maschile, mentre nella parte finale &egrave; rappresentata con indubbia sottigliezza ed efficacia narrativa la frustrazione sessuale della vecchiaia Ma il pedale della descrizione erotica, ossessivamente premuto, finisce per intasare eccessivamente lo sviluppo della vicenda. I grandi romanzi erotici del Novecento, come <em>L&rsquo;amante di Lady Chatterly</em> o <em>Tropico del cancro</em>, qui pi&ugrave; volte citati, in realt&agrave; vanno oltre il sesso, o meglio usano il sesso per dirci qualcosa di essenziale sulla struttura sociale di un&rsquo;epoca, per esporre una ossessione o una visione del mondo. Anche Starnone talora ci prova (tenta, per esempio, di fornire una storia sociale della sessualit&agrave; nel secondo cinquantennio del Novecento); ma poi finisce per essere riassorbito fatalmente dalla materia sessuale e per tappare quasi tutto il proprio orizzonte fra cazzi, sederi, fiche. Salvo alla fine tentare un colpo d&rsquo;ala metanarrativo, che lascia nel lettore l&rsquo;impressione di un espediente troppo facile e un po&rsquo; tardivo.</p>
<p><strong>Romano Luperini</strong></p>
<p>L'articolo &egrave; stato pubblicato su <em>Il Sole 24 ore</em>, domenica 13 novembre</p>]]></description>
</item>
<item>
<title>&quot;Le passioni dell'anima&quot;, o il ritorno della civilt&agrave; letteraria</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=145</link>
<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 10:22:38 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Una cosa va detto subito. <em>Le passioni dell&rsquo;anima </em>(Garzanti) di Raffaele Simone &egrave; notevole perch&eacute; rivela che la civilt&agrave; letteraria non &egrave; ancora scomparsa nel nostro paese, dove, soprattutto la narrativa, appariva ormai irrimediabilmente soffocata dagli estrogeni di un mercato che la gonfia e la stravolge.</p>
<p>Simone &egrave; un accademico, un grande saggista, capace di un rigoroso specialismo (&egrave; un linguista) ma dotato anche di spiccato interesse storico, sociologico e antropologico per le vicende del costume e della mentalit&agrave; contemporanea. Con questo romanzo scrive un romanzo storico ispirato alla vita di Cartesio (il titolo, <em>Le passioni dell&rsquo;anima</em>, &egrave; quello di un suo libro, dedicato alla regina di Svezia).</p>
<p>Il grande Descartes, al culmine della propria fama europea, decide di accettare l&rsquo;invito della regina di Svezia Cristina, che voleva appropriarsi del suo nome e della sua frequentazione a fini di gloria personale, e di andare a vivere a Stoccolma, forse per qualche mese, forse per qualche anno. Dopo un difficile viaggio per mare, si trova a soggiornare in un luogo freddissimo e inospitale, in un paese rozzo, in una corte invidiosa, condannato all&rsquo;isolamento dalla gelosia della regina che lo sorveglia e lo fa spiare. Non ha rapporti personali e affettivi, e quasi non si accorge dell&rsquo;interesse amoroso della signora Chanut che inizialmente lo accoglie nella sua dimora e dal cui diario nascono alcune delle pagine del romanzo pi&ugrave; intense e narrativamente efficaci, oltre che particolarmente utili all&rsquo;interno di una narrazione che rischierebbe altrimenti la monotonia. Progressivamente Cartesio si rende conto di avere compiuto quel viaggio obbedendo insensatamente alla spinta dell&rsquo;ambizione (sono le passioni che possono travolgere anche il campione del razionalismo europeo), ma ormai vive come prigioniero. Infine, costretto ad aspettare fuori del portone reale che la Regina si degni di dargli udienza, muore per un colpo di freddo in un inverno svedese particolarmente rigido e inclemente; e tuttavia le cause della sua morte appaiono ai pi&ugrave; misteriose. Cartesio muore fra i pettegolezzi malevoli della corte, le accuse striscianti di eresia, i sospetti di un decesso comunque procurato.</p>
<p>Il romanzo alterna il genere epistolare a quello diaristico. Raccoglie le missive che si scambiano i frequentatori della corte, la regina, gli amici rimasti sul continente e Cartesio stesso, particolarmente nella corrispondenza con la principessa Elisabetta, sua dotta interlocutrice e prima dedicataria delle <em>Passioni dell&rsquo;anima</em>, ma anche<em> </em>brani di diario di Madame Chanut e del protagonista, e registrazioni dei suoi colloqui fatte delle spie. Ne esce una pluralit&agrave; di prospettive, un intersecarsi di verit&agrave; diverse, che suona particolarmente moderno e attuale.</p>
<p>I documenti sono spesso autentici, anche se pi&ugrave; o meno rimaneggiati. Lo stile &egrave; dunque sempre improntato ai registri dell&rsquo;epoca. La mancanza di colpi di scena, l&rsquo;assenza del romanzesco e un linguaggio sempre un po&rsquo; impostato e di necessit&agrave; manieristico rendono la narrazione lontana dagli standard consueti del romanzo di consumo. La scrittura, insomma, presuppone non un lettore assetato di avventure e di trame, ma un lettore colto capace di apprezzare le atmosfere sottili e i riferimenti storici e culturali.</p>
<p>Che oggi venga pubblicato un romanzo non per le attrattive del mercato e del consumo, ma per il suo alto tasso di civilt&agrave; letteraria, &egrave; un buon sogno. Forse, anche da questo punto di vista, si sta chiudendo un periodo infelice della nostra storia nazionale e della nostra cultura.</p>]]></description>
</item>
<item>
<title>E un Meridiano con le poesie di Fortini?</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=144</link>
<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 10:42:57 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Vedo da &ldquo;Il Sole 24 ore&rdquo; di domenica 6 novembre che giustamente si propone un meridiano per Sandro Penna e che sono in preparazione altri due meridiani per Amelia Rosselli e Maria Luisa Spaziani. Mi stupisce per&ograve; che nessuno abbia proposto un meridiano per le poesie di Fortini (che, fra l&rsquo;altro, &egrave; stato assiduo collaboratore proprio del &ldquo;Sole 24 ore&rdquo; per vari anni). Forse i lettori che hanno risposto all&rsquo;inchiesta del &ldquo;Sole&rdquo; sono stati ingannati dal fatto che un meridiano dedicato a Fortini esiste?&nbsp;</p>
<p>Il fatto &egrave; che la situazione editoriale di Fortini &egrave; paradossale: il Meridiano che lo riguarda, curato da Luca Lenzini e uscito nel 2003, non contiene le raccolte poetiche ma solo i saggi e gli epigrammi. Le sue poesie, che indubbiamente costituiscono la parte pi&ugrave; notevole della sua produzione e del suo lascito storico, sono introvabili da anni, dato che Einaudi non ha pi&ugrave; pubblicato n&eacute; le singole raccolte n&eacute;, soprattutto, l&rsquo;ultima complessiva, <em>Versi scelti 1939-1989</em> (che, uscita nel 1990, offriva un panorama completo sino al 1989) n&eacute; <em>Composita solvantur</em>, pubblicata nel 1994, poco prima della morte. Insomma da diciassette anni nessun editore ha pi&ugrave; pubblicato un solo libro di poesie di Fortini. La conseguenza &egrave; che i suoi libri sono spariti dalle librerie, &egrave; impossibile acquistarli via internet, sono, insomma, introvabili. Chi vuole leggere Fortini saggista non ha problemi, chi vuole leggere Fortini poeta (e poeta ampiamente antologizzato sia nelle sillogi pi&ugrave; autorevoli, quelle che fanno canone, sia nei manuali scolastici) non pu&ograve; farlo e deve ricorrere a qualche pubblica biblioteca.&nbsp;</p>
<p>La cosa &egrave; tanto pi&ugrave; strana in quanto tutti i poeti a lui contemporanei, suoi interlocutori storici e pari a lui per valore e importanza (Luzi, Caproni, Sereni, Zanzotto, Pasolini, Pagliarani, Giudici, Raboni, Sanguineti) sono presenti in libreria con la loro opera completa in versi nei Meridiani o presso altri grandi editori (Garzanti, Feltrinelli). Mancava, fra i grandi, la Rosselli, ma ora, ci informa Renata Colorni, il vuoto sta per essere fortunatamente colmato grazie al Meridiano che sta per uscire. Resta per&ograve; l&rsquo;assenza di Fortini. Perch&eacute;? Una assenza inspiegabile almeno per chi, come me, fa lo storico della letteratura. In questa <em>damnatio memoriae</em> vi sono ragioni politiche?&nbsp; Sarebbe assurdo, e non voglio crederlo, anche perch&eacute; mi sembra impossibile che valgano anche a tanti anni di distanza. E comunque andrebbero chiarite e spiegate. Una cosa comunque &egrave; sicura: senza Fortini, il panorama della poesia del secondo Novecento &egrave; privato di uno dei suoi massimi protagonisti e dunque risulta insopportabilmente mutilo e incompleto.</p>
<p><strong>Romano Luperini</strong></p>]]></description>
</item>
<item>
<title>Domenichelli e l'elogio dello scriba</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=143</link>
<pubDate>Thu, 28 Jul 2011 11:21:23 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>A una prima occhiata <em>Lo scriba e l'oblio. Letteratura e storia: teoria e critica delle rappresentazioni nell'epoca borghese</em> (Edizioni ETS, 2011) si presenta come un volume straripante di materiali diversi: saggi critici (per esempio, su Eliot, su Manzoni, sul romanzo storico e su quello di formazione), saggi di teoria e critica politica delle rappresentazioni (su Gramsci e su Said), saggi di metodo e di teoria letteraria (sul neostoricismo americano, Auerbach, Luk&aacute;cs, Bachtin). Sembrerebbe una raccolta di lavori assemblata in un libro. Ma a una ricognizione appena pi&ugrave; attenta il libro si rivela opera lavorata e unitaria, perfettamente costruita e bilanciata intorno all'asse della critica delle rappresentazioni (come Domenichelli chiama le ideologie, l'immaginario, la tradizione culturale). I temi portanti (la Thick Description, la filosofia della storia e la concezione figurale del compimento, la funzione della interpretazione e dell'ermeneutica e quindi dello scriba) vengono anticipati per scorcio, poi sviluppati in modo articolato, infine ripresi nei due capitoli di conclusione.</p>
<p>Passando al merito, avrei qualche elemento di perplessit&agrave; nei confronti di alcuni aspetti critici che riguardano specificamente l'italianistica, mentre per quanto riguarda la teoria devo dichiarare il mio pieno consenso a una critica delle rappresentazioni e una adesione complessiva all'impianto metodologico generale (lo sforzo storicizzante, la funzione intellettuale), in cui inserirei solo qualche elemento problematizzante di discussione. In particolare ho apprezzato certi paragrafi su Auerbach (la sottolineatura della globalizzazone e dell'utopia auerbachiana dell'unit&agrave; del genere umano, per esempio), il capitolo su Gramsci e soprattutto quello su Said (ottimo anche negli esatti rilievi critici su <em>Cuore di tenebra</em> e Schopenhauer). Mi sembra unilaterale la riduzione del senso dei <em>Promessi sposi</em> al lieto fine borghese, che conterrebbe una idea provvidenziale della storia, deriverebbe il suo significato dalla illustrazione di un itinerario di formazione borghese e di arrampicata sociale da parte di Renzo e andrebbe nel senso della privatizzazione della storia e del destino con l'esaltazione finale del nucleo familiare. In realt&agrave; la conclusione del romanzo &egrave; assai pi&ugrave; complessa e problematica e l'idea della peste voluta dalla Provvidenza &egrave; di don Abbondio e non dell'autore (che vede nella peste piuttosto un interrogativo tragico sulla inspiegabilit&agrave; razionale del male), mentre la vita privata &ndash; a differenza di quanto accadr&agrave; nella narrativa del modernismo &ndash; &egrave; colta sempre nella prospettiva della totalit&agrave; e nella intersecazione con la Grande Storia (la guerra, la peste). E lo stesso potrei dire per la conclusione dei <em>Malavoglia</em>, nella quale Domenichelli non vede nostalgia (ma basta leggere <em>Fantasticheria</em> e le lettere a Capuana e ai familiari per vedere quanto essa sia presente nel Verga di questo periodo &ndash; e non pi&ugrave;, invece, per esempio, in quello del <em>Mastro</em>&ndash;): all'altezza di <em>Vita dei campi</em> e dei <em>Malavoglia</em>, il mondo dell'eterno ritorno &egrave; s&igrave; quello del bindolo, da studiare freddamente, ma &egrave; anche quello delle <em>correspondances</em> con la natura e dell'idillio romantico.</p>
<p>Il mio accordo va soprattutto all'immagine finale dello scriba che considera la realt&agrave; da un'ottica straniante e marginale, o da una condizione di esilio. Io credo anzi che nell'assunzione di simile postura giochi un ruolo proprio l'attuale crisi dell'intellettuale che gli ha fatto perdere la funzione centrale di mediatore ideologico. Domenichelli non nega tale crisi, ma tende ad attribuire allo scriba ancora una funzione nella capacit&agrave; dell'analisi demistificante di cogliere la connessione dei fenomeni: la critica, insomma, avrebbe ancora un potere, per quanto piccolo e marginale, e proprio questo potere la renderebbe ancora utile e comunque niente affatto superflua e irrilevante. Io avrei probabilmente minore fiducia nella capacit&agrave; della critica di influire sulla societ&agrave; civile; ma si tratta di sfumature. Resta il fatto che <em>Lo scriba e l'oblio</em> &egrave; un libro importante, uno dei pochi che ci faccia riflettere sulla nostra condizione di intellettuali e sul nostro lavoro di critici e di intellettuali.</p>]]></description>
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<title>Un libro da leggere </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=142</link>
<pubDate>Fri, 22 Jul 2011 10:54:40 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Un libro da leggere questo di Emanuele Zinato, <em>Le idee e le forme. La critica letteraria in Italia dal 1900 ai nostri giorni</em>, Carocci editore. Da leggere, anzitutto perch&eacute; ben concepito e ben scritto (una scrittura nitida, semplice, eppure sempre densamente problematica), e poi perch&eacute; molto utile per chi voglia saperne di pi&ugrave; della evoluzione della critica letteraria nel nostro paese soprattutto fra anni sessanta del Novecento e oggi. Ben concepito: Zinato evita infatti sia il percorso rettilineo di tipo storicistico, costruito attraverso una successione di medaglioni, con le sue ambizioni totalizzanti di senso complessivo e di completezza (sin dall&rsquo;inizio, per esempio, ci informa che molti critici anche importanti saranno appena ricordati o addirittura assenti), sia una rassegna per tendenze, metodi e scuole. Sceglie invece di indagare le forme e gli stili e di studiarne il rapporto con le idee (di qui il titolo del libro). A questo criterio, indubbiamente originale, ne accompagna un altro, che gli serve per raggruppare e distinguere: quello di tracciare le vicende della critica per campioni, per linee e per funzioni (la funzione-Contini, la funzione-Fortini ecc.). Questa impostazione, pur avendo il vantaggio di sottolineare la contemporaneit&agrave; e il parallelismo di molti percorsi, non impedisce affatto di delineare un quadro diacronico, all&rsquo;interno del quale acquista rilievo soprattutto la frattura che divide gli anni ottanta dal corso precedente: il ventennio conclusivo del Novecento &egrave; infatti caratterizzato dalla crisi e dalla destabilizzazione della critica, dalla sua perdita di responsabilit&agrave; e di funzione storica negli anni del postmodernismo.</p>
<p>&nbsp;La novit&agrave; e l&rsquo;utilit&agrave; del libro si percepiscono soprattutto nell&rsquo;ultimo capitolo, che d&agrave; conto di una materia vischiosa e non ancora ben storicizzata: il passaggio dalla crisi della critica degli anni ottanta a una sua parziale ripresa nel primo decennio del nuovo millennio. Nel quale le parole-chiave pi&ugrave; frequentate tornano a essere &laquo;responsabilit&agrave;&raquo;, &laquo;stile&raquo; e &laquo;tradizione&raquo;, e anche &laquo;realismo&raquo;, sull&rsquo;onda soprattutto del cinquantenario di <em>Mimesis</em>. Non poche pagine, dedicate alle riviste on line e al dibattito sui blog, offrono una serie di indispensabili informazioni e di giudizi, che sottolineano l&rsquo;apertura positiva di questa nuova possibilit&agrave; e la sua reattivit&agrave; al nuovo scenario mediatico.</p>
<p>Anche se la valutazione di Zinato pu&ograve; sembrare ispirata a un ottimismo forse un po&rsquo; eccessivo, essa appare improntata a un giudizio complessivo comunque condivisibile. A me pare infatti che la ripresa della critica si inserisca in un orizzonte che va rapidamente modificandosi: da un lato la letteratura, sotto l&rsquo;urto delle vicende storiche (da ultimo la crisi economica), ha abbandonato l&rsquo;ideologie della metaletterariet&agrave; e della intertestualit&agrave; infinita diffuse dal postmodernismo e sta recuperando, anche per l&rsquo;impatto di un&rsquo;opera come <em>Gomorra</em>, una dimensione civile di confronto con la realt&agrave;, dall&rsquo;altro &egrave; in atto nel paese (grazie anche all&rsquo;uso di internet, dei social network ecc.) un risveglio delle coscienze e dei movimenti di massa. D&rsquo;altronde questo stesso libro si colloca all&rsquo;interno di questo nuovo panorama e ne &egrave; esso stesso una espressione fra le pi&ugrave; significative.</p>]]></description>
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<title>Istantanee di Sanguineti</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=141</link>
<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 12:30:36 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p><em>Palermo 1984</em>.</p>
<p>&laquo;Alfabeta&raquo; aveva organizzato, tramite soprattutto Antonio Porta, il primo dei suoi convegni, <em>Il senso della letteratura</em>, subito trasformatosi nello scenario di un conflitto: da un lato i &ldquo;neoespressionisti&rdquo; e &ldquo;allegorici&rdquo;, rappresentati, all&rsquo;interno di &laquo;Alfabeta&raquo;, da Francesco Leonetti, dall&rsquo;altro i &ldquo;poeti innamorati&rdquo;, e cio&egrave; simbolisti, neoromantici o neorfici, capitanati da Giuseppe Conte e Milo De Angelis.</p>
<p>I secondi erano largamente egemoni. Avevano il vento in poppa. Denunciavano l&rsquo;inautenticit&agrave; sia della militanza politica degli anni sessanta e settanta, sia dello sperimentalismo della neoavanguardia, e dunque rappresentavano bene il disimpegno e il cosiddetto &ldquo;ritorno al privato&rdquo; degli anni ottanta. La maggior parte del pubblico tifava per loro e accoglieva rumoreggiando gli interventi del partito avverso. Quando fu il mio turno, ricordo che alla fine del mio discorso De Angelis si alz&ograve; dalla sedia e venne a minacciarmi col pugno alzato: romantico e orfico s&igrave;, ma molto combattivo, direi (ma la mattina dopo, quasi piangendo, venne in verit&agrave; a chiedermi scusa). Quando fu la volta di Sanguineti, naturalmente favorevole alla linea allegorica e avanguardista, nessuno rumoreggi&ograve;. And&ograve;, ricordo, alla radice della parola &ldquo;arte&rdquo;, alle arti medievali, alla concretezza materiale dei mestieri, per meglio dissolvere le aure mitiche e metafisiche di chi amava scrivere, diceva lui, in &ldquo;poetese&rdquo; facendo della letteratura una sorta di nuova religione. Nessuno fiat&ograve;, molti applaudirono. La sera, prima di cena, Patrizia Valduga, vestita nobilmente di nero (come al solito, d&rsquo;altronde), teatralmente lasci&ograve; il tavolo di Raboni e and&ograve; a inginocchiarglisi davanti proclamando lui maggior poeta d&rsquo;Italia e s&eacute; migliore poetessa italiana (recentemente, in un convegno a Berlino, abbiamo rievocato insieme, io e lei, ridendo, questa scena). Sanguineti non mosse collo n&eacute; mut&ograve; sua costa, ma rispose &laquo;La migliore s&igrave;, ma dopo Amelia Guglielminetti&raquo;. Ironia fredda, ma non perfida, mi sembr&ograve;, anzi giocosa.</p>
<p>La mattina dopo io e lui prendemmo lo stesso aereo per Roma. Parlammo a lungo insieme in sala d&rsquo;aspetto e, dopo, trovammo il modo di sedere accanto durante il volo. Da allora ebbe inizio fra noi un rapporto che si avvicinava assai all&rsquo;amicizia. Nella stessa sala d&rsquo;aspetto e poi sullo stesso aereo c&rsquo;era Giuseppe Conte, che si limit&ograve; a salutarci da lontano ogni tanto guardandoci di sottecchi. Due giorni dopo pubblic&ograve; su &laquo;Tuttolibri&raquo; del quotidiano &laquo;La stampa&raquo; un attacco a Sanguineti e al sottoscritto accusati, se ricordo bene, di essere i vecchi rappresentanti del potere letterari incapaci di capire il nuovo che avanza.</p>
<p><em>Salerno</em>, 1985-1989.</p>
<p>Quando l&rsquo;universit&agrave; di Salerno organizz&ograve; un convegno per onorare Sanguineti che aveva insegnato in quella universit&agrave;, il figlio Federico, anche lui docente di quell'ateneo, scelse di parlare di &laquo;Sanguineti, critico di Dante&raquo;. Non fu tenero con il padre che peraltro non parve dare peso soverchio all&rsquo;episodio. Ma d&rsquo;altronde fra i due i rapporti non erano idillici. Il giorno dopo Federico, vedendo Filippo Bettini, suo coetaneo, che pendeva dalle labbra di Edoardo, mi tocc&ograve; col gomito e mi disse. &laquo;Vedi, mio padre mi vorrebbe cos&igrave;&raquo;.</p>
<p>In quell&rsquo;occasione Filippo Bettini ed Edoardo Sanguineti organizzarono una rassegna di poesia che si svolgeva a Salerno e a cui io ero immancabilmente invitato come critico. Cos&igrave; ogni anno Edoardo e io passavamo qualche giorno insieme a Salerno. Di quegli anni ricordo il modo con cui Edoardo riusciva a coniugare misura, gentilezza, cordialit&agrave;, equilibrio critico anche nel giudicare poetiche e posizioni critiche lontane da lui e la fedelt&agrave; costante alla militanza politica e letteraria. Erano quelli gli anni del &ldquo;pensiero debole&rdquo;, e il panorama letterario e culturale era affollato da intellettuali transfughi che si affrettavano a lasciare la sponda del marxismo per accorrere in frotte ad arruolarsi sotto le bandiere della nuova linea nietzscheana e heideggeriana. Sanguineti no. Una volta che arrivai a Salerno la sera prima dell&rsquo;inizio dei lavori, lo trovai che parlava di politica nella hall con Amelia Rosselli invitata al convegno come poetessa. Erano seduti su poltrone di pelle e tranquillamente parlavano. Probabilmente avevano gi&agrave; cenato. Mi sedetti davanti a loro e li ascoltai a lungo in silenzio. Mi sfilavano davanti le politiche economiche e militari, gli scenari lontani del petrolio e della fame, antiche definizioni in un linguaggio che sembrava sparito da oltre un decennio (imperialismo, guerra di posizione, surplus&hellip;) e che accomunava due poeti cos&igrave; diversi fra loro. Cos&igrave; quella sera dimenticai di cenare.</p>
<p><em>Reggio Emilia anni novanta</em></p>
<p>Negli anni novanta l&rsquo;unico spazio libero di discussione restato in Italia era a Reggio Emilia, dove Renato Barilli e Nanni Balestrini organizzavano nel mese di maggio &ldquo;Ricercare&rdquo;. Le opere dei poeti e dei narratori esordienti vi erano lette in pubblico e vagliate immediatamente da un gruppo di critici e di scrittori. Io e Sanguineti eravamo invitati permanenti. Nei nostri interventi in assemblea, seppure partendo da posizioni diverse, facevamo, nella sostanza, la stessa battaglia contro una letteratura facile e disimpegnata sia sotto il profilo strettamente letterario che sotto quello politico. In genere ci incontravamo la sera prima dell&rsquo;inizio dei lavori e andavamo a cena insieme. In quelle occasioni era mirabile in Sanguineti la cordialit&agrave;. C&rsquo;erano fra noi zone di dissenso, ma non intaccavano mai la sua gentilezza umana che a volte poteva anche contrastare con la sua durezza teorica. Un dissenso riguardava la valutazione di Fortini, di cui non ignorava il rapporto di amicizia che lo univa a me. Quando me ne parlava, mi illustrava le ragioni teoriche e politiche di dissenso, ma senza calcare mai troppo la mano. Ma una volta mi raccont&ograve; un episodio che lo aveva inquietato: a met&agrave; degli anni sessanta Fortini sarebbe andato da lui e gli avrebbe chiesto, per puro opportunismo, di essere ammesso fra le fila delle neoavanguardia, di cui pure era stato ed era fiero oppositore. Non interessa qui se Sanguineti abbia o no equivocato nell&rsquo;interpretare le parole di Fortini (a cui non dispiaceva il paradosso); mi interessa che Sanguineti volesse trovare una ragione anche morale, e non solo teorica e politica, di distanza dal suo avversario. E forse sulla profonda moralit&agrave; di Sanguineti si &egrave; sempre scritto troppo poco, probabilmente deviati dal suo apparente cinismo (ma non era cinismo, era materialismo e realismo).</p>
<p>Una volta, a Reggio Emilia, il grande fotografo Giovanni Giovannetti ci invit&ograve; nel retro del Teatro Regio per farci una serie di istantanee per il suo archivio, alcune insieme, altre singolarmente (recentemente gliele ho chieste, ma, ahim&egrave;, ha ritrovato solo quelle che mi aveva fatto da solo). Sanguineti aveva una naturale predisposizione teatrale. Sotto l&rsquo;occhio del fotografo si muoveva con gesti sicuri e, insieme, ironici. Si prendeva in giro, ma con la grande professionalit&agrave; di un attore.</p>
<p><em>Siena</em> <em>1996 e 2001</em></p>
<p>Due ricordi senesi, contrapposti, entrambi nella medievale Certosa di Pontignano.</p>
<p>Nel centenario della nascita di Montale vi organizzai con Maria Corti un convegno, a cui invitammo anche Sanguineti. Cinque anni dopo, nello stesso luogo, il convegno, organizzato questa volta da me e da Maria Antonietta Grignani, era sulla poesia italiana del secondo Novecento, e anche questa volta Edoardo fu della partita.</p>
<p>Il ricordo &egrave; questo: poich&eacute; vari intervenni, fra cui il mio, avevano sottolineato la statura internazionale di Montale e la sua capacit&agrave; di collegarsi alla grande tradizione allegorica della linea dantesca (e non gi&agrave; a quella petrarchesca e poi simbolista), durante il dibattito vedo a un tratto Sanguineti dritto, alzato di colpo in piedi, che proclama la indiscutibile mediocrit&agrave; del poeta suo concittadino sino a dichiararne l&rsquo;importanza solo sul piano documentario in quanto rappresentante di una linea di derivazione nitzscheana rivolta a denunciare e autodenunciare la &ldquo;inettitudine&rdquo; della persona debole e incapace di vivere. Gli risposi, naturalmente, e si cre&ograve; una tensione che rese inquieti tutti i presenti. Durante l&rsquo;intervallo udii la moglie, Luciana, che lo esortava ad abbandonare polemicamente il convegno. Ma lui rest&ograve;. Io ero in ansia perch&eacute; il giorno successivo avrebbe dovuto tirare le conclusioni e avrebbe potuto approfittare della situazione per approfondire la polemica. Invece, il giorno dopo, parl&ograve; da gran signore nella tavola rotonda finale, evitando di toccare la questione e limitandosi a qualche impeccabile chiosa. storico-filologica. Cos&igrave; impeccabile che dentro vi intravidi un filo d&rsquo;ironia e di parodia nei confronti della critica, di cui per&ograve; ben pochi si resero conto. Capii che mi aveva risposto a modo suo, un modo che probabilmente solo io potessi capire. Come dire: tu fai pure il critico accademico e patentato, ma lascia che io passi a contrappelo i metodi e i giudizi convenzionali: sabotare la critica, questo bisogna.</p>
<p>Cinque anni dopo (l&rsquo;et&agrave; intanto avanzava, fra le labbra risucchiate all&rsquo;interno dalla mancanza di denti non stringeva pi&ugrave; le solite sigarette, ma sigarettini lucidi e sottili che assicurava privi di nicotina), non fu cos&igrave;&nbsp; padrone di s&eacute;. Dopo avere sviluppato un intervento teorico in cui tranciante era la polemica contro il conformismo e la mancanza di coraggio della poesia contemporanea (compresa quella di alcuni partecipanti al convegno) e avere ribadito che il poeta doveva essere anche cinico nel sabotaggio dello strumento che usava, fu invitato a leggere alcuni testi suoi. Lesse alcune poesie dove comparivano fuggevoli figure di donne per un attimo &laquo;adescate&raquo; o bramate (hostess, una &laquo;superafra&raquo;, viaggiatrici, accompagnatrici). Ma, alla fine, vedendo in prima fila la moglie, decise di leggere un testo a lei dedicato (dove Luciana era anche la &laquo;luce&raquo; degli occhi), e leggendo si commosse, e al terribile poeta d&rsquo;avanguardia spuntarono sul volto lacrime vere (avrebbe detto Gozzano).</p>
<p><em>Modena 2009</em></p>
<p>Ero in platea. Un gruppo di insegnanti lo aveva invitato a un convegno. Si era presentato da poco come candidato sindaco a Genova, con risultati non esaltanti.&nbsp; Parlava di odio di classe, di lotta di classe, diceva che in Italia il 98% della popolazione era proletariato. Ripeteva le idee-base del <em>Manifesto </em>di Marx. Ripeteva. Non applicava creativamente, non faceva un&rsquo;analisi concreta di una situazione concreta. Teneva una lezione, con molta passione ed eloquenza, ma, come dire?, in modo accademico. Il quadrilatero teorico (Marx-Gramsci-Freud-Benjamin) a cui si appoggiava era lo stesso da quarant&rsquo;anni. Non sarebbe meglio a una certa et&agrave;, mi chiedevo, cessare di esporsi in pubblico? Pensavo a lui, pensavo a me. Quando smise di parlare, andai ad abbracciarlo. Mi ero sentito a un tratto identico a lui, chiuso in un mondo tramontato e portato via dagli eventi, travolto dalla stessa miseria umana che ci corrode sino in fondo, sino all&rsquo;ultimo respiro.</p>]]></description>
</item>
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<title>Un rito di passaggio</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=140</link>
<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 15:00:12 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Sintesi dell&rsquo;intervento tenuto alla presentazione del libro <em>Per Romano Luperini</em>, a cura di P. Cataldi, Palumbo, Palermo 2010, il giorno 15 dicembre 2010 alla facolt&agrave; di Lettere e Filosofia di Siena</p>
<p>Un rito di passaggio, mi ha scritto affettuosamente l&rsquo;amico Antonio Prete a proposito dell&rsquo;incontro di oggi. Gi&agrave;, passaggio, ma verso dove?</p>
<p>Se si scrosta l&rsquo;espressione dall&rsquo;ovviet&agrave; del senso comune, la risposta pu&ograve; essere assai complicata. Anzi, per me sicuramente difficile. La ragione l&rsquo;ha indicata con una litote il prefatore del libro qui presentato: &laquo;Romano &ndash; ha scritto Cataldi nella introduzione &ndash; non vive con disinvoltura gli sconfinamenti fra pubblico e privato&raquo;. E infatti, come lui scrive in un altro luogo, davanti a questo libro, che per alcuni versi sembra racchiudere il destino di una persona, davvero vorrei &laquo;abbassare gli occhi e mutare discorso&raquo;.</p>
<p>La difficolt&agrave; per me non sta semplicemente nell&rsquo;occasione, nell&rsquo;imbarazzo comprensibile che nasce dalla gratitudine per l&rsquo;attenzione nei miei confronti del Preside, del curatore e dell&rsquo;editore del libro, degli amici che lo hanno presentato o che comunque sono venuti qui ad ascoltare e che qui torno a ringraziare di cuore, e neppure nella commozione che me ne pu&ograve; derivare e di fatto me ne deriva; no, sta proprio in quello sconfinamento. Infatti una volta tanto mi si presenta necessario, non aggirabile, e dunque qui devo affrontarlo di petto.</p>
<p>Lo sconfinamento &ndash; nel senso che privato e pubblico vi convivono &ndash; sta in questa confessione: da quattro anni non lavoro e non scrivo pi&ugrave;. &nbsp;Non mi era mai successo niente di simile nella mia vita. Anche nei momenti pi&ugrave; critici, avevo sempre continuato a scrivere e a lavorare, come documenta la bibliografia pubblicata nel libro appena uscito. Ora non mi riesce pi&ugrave;. C&rsquo;&egrave; in tutto ci&ograve; qualcosa di privato, certo, che non pu&ograve; interessare a nessuno ma forse c&rsquo;&egrave; anche qualcosa di pubblico, qualcosa su cui magari vale la pena riflettere un poco insieme, con gli amici qui convenuti.</p>
<p>Vedete, io ho sempre scommesso sul rapporto fra senso di un&rsquo;opera e senso della storia o del mondo. Non ho mai riconosciuto un&rsquo;autorit&agrave; particolare alla letteratura. Ho sempre pensato &ndash; con Benjamin e con Fortini &ndash; che il criterio di verit&agrave; della letteratura non stia nella letteratura, ma fuori di essa, nella vita o nella storia. D&rsquo;altronde, anche se gliel&rsquo;avessi riconosciuta, il destino attuale della letteratura, la caduta del suo prestigio, non permetterebbe pi&ugrave; di ingannarsi sulla autorit&agrave; che oggi possiede. Tanto meno ho mai pensato che l&rsquo;autorit&agrave; venisse dall&rsquo;istituzione, che esistesse un&rsquo;autorit&agrave; istituzionale, per esempio accademica, che legittimasse la mia interpretazione dei testi. Tutta la storia della modernit&agrave; coincide d&rsquo;altronde con la critica dei ruoli e con la denuncia della discrepanza fra istituzione e fine strategico dell&rsquo;istituzione o fra funzione e ruolo. In questo senso mi &egrave; bastata, una volta per sempre, la lettura, da ragazzo, di <em>La persuasione e la rettorica</em> di Michelstaedter. Il mestiere del professore, se scisso da quello dell&rsquo;interprete dei testi, non mi ha mai entusiasmato.</p>
<p>Le parole che dicevo su un testo mi parevano guidate da qualcosa di pi&ugrave; grande di me.&nbsp; Ci&ograve; mi legittimava. Questa presunzione mi forniva di un&rsquo;autorit&agrave;, e questa a sua volta mi faceva diventare un autore, ribadendo cos&igrave; il nesso, anche etimologico, fra auctoritas e auctor. Venuta meno questa autorit&agrave;, non mi &egrave; riuscito pi&ugrave; scrivere.</p>
<p>Devo aggiungere poi un&rsquo;altra ragione oggettiva di questo silenzio. Ogni critico &ndash; o almeno ogni critico che aspiri a essere veramente tale - presuppone un noi, cio&egrave; una prospettiva collettiva da cui muovere e un orizzonte d&rsquo;attesa condiviso a cui tendere. Gi&agrave; Kant diceva che, dietro la particolarit&agrave; del giudizio di gusto, c&rsquo;&egrave; la tensione e l&rsquo;esigenza della universalit&agrave;. Passare dal noi nazionale e romantico-risorgimentale di De Sanctis al noi di Auerbach (&laquo;la nostra patria filologica &egrave; la terra, non &egrave; pi&ugrave; la nazione&raquo;) o a quello ormai planetario di Said o di Bloom (due modi opposti di intendere un &ldquo;noi&rdquo; ormai planetario), non &egrave; facile in Italia, paese oltremodo provinciale e da oltre un quindicennio chiuso in se stesso, senza aperture e prospettive. Ho tentato questo passaggio con <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>; ma &egrave; anche vero che sar&agrave; possibile un&rsquo;ottica critica sul destino dell&rsquo;uomo occidentale solo quando una nuova situazione storica determini la possibilit&agrave; di un nuovo mandato sociale o almeno di una nuova funzione intellettuale, di una nuova produzione sociale di senso. &nbsp;&nbsp;</p>
<p>Ma intanto? Senza un&rsquo;autorit&agrave;, senza un noi, senza una societ&agrave; civile che riconosca la funzione e il lavoro del critico, senza un bersaglio da raggiungere, come &egrave; possibile tornare a scommettere sul senso delle opere e sulla sua connessione col senso della storia?</p>
<p>Quale passaggio dunque? E verso dove?</p>
<p>Una risposta pu&ograve; venire da un&rsquo;intuizione che Said ha non solo rappresentato ma per cos&igrave; dire incarnato: che stia nascendo in Occidente una nuova tipologia di intellettuale outsider, precario, marginalizzato, capace di rappresentare i marginali del pianeta e di fornire vita simbolica a un nuovo noi. Forse davvero non sono lontani i tempi in cui la nascita di un&rsquo;etica planetaria e la diffusione di una nuova condizione sociale dell&rsquo;intellettuale possano determinare un nuovo sguardo critico sul patrimonio culturale dell&rsquo;Occidente. D&rsquo;altronde De Sanctis stesso aveva gi&agrave; previsto, come appare dal saggio del 1855 <em>Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo</em>, che il principio nazionale sarebbe stato sostituito da un altro principio: quello dell&rsquo;unit&agrave; del genere umano.</p>
<p>E infine. Infine questo libro, che mi mette di fronte al lavoro di una vita, mi dice che, a un certo punto della propria esistenza, bisogna assumersi la responsabilit&agrave; di ci&ograve; che si &egrave; stati. Non &egrave; pi&ugrave; possibile abbassare la testa e cambiare discorso. In questa fase intermedia di grande stagnazione e di grande deserto solo un&rsquo;autorit&agrave; che ci giunga da dentro, da noi stessi e dalle persone che ci sono state vicine, e da qualche giovane che in segreto ci legge e che magari non conosciamo, pu&ograve; dare ancora un senso al nostro lavoro. E&rsquo; un passaggio cruciale e davvero, per quanto mi riguarda, non so se riuscir&ograve; a compierlo. Ma questo libro mi sollecita a provarci.</p>
<p><strong>Romano Luperini</strong></p>]]></description>
</item>
<item>
<title>G.B. Palumbo Editore ha pubblicato il volume Per Romano Luperini</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=139</link>
<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 11:31:13 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>G.B. Palumbo Editore ha pubblicato il volume <em>Per Romano Luperini</em>, a cura di Pietro Cataldi. Il volume consta di 570 pagine. Contiene una introduzione di Cataldi, una serie di saggi di autori vari, una biografia svolta attraverso una cronologia, una bibliografia completa degli scritti, un&rsquo;appendice comprendente uno scritto di padre Verde su <em>Una visita a un detenuto per i fatti di Pisa</em> (1968) e lettere inedite di Luperini scritte nel periodo carcerario (1968). I saggi sono divisi in due parti: una dedicata all&rsquo;opera saggistica e narrativa di Luperini, l&rsquo;altra a temi di critica letteraria o saggistica a cui Luperini ha fornito un particolare contributo. Hanno collaborato fra gli altri, oltre ai redattori di &laquo;Allegoria&raquo;, Giancarlo Ferretti, Antonio Prete, Niva Lorenzini, Giulio Ferroni, Sergio Zatti, Emilio Pasquini, Maria de la Nieves Muniz Muniz, Pasquale Guaragnella, Laura Barile, Luigi Blasucci, Remo Ceserani, Vitilio Masiello, Mario Domenichelli, Gian Mario Anselmi, Anna Dolfi, Natascia Tonelli.</p>]]></description>
</item>
<item>
<title>Il &quot;noi&quot; di De Sanctis, e il nostro</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=138</link>
<pubDate>Mon, 13 Dec 2010 11:23:20 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p><strong>1.</strong></p>
<p>Nella <em>Critica del giudizio </em>Kant scrive che chi considera da un punto di vista estetico &laquo;non giudica solo per s&eacute;, ma per tutti, e parla quindi della bellezza come se fosse una qualit&agrave; delle cose. Non chiede il consenso degli altri, lo esige&raquo;<a name="n1"></a><a href="#nf1">[i]</a>. In altri termini, per quanto soggettivo e particolare, il giudizio &egrave; nello stesso tempo universale. Ovviamente Kant parla del giudizio di gusto, del suo carattere disinteressato e della sua indimostrabilit&agrave;, dovuta alla aconcettualit&agrave; del bello. Oggi non possiamo seguirlo su questa strada sia perch&eacute; la categoria stessa del bello si &egrave; fatta nel frattempo sempre pi&ugrave; problematica e indefinibile, sia perch&eacute; nel corso dell&rsquo;Ottocento e del Novecento il carattere disinteressato del giudizio &egrave; stato posto in questione troppe volte perch&eacute; possa essere tranquillamente accettato. E tuttavia resta il fatto che la tendenza all&rsquo;universalit&agrave; fa parte organica del giudizio estetico e, pi&ugrave; in generale, dell&rsquo;atto critico. Anche oggi chi parla e giudica di letteratura e di arte non lo fa solo per s&eacute; ed esige il consenso di tutti.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Insomma, a partire da Kant, si pone un nodo di problemi &ndash; particolarmente nel rapporto fra particolarit&agrave; e universalit&agrave; &ndash; che &egrave; assolutamente attuale. Provando a esemplificare: in che cosa consiste oggi la parzialit&agrave; e l&rsquo;universalit&agrave; del critico? Per quale <em>noi</em> cerchiamo il significato delle opere? Il &laquo;tutti&raquo; di cui parla Kant, l&rsquo;universale umano che egli presuppone, in quale orizzonte si definisce?</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>2.</strong></p>
<p>In uno dei saggi che meglio anticipano argomenti e posture della <em>Storia della letteratura italiana</em>, <em>Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo</em>, del 1855, Francesco De Sanctis tocca un tema che sar&agrave; caro al Benjamin di <em>Tesi di filosofia della storia</em>: il modo con cui negli anni della Rivoluzione francese ci si reimpossessa della storia di Roma antica e in particolare di quella della Repubblica, strappandola allegoricamente dal suo contesto storico e facendola rivivere in chiave attualizzante nel costume moderno. Contro Gervinus che pretenderebbe che anacronisticamente Alfieri e Foscolo praticassero gi&ugrave; una letteratura popolare, De Sanctis mostra come il classicismo fosse in realt&agrave; un modo per far vivere nella nostra cultura un&rsquo;idea di nazionalit&agrave; e una aspirazione alla identit&agrave; politica dell&rsquo;Italia.</p>
<p>Noi volevamo una patria, e la patria fu per noi tutto. Il classicismo non fu dunque per noi una societ&agrave; morta: fu la nuova societ&agrave; sotto nomi antichi. Prendemmo il nome di patria circondata dall&rsquo;aureola di tutta l&rsquo;antichit&agrave;, e ci ponemmo a fondare la patria moderna. Gli eroi di Plutarco generarono gli eroi del &rsquo;99. E quando, dopo s&igrave; lunga morte di ogni vita pubblica, l&rsquo;uomo pot&eacute; chiamarsi cittadino, si sent&igrave; nel petto l&rsquo;orgoglio di Muzio.<a name="n2"></a><a href="#nf2">[ii]</a></p>
<p>Il pronome &ldquo;noi&rdquo; si congiunge gi&agrave; qui al concetto di patria. Il punto di vista parziale del critico coincide con quello generale di una comunit&agrave; nazionale in formazione: il <em>noi </em>di De Sanctis &egrave; dunque quello romantico-risorgimentale di un popolo particolare che stava diventando nazione. A De Sanctis non sfugge nemmeno che dietro l&rsquo;invenzione di una identit&agrave; nazionale, nutrita ancora di aspirazioni classicistiche, era possibile intravedere poi una classe concreta, con i suoi precisi interessi materiali. Nella parte finale della sua <em>Storia della letteratura italiana</em> si legge:</p>
<p>La borghesia [&hellip;]era il &ldquo;medio ceto&rdquo;, avvocati, medici, architetti, letterati, artisti, scienziati, professori, prevalenti gi&agrave; di cultura, che non si accontentavano pi&ugrave; di rappresentanze nominali, e volevano il loro posto nella societ&agrave;. Non &egrave; gi&agrave; che si affermassero anch&rsquo;essi come classe, e volessero privilegi. Volevano libert&agrave; per tutti, uguaglianza di diritti e di doveri, parlavano in nome di tutto il popolo. Qui era il progresso. Ma nel fatto erano essi la classe predestinata, e in buona fede, parlando per tutti, lavoravano per s&eacute;.<a name="n3"></a><a href="#nf3">[iii]</a></p>
<p>Un critico, una classe sociale, &laquo;tutto il popolo&raquo;.&nbsp; Il noi si articola, si precisa restringendosi e allargandosi nel medesimo tempo. De Sanctis pu&ograve; essere insieme parziale e universale. Nella <em>Storia della letteratura italiana</em> conduce una lotta contro la vecchia cultura classicistica e contro le tendenze politiche reazionarie che contrastavano in Italia prima il processo risorgimentale e poi l&rsquo;affermazione piena della nazionalit&agrave; italiana. Nello steso tempo per&ograve; la sua opera supera agevolmente i confini nazionali e viene riconosciuta come un valore universale in Europa perch&eacute; sa interpretare un movimento di riscossa e di formazione dello spirito nazionale largamente condiviso dalla cultura europea ottocentesca. De Sanctis, insomma, esprime l&rsquo;orizzonte di una classe e di un popolo, parla a una comunit&agrave;, intreccia un dialogo e insieme conduce un conflitto.</p>
<p>Nello stesso tempo, per&ograve;, lo storicismo desanctisiano &egrave; anche in grado di misurare la propria relativit&agrave;. De Sanctis, mentre conduce la propria battaglia, &egrave; capace di vedere al di l&agrave; di essa. Nel saggio su Gervinus gi&agrave; citato scrive:</p>
<p>Le epoche storiche sono momenti transitorii, che non rispondono a nessun concetto assoluto. Verr&agrave; un tempo che il concetto di umanit&agrave; sar&agrave; sostituito a quello di nazionalit&agrave;; n&eacute; per&ograve; gli storici futuri avranno il diritto di censurare il movimento nazionale odierno.<a name="n4"></a><a href="#nf4">[iv]</a></p>
<p>&Egrave; una affermazione di cui dovremo ricordarci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>3.</strong></p>
<p>La particolarit&agrave; e il <em>noi</em> di De Sanctis sembrano oggi difficilmente praticabili. Negli ultimi sessant&rsquo;anni, a partire, direi, da <em>Mimesis</em> di Auerbach, la prospettiva si &egrave; dilatata. Per fare un solo esempio, il <em>noi</em> di Edward Said &egrave; molto diverso da quello desanctisiano; e altrettanto si potrebbe dire del <em>noi</em> del suo collega americano Harlod Bloom, anche se si tratta di due &ldquo;noi&rdquo; molto diversi fra loro e addirittura alternativi. Said e Bloom si muovono entrambi in una prospettiva planetaria, ma il secondo difende il grande canone occidentale contro l&rsquo;influenza di altre culture, mentre il primo indaga come l&rsquo;identit&agrave; dell&rsquo;Occidente si sia formata attraverso un comportamento di annessione/esclusione di tipo imperialistico e come Oriente e Occidente si siano costituiti su basi contrappuntistiche.</p>
<p>Come &egrave; noto, Edward Said, gi&agrave; a partire dal saggio iniziale di <em>The World, the Text, and the Critic</em>, si &egrave; pi&ugrave; volte intrattenuto sul processo genetico di <em>Mimesis </em>di Auerbach. Secondo Said, Auerbach descrive i lineamenti della letteratura occidentale nella sua vocazione alla rappresentazione del reale stando sulla soglia dell&rsquo;Occidente, anzi gi&agrave; fuori da esso e in esilio, comunque, dalla sua cultura. Si trovava cio&egrave; in una situazione che, nonostante la privazione di informazioni e la mancanza di biblioteche specializzate in studi europeistici, e anzi forse proprio per questo, si prestava particolarmente ad assumere quella prospettiva di cui Auerbach stesso parla nel saggio <em>Filologia della Weltliteratur</em>: la prospettiva che muove s&igrave; dalla cultura e dalla lingua nazionali, ma che &egrave; capace anche di separarsi da esse e di trascenderle. Anzi, come scrive Auerbach, - e mi sembra affermazione memorabile - &laquo;la nostra casa filologica &egrave; la terra, non pu&ograve; pi&ugrave; essere la nazione&raquo;<a name="n5"></a><a href="#nf5">[v]</a>. Se per Auerbach particolare e universale, ormai, non possono essere pi&ugrave; quelli praticati da De Sanctis, egli sembra per&ograve; riprenderne l&rsquo;anticipazione utopica che aveva indotto il critico irpino a ipotizzare un&rsquo;epoca in cui la prospettiva dell&rsquo;umanit&agrave; e dell&rsquo;unit&agrave; del genere umano avrebbe sostituito quella nazionale. Ovviamente Said &egrave; interessato a una simile posizione perch&eacute; anche lui si sente fra due mondi &ndash; l&rsquo;Oriente e l&rsquo;Occidente &ndash; e anzi ha assunto un punto di vista esterno alla cultura europea per studiare il modo interessato e strumentale con cui questa ha rappresentato il mondo dei colonizzati africani e asiatici.</p>
<p>In Italia fra anni Trenta e anni Sessanta del Novecento grandi critici hanno preso a riferimento comunit&agrave; pi&ugrave; o meno ristrette, pi&ugrave; o meno ampie: Contini, per esempio, ha parlato perlopi&ugrave; a nome di una cerchia di specialisti, anche se &ndash; come mostra la <em>Letteratura</em><em> dell&rsquo;Italia unita</em> &ndash; si &egrave; rivolto anche al mondo della scuola e ha cercato di affermare un certo canone nazionale. Debenedetti si &egrave; indirizzato invece a una comunit&agrave; pi&ugrave; vasta, a un pubblico pi&ugrave; vario, e ha sempre tenuto presente un canone europeo e un orizzonte culturale occidentale (giacch&eacute; nelle opere gli interessa cogliere, come ebbe a dire, il profilo dell&rsquo;uomo d&rsquo;Occidente). Entrambi comunque presuppongono un pubblico colto e una societ&agrave; civile che oggi non esistono pi&ugrave;. La crisi della critica di cui si parla da tempo trova qui una delle sue ragioni. &Egrave; venuto meno un pubblico che non sia coatto e istituzionale (chiuso cio&egrave; entro la riserva indiana degli apparati educativi, dalla scuola media all&rsquo;universit&agrave;), e nel contempo &egrave; collassata anche una prospettiva culturale ed etico-politica di tipo esclusivamente nazionale. Insomma si &egrave; dissolto per la critica qualunque possibilit&agrave; di un mandato sociale. L&rsquo;io del critico ha perci&ograve; difficolt&agrave; a riconoscersi in un qualunque noi. A differenza di De Sanctis, il critico letterario di oggi non si pu&ograve; riconoscere in una classe particolare e stenta a individuare un orizzonte universale cui riferirsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>&nbsp;</strong></p>
<p><strong>4.</strong></p>
<p>Di nuovo dunque torniamo al nostro punto di partenza. A chi ci rivolgiamo oggi quando facciamo critica? Con chi dialoghiamo, con chi ci confrontiamo? Per chi o per che cosa o contro chi e contro che cosa scriviamo?</p>
<p>Assumere oggi un&rsquo;etica e un punto di vista universali comporterebbe oggi assumere consapevolezza della nostra parzialit&agrave; e nello stesso tempo di esprimere non solo il privilegio dell&rsquo;Occidente ma le contraddizioni e la spinta all&rsquo;autorealizzazione dell&rsquo;umanit&agrave; intera, di conservare e trasmettere la nostra determinata identit&agrave; culturale e nello stesso tempo di metterla in gioco cogliendone la particolarit&agrave; attraverso una visione contrappuntistica delle differenze<a name="n6" href="#nf6">[vi]</a>. Realizzare l&rsquo;universale riconoscendo, conciliando e discutendo le differenze: questo dovrebbe essere il programma di quanti intendono svolgere una funzione intellettuale di produzione sociale del senso nel campo della produzione umanistica.</p>
<p>E tuttavia &egrave; impossibile nascondere che si tratta di una prospettiva particolarmente difficile. Vi si oppongono i caratteri stessi della globalizzazione in atto e i processi di disgregazione che hanno attraversato negli ultimi decenni la condizione intellettuale. Infatti, sotto il manto della globalizzazione, sta avanzando un processo di disgregazione e di spappolamento delle identit&agrave;, e queste perci&ograve; tendono a contrapporsi, a chiudersi a riccio e a resistere arroccandosi sul localismo, sulle tradizioni, sul passato. La stessa identit&agrave; nazionale rischia di essere posta in questione non gi&agrave; da processi di unificazione a livello continentale o planetario, bens&igrave; da movimenti regionalistici spesso non privi di venature razzistiche e xenofobe. Lo studioso di letteratura, il critico, l&rsquo;intellettuale si trova cos&igrave; ulteriormente incerto e diviso fra le esigenze di una necessaria battaglia di retroguardia contro questi movimenti e la indeterminatezza attuale di una prospettiva pi&ugrave; giusta e pi&ugrave; larga.</p>
<p>Bisogna aggiungere che la ricostruzione di un <em>noi</em> &egrave; resa inoltre problematica dai processi di disgregazione e di marginalizzazione del ceto intellettuale o forse, come &egrave; pi&ugrave; giusto dire oggi, dei lavoratori della conoscenza. La crisi della critica non &egrave; che un aspetto sia della crisi della letteratura in quanto tale, sia della crisi della funzione e del ruolo del ceto intellettuale. La letteratura ha perduto nella societ&agrave; d&rsquo;oggi il prestigio e l&rsquo;autorit&agrave; che aveva avuto per secoli, mentre i lavoratori della conoscenza sono attraversati da giganteschi processi di disgregazione, di precarizzazione e di marginalizzazione.</p>
<p>E tuttavia questa nuova condizione dell&rsquo;intellettuale apre anche qualche prospettiva interessante, pu&ograve; schiudere una possibilit&agrave;, contenere in s&eacute; una potenzialit&agrave;. Sta nascendo, ha scritto Said<a name="n7"></a><a href="#nf7">[vii]</a>, una nuova tipologia di intellettuale del tutto assorbito negli ingranaggi tecnici e burocratici dei nuovi apparati di sapere-potere e tuttavia costretto a un ruolo dipendente e precario. Questa nuova posizione, mentre rende impossibile la tradizionale funzione di mediazione culturale, induce il nuovo lavoratore della conoscenza a configurarsi tendenzialmente come un <em>outsider</em>, un dilettante, un emarginato, un esiliato, un uomo di confine. Ebbene, proprio tale condizione favorirebbe la manifestazione negli intellettuali di spirito di opposizione e non di compromesso. Inoltre &ndash; questo &egrave; il punto pi&ugrave; interessante sviluppato da Said - questo nuovo lavoratore della conoscenza trova &laquo;la propria ragione d&rsquo;essere nel fatto di rappresentare tutte le persone e le istanze che solitamente sono dimenticate o censurate&raquo;. In altri termini, la marginalit&agrave; dell&rsquo;intellettuale ne farebbe una figura rappresentativa di tutte le altre marginalit&agrave; presenti sulla scena mondiale. In quanto specialista della liminarit&agrave;, e cio&egrave; del passaggio dei confini, della traduzione, del dialogo, della conoscenza critica della differenza, gli si aprirebbe insomma la possibilit&agrave; di un <em>noi</em> diverso e di una nuova funzione della critica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<div><br />
<hr size="1" />
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<p><a name="nf1" href="#n1">[i]</a> I. KANT, <em>Critica del giudizio</em>, Bari, Laterza, 1974, p. 54.</p>
</div>
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<p><a name="nf2" href="#n2">[ii]</a> F. DE SANCTIS, <em>Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo</em>, in <em>Saggi critici</em>, a cura di L. RUSSO, vol. I, Laterza, Bari 1965, p. 228.</p>
</div>
<div>
<p><a name="nf3" href="#n3">[iii]</a> F. DE SANCTIS, <em>Storia della letteratura italiana,</em> a cura di N. GALLO, con intr. di N. SAPEGNO, Einaudi, Torino 1971, vol. II, p. 838.</p>
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<div>
<p><a name="nf4" href="#n4">[iv]</a> F. DE SANCTIS, <em>Giudizio del Gervinus sopra Alfieri e Foscolo</em>, cit., pp. 225-6.</p>
</div>
<div>
<p><a name="nf5" href="#n5">[v]</a>&nbsp; E. AUERBACH, <em>Filologia della Weltliteratur</em>, in <em>San Francesco Dante Vico ed altri saggi di filologia romanza</em>, De Donato, Bari 1970, p. 191.</p>
</div>
<div>
<p><a name="nf6" href="#n6">[vi]</a> Per il metodo contrappuntistico, cfr. E. W. SAID, <em>Cultura e imperialismo</em>, Gamberetti, Roma 1998.</p>
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<div>
<p><a name="nf7" href="#n7">[vii]</a> E. SAID, <em>Dire la verit&agrave;. Gli intellettuali e il potere</em>, Feltrinelli, Milano 1995, pp. 9-27.</p>
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</div>]]></description>
</item>
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<title>Mario Domenichelli su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=61</link>
<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Prendo spunto da due conclusioni: la prima &egrave; quella dell&rsquo;introduzione e inquadramento teorico del bel libro di Romano Luperini<a href="#nota1"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup></span></a>, e la seconda quella del libro stesso; scelgo la prima perch&eacute; pone in gioco in modo drammatico il valore estrinseco, come dire, del lavoro critico; e la seconda perch&eacute; mi pare inscrivere in modo esemplare il vero tema del libro di Romano che forse non &egrave; l&rsquo;incontro che in modo strumentale ed &egrave; invece il destino stesso, l&rsquo;idea stessa di destino nella modernit&agrave; o tarda modernit&agrave;.</p>
<p>Dunque leggo la prima conclusione:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Se ogni discorso critico &egrave; un discorso allegorico &ndash; si parla di questo (sottolineato), il letterario, per parlare di altro (sottolineato), e fra le due sfere c&rsquo;&egrave; uno iato, lo stesso che divide significante da significato -, l&rsquo;allegoria di questo libro &egrave; scoperta e rivela anch&rsquo;essa, come tutte le allegorie moderne, il vuoto che la sottende. Il discorso critico &egrave; privo di garanzie. Trae la propria forza dall&rsquo;interpretazione e dall&rsquo;argomentazione, dunque da un pubblico, da un contesto comunitario, che per&ograve; &egrave; sempre precario e mutevole. Quando questo, come oggi, &egrave; scarsamente presente, o manca del tutto, la critica perde, o rischia di perdere, ogni valore e significato. Ma tentare fa parte della scommessa ermeneutica. Il suo punto di debolezza &egrave; anche il suo punto d&rsquo;onore; e la sua umilt&agrave; non pu&ograve; disgiungersi da questo orgoglio<a href="#nota2"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un discorso denso, e forte che &egrave; segnato da una dichiarazione di appartenenza (il Moderno, certamente), da una di isolamento, in qualche modo dalla constatazione della propria inattualit&agrave;, e dall&rsquo;affermazione orgogliosa, nonostante tutto, della scommessa ermeneutica <em>against all odds</em>, tra orgoglio, per l&rsquo;appunto, e quasi luciferina &ndash; ci&ograve; che vedo assai positivamente, <em>obduratio</em>, e umilt&agrave;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cos&igrave; potrei tentare di identificare i temi europei portanti di questo passo, attraverso quelle parole chiave, orgoglio, umilt&agrave;, punto d&rsquo;onore, attraverso la loro provenienza, la loro storia, ma non far&ograve; questo, non di questo voglio parlare. Mi interessa invece capire il senso di un&rsquo;operazione che si pone tra tematologia ed ermeneutica, poich&eacute; questo &egrave; il problema teorico pi&ugrave; rilevante:<em></em></p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>&nbsp;D&rsquo;altronde a guidare l&rsquo;autore del libro &egrave; una passione essenzialmente ermeneutica, che qui si &egrave; impegnata nella lettura di una serie ridotta di testi, scelti perch&eacute; sufficientemente omogenei per area cronologica e geografica, dotati di sicuro valore artistico e unificati dall&rsquo;angolatura che il tema dell&rsquo;incontro pu&ograve; offrire<a href="#nota3"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[3]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>Disarticolo un attimo il discorso, o meglio lo scandisco nelle sue linee portanti che sono dunque:</p>
<p><strong>1)</strong> la passione ermeneutica: <em>hermeneia</em> indica, per ricordarlo a me stesso, attraverso Gadamer e Ricoeur<a href="#nota4"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[4]</span></sup></span></a>, interpretazione, oltre che traduzione. <em>Hermeneus</em>, <em>hermeneut&eacute;s</em>, viene da Hermes, come dice Socrate nel <em>Cratilo</em>, ed &egrave; il nunzio del dio, e colui che fa dell&rsquo;<em>eirein</em>, dell&rsquo;uso del parlare, la propria professione, il proprio commercio, connesso a <em>emesato</em> - l&rsquo;escogitare omerico, a sua volta connesso a <em>mechanesasthai</em>, il macchinare. <em>Hermeneut&eacute;s</em> combina dunque i temi di <em>Hermes</em>, <em>emesato,</em> <em>eirein</em>, sicch&eacute; nel senso desumibile dall&rsquo;etimologia greca l&rsquo;interpretare implica l&rsquo;apertura all&rsquo;alterit&agrave;, e a una diversa dimensione del pensare; che tutto ci&ograve; sia in qualche modo legato a una delle fattispecie dell&rsquo;incontro in letteratura, e dell&rsquo;incontro con la letteratura, pare a noi ovvio; sicch&eacute; davvero possiamo dire che l&rsquo;incontro &egrave; tema ermeneutico per eccellenza. L&rsquo;ermeneutica &egrave;, filosofia o letteratura, l&rsquo;interpretazione delle scritture (del passato), garante in ogni caso della tradizione non come mera conservazione, ma come luogo di produzione di significato: ci&ograve; che molto si attaglia, io credo, al lavoro di Luperini, nella prospettiva che Gadamer chiama di &laquo;fusioni di orizzonti&raquo;, storici e dunque di senso, e che forse io chiamerei definizione di un piano prospettico in grado di attualizzare senza rinunciare a storicizzare nella comprensione del tempo e della storia come di un processo che l&rsquo;ermeneutica &ndash; in particolare nel caso di Luperini &ndash; vede come dialettica di continuit&agrave; e discontinuit&agrave;;</p>
<p><strong>2)</strong> il secondo punto &egrave; che Luperini si limita programmaticamente e lo dichiara a una serie ridotta di testi;</p>
<p><strong>3)</strong> che sono cronologicamente e geograficamente contigui e</p>
<p><strong>4)</strong> di sicuro valore artistico;</p>
<p><strong>5)</strong> e che dunque si offrono come insieme unitario o comunque unificabile dall&rsquo;angolatura del tema, in realt&agrave;, forse dell&rsquo;analisi, e cio&egrave; dal punto di vista attraverso cui il tema viene valutato.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il punto di vista, ovviamente &egrave; influenzato dalla quantit&agrave; di memoria che l&rsquo;interprete, cio&egrave; Luperini ha a sua disposizione (molta, certamente), e da un&rsquo;idea &lsquo;forte&rsquo; che riguarda non tanto l&rsquo;incontro, ma l&rsquo;incontro come segno di un altro tema interconnesso e cio&egrave; il destino, e la storia delle sue figurazioni e percezioni in tempi moderni da <em>I promessi sposi</em>, attraverso <em>L&rsquo;Educationsentimentale</em> come materiali ermeneutici per la parte prima: <em>Incontri e forma del contenuto, fra incontri essenziali e incontri inessenziali</em> - per giungere, attraverso Maupassant, Verga, Musil, Kafka, Proust, Svevo, Joyce, Pirandello, Tozzi, fino alla met&agrave; del Novecento (Calvino, Fenoglio) e ben oltre (Roth), il che sta a dire i <em>monumenta</em> letterari della modernit&agrave;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Saggi molto belli, veri incontri ermeneutici, che aprono in testi canonici dimensioni altre e nuove, straniate. Un&rsquo;idea forte dunque, e una storia del destino anche se <em>per fragmenta</em>, ma attraverso una campionatura di sicuro valore artistico. Non a caso Luperini usa il termine di &laquo;Monumenti&raquo;: ci&ograve; che evidentemente evoca <em>Tradition and Individual Talent</em> in cui T. S. Eliot, come tutti ricordano, vede la tradizione occidentale come una serie di monumenti a cui si aggiungono nuovi monumenti che modificano. nell&rsquo;aggiungersi, la serie, svelandone, o aggiungendo, nuovi significati, sicch&eacute; &egrave; forse implicitamente un insieme che viene costruendosi &ndash; anche per decostruzione &ndash; come un&rsquo;ermeneutica progressiva. Ma a noi viene in mente anche quella grande e importante serie di seminari che &egrave; <em>Mimesis</em> di Auerbach; cos&igrave; come quell&rsquo;altro grande saggio di Auerbach su &ldquo;Figura&rdquo; e prefigurazione come fondamento teorico, io credo, non solo dei suoi <em>Studi danteschi</em><a href="#nota5"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup></span></a>, ma come fondamento teorico <em>tout court</em>, e fondamento, per quel che si diceva, ermeneutico consapevole delle discontinuit&agrave; sullo sfondo, tuttavia, sulle costanti.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco dunque un primo punto di riflessione forte e di certo fascino. Luperini, direi, ha la stessa concezione monumentale della storia letteraria e di ogni suo pezzo canonico che aveva Eliot; ci&ograve; che implica il giudizio di valore, implicito, che elimina ogni <em>dross</em>, ogni scoria, come inimportante se non del tutto ininfluente ai fini dell&rsquo;interprete. Questa &egrave; la prima, forte e importante, linea di scelta che non pu&ograve;, evidentemente, non costituire la prospettiva prima e condizionante, il fondamento vero, semplice e forte, lo ripeto dell&rsquo;ermeneutica in questione, il giudizio di valore espresso, non tanto personalmente ma dalla tradizione stessa. A Luperini interessa delimitare il campo d&rsquo;indagine in senso disciplinare diciamo, e pare insensibile, se non contrario, alle attrattive di un altro tipo di analisi che opera per attraversamento di confini disciplinari e che trova in questa strategia una poetica della complessit&agrave; che procede continuamente per forme di straniamento e di dislocazione, di sconfinamenti. Romano giudica assai duramente i trasgressori che identifica in certi studi di genere, nei <em>cultural studies</em>, e in certi studi tematici. Ma certo non si riferisce a Said che di questi sconfinamenti fa la sua ragione prima e sente la letteratura non come letterariet&agrave; &ndash; a me pare &ndash; ma come insieme complesso ed eterogeneo attraverso cui si compone la testualit&agrave; occidentale e che si pu&ograve; comprendere a pieno solo attraverso incroci e rispecchiamenti con testi non-letterari o, diciamo cos&igrave;, a basso tenore di letterariet&agrave;. C&rsquo;&egrave; dunque una forma di contrariet&agrave;, chiaramente espressa, nei confronti degli studi tematici, anche se Luperini scrive che la sua, oltre che una pratica ermeneutica, &egrave; anche un lavoro di critica tematica che si fonda in sostanza &laquo;sul rapporto tra incontro e trama (intreccio) nella storia della narrativa dal 1820 al 1920, e sull&rsquo;altro rapporto tra incontro e la nascita di una nuova antropologia dell&rsquo;uomo occidentale&raquo;<a href="#nota6"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[6]</span></sup></span></a>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Luperini ha ragione a dire che ci&ograve; gli consente di connettere l&rsquo;analisi dei contenuti a quella delle forme, lanciando nel contempo una sua invettiva contro l&rsquo;analisi tematica frequentata dai <em>cultural studies</em> o dai <em>gender studies</em> &ndash; certo non da quelli veramente importanti - e che, a suo modo di vedere, salta a pi&egrave; pari la questione della storicit&agrave; &laquo;inseguendo magari un riferimento da Omero, o dalla Bibbia al romanzo moderno e postmoderno (o al cinema contemporaneo) e privilegiando le costanti quasi che il tema fosse un archetipo fuori dalla storia, impermeabile alle ideologie e alle visioni del mondo religiose, politiche e filosofiche, o per dimenticare che il rilievo tematico acquista importanza artistica solo passando attraverso un processo di formalizzazione e concretizzandosi in una costruzione estetica dotta di una propria individualit&agrave; &ndash; costituendo pur sempre &ndash; ogni prodotto letterario &ndash; un unicum&raquo;. E continua Romano dicendo che &laquo;i testi letterari non possono essere considerati alla stregua di documenti, essi sono monumenti (sottolineato) in cui si deposita un particolare valore che va ri-negoziato ogni volta&raquo;<a href="#nota7"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[7]</span></sup></span></a>. Soprattutto siamo d&rsquo;accordo sul fatto che le variabili vanno valutate e apprezzate, nelle loro componenti formali, e di significato, sul filo della storia e sullo sfondo degli avvenimenti, piccoli e grandi che definiscono le condizioni del variare, del mutare di un tema. Ma si deve dire che si tratta, in ogni caso, di ci&ograve; che si intende fare. A tematica preferirei tematologia che indica, a partire da Elisabeth Frenzel, da Raymond Trousson e Herbert Frenzel<a href="#nota8"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[8]</span></sup></span></a>, proprio il mutare di un tema nella storia, a testimonianza della stessa. Tuttavia aggiungerei che si tratta delle finalit&agrave; che ogni analisi tematica si propone: si pu&ograve; fare della critica tematica di un singolo testo, per esempio, considerandone temi e motivi come ricorrenze musicali (come capita con il libretto di Ivan F&ograve;nagy, <em>La ripetizione creativa</em><a href="#nota9"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[9]</span></sup></span></a>); si pu&ograve; fare critica tematica applicandone i <em>principia</em> a un testo, non tanto descrivendone &ldquo;il contenuto&rdquo;, ma tentando di mostrarne significati inediti proprio a partire dal ricorrere e variare delle figure tra il testo in analisi e altri testi coevi, o che l&rsquo;hanno preceduto; si pu&ograve; fare critica tematica considerando un insieme di testi connessi per contiguit&agrave; epocale e per genere o modo di scrittura, per tentare di afferrarne la <em>quidditas</em>; si pu&ograve; anche fare della critica tematologica a partire da una figura ricorrente transgenerica e transepocale analizzata nelle sue variazioni storicamente determinate per capirne il senso, il senso stesso della tradizione, o scoprirne altre valenze; oppure anche, a seconda delle intenzioni dell&rsquo;interprete e dell&rsquo;uso, dell&rsquo;utile che ne vuole trarre, si pu&ograve; analizzare una figura, o pi&ugrave; figure interconnesse in un <em>cluster</em>, per capire quale sia il senso di quella ricorrenza nel contesto della tradizione, di un&rsquo;epoca; si pu&ograve; anche infine analizzare un tema come ricorrente attraverso variazioni significative in tutta la tradizione, come per esempio capita se si vuole scrivere una voce di dizionario tematico: in questo caso il problema che ci si pone &egrave; quello dell&rsquo;informazione, ma senza rinunciare a un disegno ermeneutico che non riguarda i singoli testi, ma il macrotesto della tradizione, pur nella consapevolezza che si sta mettendo a punto uno strumento d&rsquo;analisi pi&ugrave; che un&rsquo;analisi in s&eacute;<a href="#nota10"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[10]</span></sup></span></a>. Dipende, lo ripeto, dal fine che ci si propone e che definisce anche la priorit&agrave; e dunque i materiali d&rsquo;analisi, che possono essere un singolo testo, una serie di testi epocalmente contigui, appartenenti a uno o pi&ugrave; generi, un <em>cluster</em> tematico (pi&ugrave; temi interconnessi in una singola opera o in un gruppo di opere), o lo sviluppo di un tema come elemento costitutivo dell&rsquo;immaginario collettivo e della tradizione. Ognuno di questi approcci, a mio modo di vedere, pu&ograve; avere la sua utilit&agrave;, e nessuno io lo definirei sbagliato in principio. Sbagliato, anche a nostro avviso, &egrave; considerare, consapevolmente o meno, il tema come archetipo immutabile al di fuori della storia. Luperini parla del tema come della &laquo;forma del significato&raquo; (&egrave; il titolo della parte prima: Inco<em>ntri e forma del contenuto</em>: una formulazione chiusa in qualche modo nel significante, laddove io preferirei parlare di &ldquo;forma dell&rsquo;esperienza&rdquo;, o di modi storicamente determinati e variabili della percezione e formulazione di un&rsquo;esperienza, di un <em>Erlebnis</em> che pu&ograve; essere storicamente delimitato, o attraversare l&rsquo;intero della tradizione rappresentativa. Ci&ograve; che mi interessa della tematologia, nel mio credo comparatista, &egrave; che il testo letterario non pu&ograve; che essere considerato all&rsquo;interno di un insieme (religione, politica, economia, filosofia, l&rsquo;insieme della storia delle idee che danno forma a una percezione della vita di cui l&rsquo;opera d&rsquo;arte, quale che sia il suo statuto e il suo modo e strumento d&rsquo;espressione, &egrave; testimone &ndash; per un verso o per quello esattamente opposto). La prospettiva ermeneutica, la produzione di significati, ci&ograve; che comunque pu&ograve; essere un&rsquo;ermeneutica, o presupporre o sviluppare un&rsquo;ermeneutica, non pu&ograve; che essere esaltata dal rapporto complesso della parte (opera, figura, gruppo di testi) con l&rsquo;insieme, o sottoinsieme a cui appartiene. Non sono convinto che sia utile porre la questione del giudizio di valore, estetico, contro il valore puramente documentario: a me pare che, in realt&agrave;, la verit&agrave; delle cose, la verit&agrave; contenuta o allo stesso modo taciuta in una data testualit&agrave; &egrave; possibile da intravedere, in modo sempre fuggevole, illusorio, nello spostarsi ermeneutico dell&rsquo;interrogazione, solo nella complessit&agrave;, attraverso la complessit&agrave; del viluppo testuale, dei rapporti tra un testo e l&rsquo;insieme testuale, alla tradizione, o a una porzione della tradizione, al quale appartiene. Il giudizio estetico, del resto, la monumentalit&agrave; stessa &egrave; soggetta alla storia e al variare dei gusti, anche se &egrave; vero che la nostra identit&agrave; si compone nella tradizione che &egrave; l&rsquo;insieme anche dei <em>monumenta</em> artistici e letterari a cui la storia stessa d&agrave; valore permanente (il canone certamente, che non &egrave; messo in dubbio e letteralmente distrutto nella tarda modernit&agrave; americana, dai <em>cultural studies</em> che non sono una causa, ma un sintomo di una esigenza di diverse prospettive che si originano in nuove condizioni del vivere sociale). Il valore monumentale permanente, io credo, sta proprio nella capacit&agrave; di ogni singolo testo o monumento di rapportarsi con l&rsquo;intero, l&rsquo;insieme a cui appartiene, o la serie di sottoinsiemi ai quali appartiene e che dunque testimonia nel silenzio, nelle cicatrici e nelle zone di opacit&agrave; che pongono al lettore un&rsquo;interrogazione che &egrave; esattamente l&rsquo;interrogazione ermeneutica che non si d&agrave;, come ben sappiamo, come semplice descrizione &ndash; se mai questo fosse veramente possibile - di quel che si vede, ma proprio invece come capacit&agrave; di vedere soprattutto ci&ograve; che il testo sottace o semplicemente rimuove, e anche ci&ograve; che nel testo muta e sotterraneamente mina le ideologie e assiologie della sua contemporaneit&agrave;: ci&ograve; che lo rende l&rsquo;<em>unicum</em> di cui parla Romano. Ho mente un passo da <em>Nietzsche, l&rsquo;id&eacute;ologie l&rsquo;histoire</em> che mi ha sempre colpito, fin dagli anni Settanta e che &egrave; stata per me una rivelazione che dunque ho preso come viatico ed esergo per tutto quello che ho fatto. Vi si dice di che cosa sia un <em>bon historien</em>, uno che vede la storia come mascherata, un gran carnevale<a href="#nota11"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[11]</span></sup></span></a>; e io ho l&rsquo;impressione dunque, che ci&ograve; coinvolga anche la letteratura come gioco di maschere, di silenzi e di parole, di occultamenti, di infingimenti strategici che sappiano a un tempo occultare e disvelare, con lo stesso gesto, ci&ograve; che, per varie ragioni, pi&ugrave; o meno consapevoli, non pu&ograve; essere detto. Bene, io penso che Luperini abbia proprio questa vista penetrante che sa rendere trasparente proprio ogni zona di opacit&agrave; nel testo. Io credo tuttavia che questo possa essere fatto anche, e a buona ragione, attraverso il non letterario, ci&ograve; che non &egrave; letteratura, anche se, temo, io tendo a considerare letteratura praticamente tutto ci&ograve; che &egrave; scritto, e la scrittura stessa della storia stessa. Capisco bene &ndash; almeno lo spero - che vi sono differenze di valore e di pregnanza; ma la mia priorit&agrave; non tanto &egrave; il testo &ndash; a meno che io non sia impegnato in qualche impresa di natura filologica ovviamente &ndash; ma la tradizione stessa, non tanto il monumento, ma l&rsquo;insieme dei monumenti nelle loro interconnessioni con ci&ograve; che non &egrave; monumentale, che non lo &egrave; mai stato o che ha cessato di esserlo. Sicch&eacute;, in fondo, anche io come altri, ho continuato a studiare la lingua dei morti, e anche le voci pi&ugrave; umili, meno apparentemente interessanti, materiali d&rsquo;analisi poveri, e di nessun pregio apparente, magari in apparenza inaffidabili, eppure per me utilissimi nella loro dialettica e nelle interconnessioni con le voci pi&ugrave; distinte, distinguibili, i testi per noi pi&ugrave; ricchi e preziosi.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La formulazione, usata da Romano a proposito di quel che capita dopo le rivoluzioni del 1848, &ldquo;la privatizzazione del destino&rdquo; &egrave; sicuramente germinata tra il Luk&aacute;cs del <em>Romanzo storico</em> in cui Luk&aacute;cs parla di &ldquo;privatizzazione della storia&rdquo;, ma intende abbastanza ovviamente la privatizzazione del destino, o forse, anche pi&ugrave; semplicemente, la richiesta di destino avanzata dopo la rivoluzione francese, e frustrata dagli esiti delle rivoluzioni quarantottarde, e la dura critica di Luk&aacute;cs nei confronti della <em>Lebensphilosophie</em>, da Kierkegaard a Jaspers e Heidegger in <em>Die Zerst&ouml;rung der Vernunft</em><a href="#nota12"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[12]</span></sup></span></a>, a partire dallo stesso principio che spiegherebbe l&rsquo;origine dell&rsquo;irrazionalismo che Luk&aacute;cs vede all&rsquo;opera in quegli autori. Giungo alla seconda citazione che avevo annunciato nel mio incipit: la conclusione del libro di Luperini:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Il modernismo costituisce dunque una svolta nella storia della modernit&agrave;, uno spartiacque &ndash; direi &ndash;assai pi&ugrave; decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda met&agrave; del Novecento. Fra la finedell&rsquo;Ottocento e gli inizi del nuovo secolo &egrave; nato un tipo di societ&agrave;, un modo di incontrarsi e di rapportarsi, che segnala una difficolt&agrave; un malessere profondo e un alto grado di problematicit&agrave; nel rapporto con la realt&agrave;, in quello fra lo scrittore e la societ&agrave; edegli uomini fra loro. Il destino dell&rsquo;uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima della rivoluzione industriale, si &egrave; deciso in quegli anni, e ne portiamo ancora oggi il segno<a href="#nota13"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[13]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A me pare una formulazione davvero magistrale, soprattutto assai vera. Mi rimane da annotare in margine che la <em>Privatizierung</em> della storia di cui parla Luk&aacute;cs ha avuto il suo esito. Mi spiego Luk&aacute;cs parla di privatizzazione della storia in <em>Der Historische Roman</em><a href="#nota14"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[14]</span></sup></span></a> nel contesto della sua analisi di <em>A Tale of Two Cities</em> di Dickens, ma &egrave; evidente che si tratta di un giudizio su di un ripiegarsi sul privato degli affetti famigliari, nel ritrarsi dall&rsquo;incubo sanguinoso della storia, che ha, per esempio, un effetto similare in un romanzo novecentesco come il <em>Dottor %u017Divago</em> di Pasternak, e che aveva gi&agrave; avuto, prima del 1848 e appena dopo la fine delle guerre napoleoniche, il suo sviluppo nella Germania Biedermeyer. Questa privatizzazione della storia e dunque del destino &egrave; un effetto di <em>desenga&ntilde;o</em>; la privatizzazione della storia &egrave; un effetto di <em>containment</em> della paura della storia come dimensione di trascendenza pratica che macina l&rsquo;individuo e il suo destino, e anche dunque la filosofia dell&rsquo;individuo che la storia stessa, giusta la prospettiva di Hegel, pareva affermare. Da una parte abbiamo l&rsquo;affermazione, come dire, di un diritto al destino individuale negato proprio dalla trascendenza pratica della storia che fa del destino individuale, paradossalmente, un destino seriale e massificato; dall&rsquo;altra parte, come dice Luperini, un ripiegamento narcisistico del soggetto su di s&eacute;, quello gi&agrave; annunciato dal Kierkegaard di <em>Aut Aut</em>:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Quando l&rsquo;individuo si &egrave; affermato nel suo valore eterno, questo lo sommerge con tutta la sua pienezza. Le cose di questo mondo scompaiono per lui [&hellip;] ci&ograve; che la temporalit&agrave; gli pu&ograve; dare [&hellip;] gli pare insignificante in confronto a quanto possiede eternamente. Tutto si ferma per lui, egli &egrave; quasi giunto all&rsquo;eternit&agrave; prima del tempo. Si sprofonda in contemplazione, fissa se stesso [&hellip;] come Narciso si &egrave; innamorato di se stesso<a href="#nota15"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[15]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>Di questo stesso fenomeno, cos&igrave; appariscente nella letteratura e nella cultura europea, con diversa datazione, per esempio si occupa Auerbach nella chiusa all&rsquo;analisi che chiude anche il libro, al &laquo;Calzerotto marrone&raquo;, da <em>Gita al faro </em>di Virginia Woolf nel contesto della discussione sullo spostamento del &laquo;centro di gravit&agrave;&raquo; per il quale &laquo;si attribuisce meno importanza alle grandi svolte esteriori e ai colpi di destino&raquo;, perch&eacute; questo segnano evidentemente le grandi vite, mentre l&rsquo;enfasi, ora &egrave; posto sulla vita quotidiana, sulle piccole vite, sul tempo ordinario della memoria comune. In realt&agrave;, si potrebbe dire, quel ripiegarsi narcisistico del soggetto su di s&eacute;, che fonda, certamente, anche la nuova scrittura del moderno, , quel sovrapporsi di tempi, quella molteplicit&agrave; e simultaneit&agrave; di cui parla Auerbach, e che segnano profondamente <em>To the Lighthouse,</em> <em>Mrs. Dalloway</em> di Virginia Woolf, cos&igrave; come <em>Ulysses</em> di Joyce, nella tradizione romanzesca, e <em>The Waste Land </em>di Eliot in quella poetica, hanno precedenti soprattutto negli anni della <em>belle &eacute;poque</em> in Francia, come ben argomentano gli autori de <em>Le Roman c&eacute;libataire</em>, attraverso testi come <em>Paludes</em> di Gide, <em>A rebours </em>di Huysmans, <span style="text-decoration: underline;">Sixtine</span> di Gourmont, <em>Les lauriers sont coup&eacute;s</em> di Dujardin, e ancora Poictevin, Paul Adam, Lorrain, De L&rsquo;isle Adam, Barr&egrave;s, Schwob<a href="#nota16"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[16]</span></sup></span></a>.</p>
<p>Scrive Luperini:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Cambia il concetto di destino. Quello dell&rsquo;individuo non sta pi&ugrave; in una vicenda oggettiva, in una traiettoria sociale, in un processo di formazione che possa concludersi con un matrimonio o con il successo di una carriera, bens&igrave; nel riconoscimento di una spinta solo interiore, del valore subliminale di un&rsquo;esperienza, o addirittura della segreta alleanza fra caso, corpo e pulsioni inconsce, Il destino insomma si privatizza. Il momento pubblico e ideologico perde gran parte del suo precedente rilievo. Si afferma, a partire dalla grande lezione di Proust, una cultura della vita privata che privilegia emozioni, sensazioni segrete, sussulti della memoria involontaria. Con Proust, Musil, Joyce, Svevo nasce una nuova antropologia, per cui il desiderio, il corpo, il sogno possono avere la stessa dignit&agrave; della volont&agrave; e della scelta consapevole, la vita notturna diventare pi&ugrave; importante di quella diurna<a href="#nota17"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[17]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non c&rsquo;&egrave; davvero molto da aggiungere a una formulazione cos&igrave; efficace e interessante; potremmo forse dire che l&rsquo;esperienza della Comune, nel 1870 (ci&ograve; che Luk&aacute;cs ancora non manca di notare), e il suo fallimento, &egrave; forse un altro momento importante in questo che forse non chiameremmo mutamento antropologico, ma che certo definisce una crisi di fine e inizio d&rsquo;epoca, e la cesura tra il declino e l&rsquo;apocalisse della civilt&agrave; aristocratica, e l&rsquo;inizio del moderno, nel senso pi&ugrave; forte del termine; sicch&eacute; rimaniamo indecisi, poich&eacute; forse si potrebbe anche dire che la letteratura degli anni che vanno in specie tra il 1870 e i primi anni venti, marca da una parte proprio l&rsquo;implosione narcisistica della crisi aristocratica e dall&rsquo;altra, come faceva pensare D&rsquo;Annunzio al suo Sperelli nel <em>Piacere</em>, l&rsquo;avvento del &laquo;grigio diluvio dimocratico&raquo;. Ci&ograve; che &egrave; sicuro, come dice Luperini, &egrave; che ne portiamo ancora il segno. &laquo;La scrittura &egrave; solo l&rsquo;esercizio solitario di un artista che non ha legami n&eacute; con la propria comunit&agrave; n&eacute; con le cose. Perci&ograve; la verit&agrave; del mondo non le appartiene pi&ugrave;&raquo;<a href="#nota18"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[18]</span></sup></span></a>. Questo &egrave; ci&ograve; che scrive Luperini a proposito di Kafka e delle sue vuote allegorie, e che scrive anche a proposito del proprio libro, della propria scrittura. Che grande differenza rispetto a quanto scriveva Auerbach, meditando su quegli scrittori che attorno alla prima guerra mondiale avevano trovato un metodo per dissolvere la realt&agrave; rifranta nel prisma della coscienza<a href="#nota19"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[19]</span></sup></span></a>. Auerbach finiva ponendo l&rsquo;accento sulla crisi di mutamento testimoniata dalla <em>Selbstanschauung</em> che caratterizzava la nuova scrittura che in inglese veniva definita come <em>stream of consciousness</em> e che segnalava certamente la sfiducia in una qualsiasi via d&rsquo;uscita dalla crisi e un senso d&rsquo;avversione contro la civilt&agrave; ai limiti dell&rsquo;auodistruittivit&agrave; e del negativo. Ma Auerbach segnalava anche qualcosa di diverso, proprio a partire da Virginia Woolf, una speranza che quella scrittura segnalasse una via intravista verso &laquo;il livellamento economico e culturale&raquo;, e una &laquo;vita in comune degli uomini sulla terra&raquo; (<em>gemeinsamen leben der Menschen auf der Erde</em>), e dunque una sorta d&rsquo;utopia che certo non osava pienamente pronunciarsi in quella chiusa. E certamente l&rsquo;idea che la scrittura non avesse perso la realt&agrave;, ma l&rsquo;avesse anche pi&ugrave; pienamente conquistata nella rappresentazione, laddove la scrittura del Moderno, per Luperini, &egrave; una scrittura di perdita della realt&agrave;, poich&eacute; &laquo;la verit&agrave; del mondo non le appartiene pi&ugrave;&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<a href="#nota20"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[20]</span></sup></span></a>La verit&agrave; del mondo, io credo, la letteratura in un modo o nell&rsquo;altro continua a rappresentarla, anche in un mondo di infinit&agrave; complessit&agrave;. Abbiamo necessit&agrave; di memoria, come esemplarmente testimonia il libro di Luperini. Abbiamo necessit&agrave; di imparare a leggere in modo complesso, stratificato, i rapporti tra le cose. Muore la critica? O chiede, come dice Mario Lavagetto, l&rsquo;eutanasia? Io veramente non credo sia vero nemmeno questo, e che non sia vero nemmeno per Lavagetto. La crisi annunciata da Segre gi&agrave; nel 1993<a href="#nota21"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[21]</span></sup></span></a>, a me pare, ora come allora, del tutto determinata dalla crisi di una particolare idea di critica, dal suo esaurirsi. Non abbiamo pi&ugrave; pubblico? Io non direi. Il numero degli studenti che irragionevolemente insistono a iscriversi alle nostre facolt&agrave; mi fa pensare che il pubblico ci sia, e che il discorso intellettuale sia ben vivo, e che la letteratura e la lettura, e la scrittura siano ancora, come sempre, divertimento, emozione intellettuale, e anche sofferenza, e per&ograve; balsamo, gioia e dolore, soprattutto passione. Si tratta o di resistere ai mutamenti del mondo, ci&ograve; che a me pare comunque perdente in principio, o di capirne le ragioni, e fare anche di questo, se non di questo in primis, il nostro soggetto d&rsquo;analisi, magari per allegoria, certo, dicendo questo per intendere altro, parlando del passato avendo in mente il presente, dando nel passato in realt&agrave; figura al presente. Gli scribi &ndash; come ben si capisce dal libro di Siracide che ne fa l&rsquo;elogio - ci sono fin da quando c&rsquo;&egrave; la scrittura: ermeneuti, esegeti, commentatori, glossatori; io non credo proprio che gli scribi scompariranno con noi, con noi scomparir&agrave; una tipologia di intellettuale, o si evolver&agrave; in qualche altra figura. La crisi della critica di cui si parla &ndash; in diverso modo in diversi paesi &ndash; &egrave; una crisi di trasformazione, perch&eacute; questa, la trasformazione, &egrave; davvero ci&ograve; che non ci &egrave; consentito evitare. La nuova storia, la microstoria, la nuova antropologia, persino le scienze, gli studi interculturali hanno, planetariamente una forte rilevanza per chi si occupa di letteratura. Capisco bene che si tratta di fenomeni della tarda modernit&agrave; e che verrebbe spontaneo a chi proviene dalla tradizione italiana di studi, o anche da quella francese, evidentemente, rifiutarli in blocco; io credo invece che in tutte queste cose ci siamo prospettive e strumenti di grande interesse e che si tratta di adeguarli a ci&ograve; che noi intendiamo ricavarne. A me questa parrebbe una saggia cosa, e non priva, io credo, di vantaggi ermeneutici. Quello che forse pi&ugrave; interessa in questo contesto &egrave; un&rsquo;altra cosa: interessandomi di temi sono andato sempre pi&ugrave; affondando in una poetica critica della complessit&agrave; per la quale, un poco parafrasando Clifford Geertz, un antropologo! (<em>Die Welt in Stuecke</em><a href="#nota22"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[22]</span></sup></span></a>), nessun fenomeno sociale &egrave; comprensibile se isolato, o &egrave; comprensibile solo in modo piatto: ci&ograve; che occorre &egrave; una capacit&agrave; di <em>Thick Description</em>, di descrizione densa che ponga virtualmente in connessione molteplice ogni fenomeno con ogni altro fenomeno<a href="#nota23"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[23]</span></sup></span></a>. Tanto pi&ugrave; questo diventa vero nella societ&agrave; dell&rsquo;informatica e della globalizzazione, poich&eacute;, invero, pare a me, siamo di fronte a un mutamento antropologico ed epistemologico di enorme rilevanza, nel quale siamo immersi e che forse non riusciamo ancora a percepire in tutta la sua imponenza.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;altra questione che debbo porre in gioco &egrave; l&rsquo;ossessione del potere che in diversa misura e secondo diverse modalit&agrave; accomuna un neostorico come Greenblatt, e il vero fondatore degli studi postcoloniali, Edward Said, sulla base di considerazioni che vanno fatte a partire da Foucault, certamente, e da Bourdieu, ma anche da Gramsci, la cui idea di egemonia, attraverso Raymond Williams, pare ancora oggi paradigmatica, come ci facciamo insegnare, io temo, soprattutto dagli anglosassoni<a href="#nota24"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[24]</span></sup></span></a>. Il testo, e anche il macrotesto della tradizione, i monumenti, si formano in base a pressioni esterne e interne come campo di forze, o di poteri in una dialettica di conflitto e mutevoli alleanze; Per questo io vedo ogni analisi, ogni ermeneutica, non solo come dovere della memoria, ma anche come dovere politico. La crisi della critica in Italia, io credo, e anche in Francia &ndash; dove pi&ugrave; forte &egrave; stata negli anni Settanta l&rsquo;intenzione politica &ndash; e questa certamente pu&ograve; essere la ragione del disimpegno al quale io attribuisco anche la condizione dichiarata di crisi-, &egrave; da inquadrare in una pi&ugrave; generale crisi degli intellettuali. Non si tratta di una mancanza di pubblico, che abbiamo, o che molti di noi hanno, se solo si pensa alle centinaia di studenti che si trovano a lezione. Si tratta invece della perdita di prestigio della professione di scriba nella nostra tarda modernit&agrave;, e nel mondo dell&rsquo;utopia inverata, o quasi, del mercato (vado per approssimazione &ndash; su questo ci sarebbe, come si sa, molto da discutere). Ma noi <em>scribi</em> conserviamo un nostro potere: non tanto quello dei giornali e di un influenza sull&rsquo;editoria &ndash; pochi di noi l&rsquo;hanno conservato, pochi sono sempre stati quelli che l&rsquo;hanno avuto, ma un potere di parola e di analisi del gran teatro dell&rsquo;<em>agor&agrave;</em>, come dice Platone nell&rsquo;<em>Eutidemo</em>. Rinunciare a questo, per darsi a giochi formalistici, o rinserrarsi nei valori, nei grandi valori del testo che ci si pone come banco di prova, o dire, anche, pertanto, con qualche snobismo, che la letteratura, e la critica non servono, non devono servire a nulla facendo parte del superfluo, comunque e sono estranee allo spirito borghese dell&rsquo;utile, &egrave; sbagliato ed equivale a farsi del male. Io direi che letteratura e dunque critica (che ne &egrave; parte ovviamente), specie la critica conserva una sua capacit&agrave; di essere utile o di fare danno &ndash; si tratta di capire a chi l&rsquo;utile a chi il danno &ndash; e di allearsi o entrare in conflitto con altri poteri nel proprio campo di potere, e anche di invaderne altri. Insegnare a leggere, a scrivere anche, in modo critico, a misurarsi con la storia, la tradizione che fa la nostra identit&agrave;. Io credo che dovremmo rivendicare con forza questa potenzialit&agrave; che abbiamo di essere buoni o, certo, anche cattivi maestri, e di confliggere con altri poteri che certo, nel mondo delle comunicazioni di massa, si servono di ben pi&ugrave; potenti strumenti di persuasione, di creazione di consenso. Io continuo a pensare che, a partire dal Moderno, l&rsquo;intellettuale, il critico, sia di fatto una creatura del dissenso, un <em>dissenter,</em> per il semplice fatto che, ermeneuta, deve saper rendere strano e diverso il famigliare, l&rsquo;ovvio, e raccontare ogni vecchia storia in diversa prospettiva, per avere diritto alla storia e perch&eacute; essa non sia lasciata nella signoria dei poteri costituiti, e diritto al destino, certo, che da ci&ograve; dipende sempre di pi&ugrave; e in pi&ugrave; larga misura, e viene formato anche attraverso la creazione di consenso e dissenso attorno alle idee ricevute, e un destino non privatizzato, poich&eacute; i poteri si costituiscono anche, se non soprattutto per preformare e uniformare i destini individuali, ci&ograve; che meglio evita ogni dissenso nell&rsquo;utopia del conformismo. Ampliare la consapevolezza, formare gli strumenti della comprensione profonda e complessa. Ci&ograve; &egrave; per pochi, mi si dir&agrave;, con qualche ragione. Ma io penso che dobbiamo continuare a tenere accesi piccoli fuochi &ndash; come disse una volta Deleuze, se non sbaglio &ndash; i piccoli fuochi dell&rsquo;intelligenza. A me non parrebbe poco.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Scriveva bene, assai bene, Said che restituisco nella mia per quanto inadeguata traduzione:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Per come &egrave; praticata, la critica &egrave; cosa accademica, remota dai problemi che si trovano sui quotidiani. E questo, fino a un certo punto, va anche bene, ma il fatto &egrave; che abbiamo raggiunto uno stadio in cui specializzazione e professionalizzazione, alleati al dogma culturale [e noi intendiamo qui la dogmatica culturale, e cio&egrave; la cultura che si istituisce come una serie di dogmi che per loro natura si danno per inanalizzabili], a un etnocentrismo appena sublimato, al nazionalismo, insieme a insistenti e sorprendenti forme semireligiose di quietismo, hanno trasportato il critico letterario accademico e professionale [&hellip;] del tutto in un altro mondo relativamente quieto e segregato in cui non pare esservi alcun contatto con il mondo degli eventi e delle societ&agrave; che la storia moderna, gli stessi intellettuali e critici hanno di fatto costruito. In realt&agrave; la critica contemporanea &egrave; un&rsquo;istituzione che afferma pubblicamente il valori della nostra, e cio&egrave; europea, <em>&eacute;lite</em> culturale dominante, salvo scatenarsi privatamente in interpretazioni sfrenate di un universo predefinito come infinito errore di lettura di un&rsquo; interpretazione errata [<em>endless misreading of a misinterpretation</em>]. Il risultato di tutto questo &egrave; una regolata per non dire calcolata, irrilevanza della critica, a cui si riconosce una mera funzione ornamentale alle transazioni dei poteri nella moderna societ&agrave; industriale: l&rsquo;egemonia del militarismo, una nuova guerra fredda, la depoliticizzazione dei cittadini, la generale complicit&agrave; della classe intellettuale alla quale i critici appartengono<a href="#nota25"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[25]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;S&igrave;, molto ben detto, a partire dal Benda de <em>La Trahison des clercs</em>, anche se, ovviamente, la nuova guerra fredda di cui diceva Said nell&rsquo;83, proprio fredda oggi non la si potrebbe certo definire. Io credo che, se non cambia l&rsquo;atteggiamento di noi scribi, ci&ograve; di cui, al momento molto dubito, l&rsquo;irrilevanza della nostra attivit&agrave; &egrave; il nostro destino, non ci&ograve; che abbiamo forgiato con le nostre mani, ma ci&ograve; che le nostre mani sono state destinate a forgiare da quella specie di trascendenza pratica che &egrave; l&rsquo;egemonia che fa s&igrave; che vi sia un discorso egemone, e ogni altro discorso dunque o direttamente espulso, o subalterno, autosubalternizzato, di fatto snaturato e falsificato attraverso un qualche negoziato che permette l&rsquo;esistenza di quel discorso solo all&rsquo;interno del discorso egemone. Sottolineerei che la letteratura &egrave; un sistema di rappresentazioni gerarchicamente disposte in un discorso formato dall&rsquo;interazione di poteri, in una complessa e mutevole dialettica di opposizioni e alleanza; come dice Said, trovo che attraversare confini e delimitazioni sia il modo per identificare gerarchie e limiti esattamente come strategie egemoniche.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In <em>Siracide</em>, il libro biblico dell&rsquo;educazione, troviamo l&rsquo;elogio dello Scriba che deve per&ograve; essere letto alla luce dell&rsquo;elogio dell&rsquo;umilt&agrave; del saggio: cos&igrave; mi ripeto spesso: &laquo;Non cercare le cose troppo difficili per te, non indagare le cose per te troppo grandi. Bada a quello che &egrave; ti &egrave; comandato: non ti devi occupare delle cose misteriose. Una mente saggia medita le parabole&raquo;. Interessante, ci pare, che l&rsquo;umilt&agrave; sia soggezione alla verit&agrave;; il problema naturalmente &egrave; che la verit&agrave; per noi ha statuti epocali e locali e l&rsquo;umilt&agrave; deve dunque rinviare all&rsquo;accettazione dei propri limiti di comprensione, e alla semplicit&agrave;, alla materialit&agrave; del vero, attenti alle tentazioni riduzionistiche. Lo scriba, dunque, medita la legge del Signore, e cerca nella sapienza degli antichi, dedicandosi allo studio delle profezie, capace dunque di legare il passato con il futuro attraverso il presente, e lo deve fare, secondo il libro di Siracide, in umilt&agrave;, senza occuparsi degli <em>arcana</em>, forse proprio degli <em>arcana imperii</em>, perch&eacute; certo lo scriba ha una condizione servile nei confronti dei potenti, e non a caso lo scriba &egrave; associato nei Vangeli sempre al fariseo. Ha ragione Said quando in fondo si stupisce che gli intellettuali e fra loro quelli pi&ugrave; esercitati nella lettura e nell&rsquo;esegesi, i critici letterari, abbiano accettato di elaborare nelle loro pratiche l&rsquo;irrilevanza calcolata, regolata della loro stessa funzione, per poi rimanere attoniti nel constatare l&rsquo;ovvio risultato che ne consegue. Ecco io penso che dovremmo almeno cessare di teorizzare e praticare la nostra irrilevanza, anzi denunciarne meccanismi ed effetti, ieri anche per oggi: ci&ograve; che formidabilmente, e atrabiliarmente, certo, fa il bel libro di Romano Luperini.</p>
<p><strong>Mario Domenichelli (Universit&agrave; di Firenze)</strong></p>
<p><a name="nota1"><span style="color: #000000;">(1)</span></a> Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2007 <br /><a name="nota2"><span style="color: #000000;">(2)</span></a> <em>Ibidem</em>, p. 36. <br /><a name="nota3"><span style="color: #000000;">(3)</span></a> <em>Ibidem</em>, p. 4. <br /><a name="nota4"><span style="color: #000000;">(4)</span></a> H. G. Gadamer, <em>Warheit und Methode,</em> T&uuml;bingen, Mohr, 1960 (tr.it. di Gianni Vattimo, <em>Verit&agrave; e metodo</em>, Milano, Bompiani, 1983; Idem, Hermeneutik, in J. Ritter, <em>Historisches Wortebuch Philosophie</em>, Basel-Stuttgart, Schwab, 1974; Paul Ricoeur, <em>Le conflit des int&eacute;rpretations. Essai d&rsquo;Herm&eacute;neutique</em>, Paris, Seuil, 1969; Sul problema esiste una fitta bibliografia; ricorderemo solo G. Ebeling, <em>Hermeneutik</em> in <em>Die Religion in Geschichte und Gegenwart</em>, T&uuml;bingen, 1959; K. Kerenyi, <em>Origine e senso dell&rsquo;Ermeneutica </em>(1963), ora in <em>Scritti Italiani, </em>a cura di E. P. Moretti, Napoli, Guida, 1993, pp. 99-122. <br /><a name="nota5"><span style="color: #000000;">(5)</span></a> Erich Auerbach, <em>Figura, &ldquo;Archivum romanicum&rdquo;, 22 (1938, pp. 436-489, poi Neue Dantenstudien</em>, &ldquo;Istambuler Schriften&rdquo;, 5, Istambul, 1944; tr. it. di Dante della Terza e Maria Luisa de Pieiri Bonino in Erich Auerbach, <em>Studi su Dante</em>, Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 176-226. <br /><a name="nota6"><span style="color: #000000;">(6)</span></a> Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, cit., p. 4.<br /><a name="nota7"><span style="color: #000000;">(7)</span></a> Ibidem, pp. 7-8.<br /><a name="nota8"><span style="color: #000000;">(8)</span></a>&nbsp;Elisabeth Frenzel, <em>Stoffe der Weltliteratur.</em> Stuttgart: Kr&ouml;ner, 1962; Idem, <em>Stoff-, Motiv- und Symbolforschung,</em> Stuttgart, Metzler, 1966; Idem, <em>Motive der Weltliteratur,</em> Stuttgart, Kr&ouml;ner, 1976; Herbert Frenzel, Adam J Bisanz, - Raymond Trousson, <em>Elemente der Literatur. Beitr&auml;ge zur Stoff-, Motiv- und Themenforschung. Elisabeth Frenzel zum 65. Geburtstag, </em>Stuttgart, Kr&ouml;ner, 1980.<br /><a name="nota9"><span style="color: #000000;">(9)</span></a>&nbsp;Ivan F&ograve;nagy, <em>La ripetizione creativa. Ridondanze espressive nell&rsquo;opera poetica</em>, Bari, Dedalo, 1982.<br /><a name="nota10"><span style="color: #000000;">(10)</span></a>&nbsp;Mi riferisco ai non numerosissimi dizionari tematici, o tematologicicome per esempio il gi&agrave; citato dizionario di Elisabeth Frenzel, <em>Stoffe der Weltliteratur</em>, o quello di Horst e Ingrid Daemmrich, <em>Themen and Motive in der Literatur: ein Handbuch.</em> T&uuml;bingen: Francke, 1987; nonch&eacute; a Remo Ceserani, Mario Domenichelli, Pino Fasano, <em>Dizionario dei temi letterari</em>, Torino, UTET, 2007.<br /><a name="nota11"><span style="color: #000000;">(11)</span></a> Michel Foucault, &laquo;Nietszche, l&rsquo;id&eacute;ologie, l&rsquo;histoire&raquo;<em> </em>(1971), recueilli dans M. Faucault, <em>Microfisica del potere</em>, a c. di A. Fontana e P. Pasquino, Torino, Einaudi, 1977 et dans <em>Dits et &eacute;crits</em>, 2 voll., Paris, Gallimard, (1994), 2001, vol. 2, p. 1019 ss.<br /><a name="nota12"><span style="color: #000000;">(12)</span></a> Gy&ouml;rgy Luk&aacute;cs, <em>Die Zerst&ouml;rung der Vernunft</em>, Berlin, Aufbau-Verlag, 1955; tr.it.: <em>La distruzione della ragione</em>, 2 voll., Torino, Einaudi, 1959.<br /><a name="nota13"><span style="color: #000000;">(13)</span></a> Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, cit., p. 319.<br /><a name="nota14"><span style="color: #000000;">(14)</span></a> Gy&ouml;rgy Luk&aacute;cs, <em>Der Historische Roman</em>(1957), tr. it.: <em>Il romanzo storico</em> Torino, Einaudi, 1965, p. 333.<br /><a name="nota15"><span style="color: #000000;">(15)</span></a>S&oslash;ren Kierkegaard, <em>Enten-Eller</em> (1843), tr. it., <em>Aut-Aut</em>, Milano, Mondadori, 1974, p. 109.<br /><a name="nota16"><span style="color: #000000;">(16)</span></a>Jean-Pierre Bertrand, Michel Biron, Jacques Dubois, Jeannine Paque, <em>Le roman c&eacute;libataire</em>, Paris, Corti, 1996<br /><a name="nota17"><span style="color: #000000;">(17)</span></a> Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, cit., p. 21.<br /><a name="nota18"><span style="color: #000000;">(18)</span></a> <em>Ibidem</em>, p. 308.<br /><a name="nota19"><span style="color: #000000;">(19)</span></a> Erich Auerbach, <em>Mimesis. Dargesstellte Wirklichkeit in den Abendl&auml;ndischen Literatur</em>, Bern, A. Francke Verlag, 1946, p.491; tr. it., Torino, Einaudi, vol. II, p. 335-6. <br /><a name="nota20"><span style="color: #000000;">(20)</span></a> Mario Lavagetto, <em>Eutanasia della critica</em>, Torino, Einaudi, 2005.<br /><a name="nota21"><span style="color: #000000;">(21)</span></a> Cesare Segre, <em>Notizie dalla crisi</em>, Torino, Einaudi, 1993.<br /><a name="nota22"><span style="color: #000000;">(22)</span></a> C. Clifford Geertz, &laquo;Eine Welt in St&uuml;cken&raquo;<em> </em>, in Idem, <em>Welt in St&uuml;cken. Kultur und Politik am Ende des 20. Jahrhunderts</em>, Wien, Passagen Verlag, 1996, p.16-17<br /><a name="nota23"><span style="color: #000000;">(23)</span></a> C. Geertz, <em>The Interpretation of Cultures</em>, New York, Basic Books, 1973 (si tratta del titolo del primo capitolo).<br /><a name="nota24"><span style="color: #000000;">(24)</span></a> Ma voglio ricordare il libro fresco di stampa di Bartolo Anglani, <em>Solitudine di Gramsci. Politica e poetica dal carcere</em>, Milano, Donzelli, 2007; Gramsci, comunque, &egrave; l&rsquo;auctor fondamentale per esempio per Edward Said: si veda al proposito, per esempio, l&rsquo;introduzione a <em>The World, the Text and the Critic, </em>Cambridge (Ma.), Harvard University Press, 1983 (pp. 168-172; oppure l&rsquo;enfasi di fondamento posto da Said su Gramsci nell&rsquo;introduzione a <em>Orientalism</em>, London, Routledge and Kegan Paul, 1978,pp. 6-7.<br /><a name="nota25"><span style="color: #000000;">(25)</span></a> Cf. Edward W. Said, <em>the World, the Text and the Critic, cit.</em>,p. 25.</p>]]></description>
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<title>Alberto Cadioli su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=62</link>
<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>ROMANO LUPERINI, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2007.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I tanti incontri che, tratti da pagine di narrativa otto-novecentesca, entrano negli undici capitoli di <em>L&rsquo;incontro e il caso.</em> <em>Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, recentemente pubblicato da Romano Luperini con Laterza (in un&rsquo;edizione ben realizzata e corredata da un <em>Indice dei nomi e dei titoli</em> e da un <em>Indice delle cose notevoli</em>), sono l&rsquo;occasione per un&rsquo;analisi che si avvale di precisi riferimenti a un &lsquo;tema&rsquo; (quello dell&rsquo;incontro, appunto) ma non della metodologia della critica tematica, almeno come &egrave; ormai convenzionalmente intesa. Lo afferma, nella prima frase di un&rsquo;introduzione ricca di molti spunti di natura metodologica e di precise argomentazioni sulle scelte compiute, lo stesso Luperini, che pi&ugrave; avanti lo conferma, sgombrando il campo da possibili attese: &laquo;il lettore non trover&agrave; ambizioni di tassonomia, n&eacute; volont&agrave; di creare dei sistemi e di orientare la ricerca secondo metodi rigorosi di scientificit&agrave;&raquo; (p. 4). La ragione di questa scelta &egrave; motivata dalla volont&agrave; di radicare l&rsquo;analisi dei testi nella storia e di evitare il rischio, che la critica tematica molto spesso corre, di trasformare il &lsquo;tema&rsquo; in un &lsquo;archetipo&rsquo; astorico, eludendo &laquo;la questione della storicit&agrave;&raquo; (p. 7). Questo non toglie, tuttavia, l&rsquo;importanza assegnata alla costruzione del racconto, individuando nell&rsquo;incontro non tanto un evento che accade (da leggere sul piano dell&rsquo;<em>inventio</em>), quanto un &laquo;artificio della trama&raquo;, che, nella sua necessit&agrave;, e nel suo essere componente fondamentale della <em>dispositio</em>, &laquo;permette di connettere l&rsquo;analisi dei contenuti a quella delle forme&raquo; (p. 7).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&laquo;Storia&raquo; e &laquo;discorso narrativo&raquo; sono dunque i due cardini intorno ai quali si sviluppano le pagine di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, con i nomi di Gy&ouml;rgy Luk&aacute;cs e di Peter Brooks come emblematici punti di riferimento: in particolare, rispettivamente, per il saggio <em>Narrare o descrivere?</em> (raccolto nel volume <em>Il marxismo e la critica letteraria</em>, I trad. it., Torino, Einaudi, 1953) e <em>Trame. Intenzionalit&agrave; e progetto del discorso narrativo</em> (I trad. it., Torino, Einaudi, 1995).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nell&rsquo;introduzione Luperini richiama il nome di Luk&aacute;cs a proposito del fallimento della rivoluzione democratica del 1848, origine della frattura della modernit&agrave; con la &lsquo;svolta modernista&rsquo;, legata alla nascita &laquo;della nuova figura, separata e specializzata, dello scrittore&raquo; (p. 8). In <em>Narrare o descrivere?</em> (che porta il sottotitolo <em>Contributo alla discussione sul naturalismo e il formalismo</em>), Luk&aacute;cs aveva infatti individuato proprio nelle trasformazioni del rapporto degli scrittori con la realt&agrave; l&rsquo;origine del mutamento di scrittura che, investendo le modalit&agrave; stesse della narrazione, aveva favorito il passaggio dal &lsquo;narrare&rsquo; al &lsquo;descrivere&rsquo;. Mettendo a confronto la corsa di cavalli in <em>Nana</em> di Zola e in <em>Anna Karenina</em> di Tolstoj, Luk&aacute;cs aveva scritto che &laquo;I compiti completamente diversi a cui assolvono le scene dei due romanzi si riflettono in tutta l&rsquo;esposizione. In Zola la corsa &egrave; descritta dal punto di vista dello spettatore; in Tolstoj &egrave; narrata dal punto di vista del partecipante<a href="#nota1"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup></span></a>&raquo;. E aggiungeva, alcune pagine dopo: &laquo;Il contrasto tra partecipare e osservare non &egrave; casuale, poich&eacute; risale alla posizione di principio assunta dagli scrittori verso la vita, verso i grandi problemi della societ&agrave;, e non soltanto all&rsquo;uso di un diverso metodo di rappresentazione del contenuto, o di parti di esso&raquo;<a href="#nota2"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup></span></a>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci&ograve; che a Luk&aacute;cs importava sottolineare era la necessit&agrave; che la narrazione esprimesse i rapporti degli uomini tra di loro, con le istituzioni sociali, con le forze naturali. In quanto erede dell&rsquo;epica, il romanzo &egrave; infatti vocato alla rappresentazione della storia dell&rsquo;uomo, ed &egrave; &lsquo;grande&rsquo;, appunto, se d&agrave; conto della &lsquo;prassi&rsquo; dell&rsquo;uomo nella sua storia: in quanto attenti a questo aspetto sono dunque &lsquo;grandi&rsquo; Walter Scott, Balzac, Tolstoj (e, con Luperini, andr&agrave; aggiunto Manzoni); Flaubert, Zola, gli scrittori del realismo moderno del Novecento, invece, proprio perch&eacute; si limitano all&rsquo;osservazione, non sono in grado di cogliere la realt&agrave; dell&rsquo;uomo nei suoi tratti pi&ugrave; profondi.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questa frattura, introdotta nella letteratura dal modernismo, &egrave; uno nodi centrali anche della riflessione di Luperini, che, almeno da questo punto di vista, fa proprio l&rsquo;assunto lukacsiano: lo spartiacque della modernit&agrave; (&laquo;assai pi&ugrave; decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda met&agrave; del Novecento&raquo;, come si legge nelle ultime righe della &lsquo;Conclusione&rsquo;, a p. 319) si manifesta con quegli scrittori che affidano alla pagina un &laquo;malessere profondo&raquo; e l&rsquo;&laquo;alto grado di problematicit&agrave;&raquo; nei confronti della realt&agrave;, dando voce alla pi&ugrave; generale difficolt&agrave; degli uomini nell&rsquo;instaurare tra loro corrette relazioni. Scrive Luperini: &laquo;Il destino dell&rsquo;uomo occidentale [&hellip;] si &egrave; deciso in quegli anni, e ne portiamo ancora oggi il segno&raquo; (p. 319).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le ultime affermazioni, pienamente calate dentro il presente, sono, paradossalmente, sia il punto di arrivo di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, sia il punto di partenza: se &egrave; lo sguardo sul presente dei rapporti umani lacerati o impossibili a dettare la scelta del tema, l&rsquo;analisi critica torna all&rsquo;oggi dopo aver percorso i mutamenti degli incontri nelle pagine di romanzi e racconti, e avere indagato il rapporto tra incontro e costruzione del racconto, a partire dalla sua collocazione nelle &lsquo;trame&rsquo; (per richiamare il titolo del libro di Brooks) dei singoli libri e dei vari autori, ben visibile nello scheletrico ma emblematico percorso tracciato nella voce &ldquo;trama&rdquo; dell&rsquo;<em>Indice delle cose notevoli</em>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con queste premesse vengono quindi condotte le letture degli incontri, avvenuti o impossibili, nei <em>Promessi Sposi,</em> nell&rsquo;<em>&Eacute;ducation sentimentale</em> di Flaubert, in <em>Une partie de campagne</em> [Scampagnata] di Maupassant, in <em>Senilit&agrave;</em> di Svevo, nel primo volume della <em>Recherche</em> proustiana; e ancora nel capitolo IV di <em>Mastro don Gesualdo</em>,<em> </em>in <em>Die Vollendung der Liebe</em> [Il compimento dell&rsquo;amore] di Musil, in <em>Auf der Galerie</em> [In galleria] di Kafka, in <em>Bestie</em> e in <em>Un pezzo di lettera</em>, di Federigo Tozzi, nell&rsquo;opera complessiva di Joyce e Pirandello.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se gli incontri dei <em>Promessi Sposi</em>, nel primo capitolo, vengono posti sotto l&rsquo;insegna dell&rsquo;essenzialit&agrave;, quelli dell&rsquo;<em>&Eacute;ducation sentimentale</em> di Flaubert, nel secondo, sono significativamente indicati, gi&agrave; nel titolo del capitolo, come &laquo;inessenziali&raquo;. E infatti, per dare un esempio, mentre l&rsquo;incontro di Lucia con l&rsquo;innominato, &laquo;modifica profondamente la trama del romanzo, alterando la condizione non solo dei suoi due protagonisti, ma anche di tutti gli altri personaggi&raquo; (p. 68), gli incontri di Fr&eacute;d&eacute;ric di fatto non cambiano nemmeno la sua vita, per cui anche il rapporto folgorante, ed eccezionale, con M.me Arnoux, risulta nient&rsquo;altro che una esaltazione di stampo romantico facilmente cancellabile.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I romanzi che vengono dopo <em>I promessi sposi</em> non narrano pi&ugrave; i conflitti dell&rsquo;uomo o le tensioni suscitate dai rapporti di potere, ancora ben presenti nelle pagine manzoniane. Se nei primi due capitoli dedicati a Manzoni e a Flaubert, Luperini misura la necessit&agrave; degli incontri in rapporto alla necessit&agrave; della trama <em>(Incontri e forma del contenuto</em> &egrave; il titolo della prima parte), le analisi dei capitoli successivi sottolineano piuttosto come proprio i cambiamenti che investono gli incontri rivelino l&rsquo;affermarsi di una &laquo;nuova antropologia&raquo;, fondata esclusivamente sulla vita privata e sul singolo individuo, che, sottratto al sistema dei rapporti con gli altri, &egrave; estraneo a ogni dimensione storica: &laquo;La storia &ndash; ci racconta <em>L&rsquo;&eacute;ducation sentimentale</em> &ndash; non procede pi&ugrave;, &egrave; diventata (o ridiventata) natura&raquo; (p. 101).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le trasformazioni nei rapporti tra i personaggi (che da un certo punto in poi non riescono nemmeno pi&ugrave; a incontrarsi: il capitolo 5, dedicato a Proust, porta il titolo <em>Swann, Odette e l&rsquo;incontro mancato</em>) permettono di approfondire un&rsquo;altra istanza critica, che proprio Luperini, ormai da anni, suggerisce come modello anche attraverso le riviste da lui promosse o dirette: quella che si fonda sulla figura dell&rsquo;allegoria e che porta a dire (ancora nell&rsquo;introduzione di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>) che &laquo;ogni discorso critico &egrave; un discorso allegorico&raquo;, e quindi &laquo;si parla di <em>questo,</em> il letterario, per parlare di <em>altro</em>&raquo; (p. 36). Si potrebbe a questo punto introdurre qui, un po&rsquo; schematicamente (e forse troppo schematicamente), anche il nome di Walter Benjamin, richiamando in particolare la &laquo;Premessa&raquo; gnoseologica al <em>Dramma barocco tedesco</em> (I ediz. it. Torino, Einaudi, 1971), che riconduce l&rsquo;allegoria moderna alla rottura del rapporto tra soggetto e oggetto.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questa prospettiva l&rsquo;incontro, o, meglio, la mancanza o l&rsquo;impossibilit&agrave; dell&rsquo;incontro, soprattutto nei testi di fine Ottocento e primi decenni del Novecento, porta in risalto il destino dell&rsquo;uomo occidentale che, privo di verit&agrave; sulle quali confrontarsi, non potrebbe fare altro che parlare di s&eacute;, in una situazione di separatezza dal mondo. Paradossalmente, negli ultimi capitoli di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em> sembra quasi manifestarsi un distacco dallo stesso tema posto al centro dell&rsquo;attenzione, mentre si impone la domanda, sottesa a tutte le pagine, sul significato dell&rsquo;uomo e della sua esistenza, in un &laquo;mondo in cui ogni individuo &egrave; isolato, il destino &egrave; diventato cosa privata, la dimensione della collettivit&agrave;, della storia e della vita pubblica si sta dissolvendo, l&rsquo;uomo non &egrave; pi&ugrave; in grado di controllare la traiettoria sociale della propria esistenza e la casualit&agrave; sembra dominarla&raquo; (p. 35).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;C&rsquo;&egrave; un&rsquo;ultima osservazione che occorre riportare in chiusura, bench&eacute; solo come enunciato: la constatazione, ricorrente anche in queste pagine di Luperini, come in molte alte da lui firmate negli ultimi anni, che il ruolo del critico, socialmente funzionale a una comunit&agrave; cui si rivolge per dialogare sul destino comune, nel contesto odierno si &egrave; indebolito o &egrave; addirittura scomparso, cos&igrave; che la stessa critica perde, o rischia di perdere, ogni valore e significato. Anche quest&rsquo;ultimo spunto di riflessione, che di nuovo spinge a riflettere sul presente, permette di sottolineare l&rsquo;importanza di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, confermando come la lettura di questo libro apra molteplici approfondimenti, e possa porre le affermazioni di Luperini al centro di un necessario (ancorch&eacute; spesso trascurato) dibattito.</p>
<p><a name="nota1"><span style="color: #000000;">(1)</span></a>&nbsp;&nbsp;Gy&ouml;rgy Luk&aacute;c, <em>Narrare o descrivere? Contributo alla discussione sul naturalismo e il formalismo</em>, in Id., <em>Il marxismo e la critica letteraria</em>, Torino, Einaudi, PBE, 1977<sup>8</sup>, p.270.</p>
<p><a name="nota2"><span style="color: #000000;">(2)</span></a>&nbsp;&nbsp;Ivi, p. 276.</p>
<p><strong>Alberto Cadioli</strong></p>]]></description>
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<title>Prefazione a Macchina</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=63</link>
<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<h4>Romano Luperini: nota critica</h4>
<p>Erminia Passannanti, <em>Macchina</em>, Manni, Lecce 2000.</p>
<h5>1. Il titolo</h5>
<p>Il titolo del libro &egrave; preso dal primo componimento della serie &laquo;In Jugoslavia con i piedi per terra&raquo;. La macchina di cui qui si parla dapprima sembra collocata in una corsia d&rsquo;ospedale (quasi macchina di rianimazione): condiziona l&rsquo;orizzonte percettivo, &egrave; un filtro che perde pezzi, non funziona pi&ugrave;, determinando nel soggetto afasia, umiliazione, senso di annientamento, incapacit&agrave; non solo di parlare, ma di vedere; poi diventa la macchina da cucire e il termine di un confronto (svantaggioso per l&rsquo;io) fra madre e figlia; infine macchina da scrivere. In ogni caso &egrave; una sorta di protesi dell&rsquo;io, di strumento di mediazione, di percezione e anche di comunicazione; ma si tratta comunque di una protesi inerte, inefficace. Il risultato &egrave; una sensazione di stordimento, di oppressione, di mancanza di intimit&agrave; e di identit&agrave; in un mondo di frastuono e di incubo (si veda la strofa finale di <em>Macchina</em>).</p>
<h5>2. La dedica</h5>
<p>Il libro &egrave; dedicato alla madre. La quale &egrave; insieme specchio di una dissociazione e di una impotenza e luogo dell&rsquo;origine e dell&rsquo;identit&agrave; perdute. La madre &egrave; stata pure lei colpita da immobilit&agrave;, impotenza, afasia, dissociazione e in questo &egrave; un &ldquo;doppio&rdquo; del soggetto poetico (&laquo;dura madre/ priva di nucleo&raquo;); e tuttavia &egrave; anche il primo anello di una catena, di un legame vitale che si &egrave; smarrito. L&rsquo;episodio della sottana trasmessa alla figlia e da lei perduta in qualche albergo assume un valore emblematico: quello di un lascito tradito (cfr. <em>Cedendo</em>). La ricerca ossessiva di una storia familiare, di un Principio, che coinvolge gli &laquo;avi&raquo;, le figure genitoriali, la sorella, &egrave; la conseguenza di un sentirsi &laquo;orfana&raquo;, abbandonata sulla scena di un mondo ostile; deriva da un bisogno di consistenza, da un&rsquo;alienazione da se medesima e dunque dal senso di una perdita del s&eacute; (vd. per esempio: &laquo;voglio essere membro di Mia sorella/ non membro dissestato di me stessa&raquo;).</p>
<h5>3. L&rsquo;esergo</h5>
<p>In limine, in esergo, alcuni versicoli pongono il tema del libro: la frantumazione dell&rsquo;io (&laquo;frantumata bimba&raquo;) non &egrave; che il riflesso di una frantumazione della realt&agrave;, di un suo collassarsi. La figlia (il soggetto si vive prevalentemente come figlia, pi&ugrave; raramente come madre, reiterando la ricerca dell&rsquo;identit&agrave; in quella delle figure genitoriali) da piccola ha vissuto un trauma che si ripete, producendo una condizione di marasma, dallo sdoppiamento (cfr. <em>Mia sorella</em>) alla perdita di contatto con la realt&agrave; e con gli altri, sino all&rsquo;autodissoluzione (&laquo;cerco ogni notte/ il mio correlativo esatto&raquo;). La condizione di disorientamento &egrave; fronteggiata dalla memoria. Tema, questo, gi&agrave; shakespeariano: &laquo;Memory, the warder of the brain&raquo; (Shakespeare, <em>Macbeth</em>). L&rsquo;identit&agrave; in crisi ricerca una continuit&agrave; dell&rsquo;io nel ricordo, sola garanzia di durata e consistenza, di presenza del soggetto a se stesso. Per questo molte di queste poesie sono dei ricordi (d&rsquo;infanzia soprattutto). In <em>Lumaca</em>, in <em>Soffitta</em> e in numerosi altri testi, perdita di memoria e perdita di s&eacute; coincidono, producendo una smemoratezza che talora pu&ograve; persino essere beata (perch&eacute; pu&ograve; coincidere con un fluttuare irresponsabile, con una felicit&agrave; &laquo;animale&raquo;), ma comunque ha sempre qualcosa di vergognoso (&laquo;Cado/ nel fango, il fango/ dell&rsquo;oblio&raquo;). A volte nel ricordo si annida un&rsquo;immagine (di nuovo, dell&rsquo;infanzia) che spiega tutto il non-senso dell&rsquo;esistenza, come accade in una delle poesie pi&ugrave; belle, <em>Al frantoio</em>.</p>
<h5>4. La prima poesia, il &laquo;buio&raquo; e il &laquo;fossato&raquo;</h5>
<p>Nel primo testo del libro la condizione del soggetto &egrave; gi&agrave; chiara. Il tema &egrave; quello dello sguardo nel buio, di chi guarda per capire e non intende. D&rsquo;altronde lo sguardo stesso &egrave; sbilenco o &laquo;storto&raquo;: non illumina la realt&agrave;, ma ne resta come allucinato. Per questo lo sguardo &egrave; esso stesso, in molte poesie, tematizzato: &egrave; problematico, posto in questione. Il mondo &egrave; visto in visione, attraverso stati di frantumazione onirica. Lo strumento poetico non &egrave; rivelazione orfica di nulla. In un&rsquo;altra poesia, <em>Fossato</em>, l&rsquo;illusione di una espressione poetica naturale e assoluta crolla di fronte al &laquo;fossato&raquo; che divide il poter essere dall&rsquo;essere, il sogno dalla realt&agrave;. La condizione grottesca del soggetto (si veda la conclusione) non concede alcuna autenticit&agrave; di canto. Il testo che comincia in prima persona si chiude in terza. L&rsquo;io si sdoppia umoristicamente; e l&rsquo;atto di vedersi nel grottesco quotidiano funziona da duro contravveleno scacciando ogni aspirazione romantico-simbolistica.</p>
<h5>5. Surrealismo, onirismo: la scena dell&rsquo; assurdo</h5>
<p>La condizione di allucinazione e marasma si riflette in quella onirica, fantastico-delirante, di molti testi: &laquo;io stava come presa da un delirio di voci&raquo;. Donde gli esiti apertamente surreali del libro. Ci&ograve; non significa per&ograve; che la realt&agrave; sia assente. Anzi, duri, concretissimi lacerti di realt&agrave; oggettiva fluttuano ovunque, ma come assorbiti in una dimensione allucinata (magari, talora, anche allegramente allucinata), frastornata e frastornante. I dati reali si caricano cos&igrave; di assurdit&agrave;. La realt&agrave; dell&rsquo;assurdo e l&rsquo;assurdo della realt&agrave; sono una cosa sola. Immagini violente di forza e di crudelt&agrave; si intrecciano ad altre di piet&agrave; amorosa su uno sfondo di campagne meridionali, con i loro animali (gli asini, il mulo, il cane), le loro viottole, i carri, ma anche, pi&ugrave; raramente, di case urbane, di aeroporti, di metropoli. Sono immagini in cui la violenza espressionistica pu&ograve; persino conciliarsi con una nitidezza quasi classica (come nella bellissima conclusione di <em>L&rsquo;evento</em> ) e l&rsquo;onirismo assumere una perturbante bellezza come nell&rsquo;<em>explicit </em>di <em>Aurora</em>: &laquo;Raccolgo/ ai piedi di quell&rsquo;erta/ un sacco strepitante, mi slaccio/ il corsetto, gli offro il mio capezzolo&raquo;.</p>
<p>Lo spazio di queste poesie &egrave; fra Sylvia Plath e Amelia Rosselli, ma con in pi&ugrave; una concretezza (talora persino luminosa) tutta mediterranea. Averla unita al senso di vertigine e di spaesamento: sta qui l&rsquo;originalit&agrave; della scommessa poetica di Erminia Passannanti (della sua doppia natura, direi, di meridionale oxfordiana). Quella luminosit&agrave; mediterranea s&rsquo;incontra e si scontra con una foschia nordica, e ne risulta perci&ograve; come straniata e persa. E tuttavia resta l&igrave;, come una possibilit&agrave; frantumata, come un&rsquo;eco di un mondo possibile e ormai perduto.</p>
<p>&copy;Romano Luperini, 2000.</p>
<p>dal sito: <a href="http://erminiapassannanti.blogspot.com/" target="_blank">Erminia Passannanti</a></p>]]></description>
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<title>Emanuele Zinato intervista Romano Luperini </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=64</link>
<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p><strong>Domanda di Zinato:<br />1) Fare critica letteraria a cavallo del &rsquo;68; farlo oggi: cosa &egrave; rimasto in piedi, nel lavoro critico, e cosa &egrave; crollato?</strong>Risposta di Luperini:<br />&Egrave; cambiato tutto: sono cambiati la societ&agrave;, il ruolo del critico, i lettori. Il mio primo libro su Verga era la mia tesi di laurea; usc&igrave; senza alcun contributo finanziario; per quanto io fossi del tutto sconosciuto e l&rsquo;editore fosse specializzato esclusivamente in pubblicazioni accademiche, ebbe numerosissime recensioni su quotidiani e settimanali; suscit&ograve; un &ldquo;caso critico&rdquo;. Nessuna di queste cose oggi sarebbe possibile; &egrave; ormai difficilissimo trovare editori che pubblichino senza contributi finanziari libri di giovani destinati al mondo accademico, e comunque &egrave; quasi impossibile che una volta pubblicati essi provochino discussioni e dibattiti. Oggi manca, intorno ai critici, una societ&agrave; civile: il critico ha intorno a s&eacute; il vuoto.</p>
&nbsp;
<p><strong>2 D.) Insegnamento della letteratura nella scuola e critica della letteratura, l&rsquo;hai scritto pi&ugrave; volte, sono per te strettamente intrecciati. Questo &egrave; valido anche per l&rsquo;insegnamento accademico? L&rsquo;universit&agrave; ha oggi una qualche prospettiva? <br /></strong><strong>R) </strong>Critica letteraria e insegnamento della letteratura sono sempre state strettamente intrecciate, a partire almeno dal modello di De Sanctis. Anche per questo la scuola e soprattutto l&rsquo;universit&agrave; costituiscono la riserva indiana all&rsquo;interno della quale oggi il critico pu&ograve; sviluppare ancora una sua funzione, seppure in modo sempre pi&ugrave; precario. Il fatto &egrave; che scuola e universit&agrave; sono sempre pi&ugrave; marginali, sempre pi&ugrave; umiliate e depresse. La progressiva tecnicizzazione e burocratizzazione dell&rsquo;insegnamento tanto nella scuola media quanto nell&rsquo;universit&agrave; sta colpendo alla radice questo legame fra critica e insegnamento. In particolare il sistema accademico sta scindendosi: da un lato la minuta pratica didattica nella maggior parte dei centri universitari, dall&rsquo;altro la ricerca in poche scuole di eccellenza. &Egrave; una scissione che non giover&agrave;, temo, n&eacute; alla didattica n&eacute; alla ricerca e dunque n&eacute; all&rsquo;insegnamento n&eacute; alla critica.&nbsp;</p>
<p><strong><br /><br />3 D.)</strong> <strong>Il tuo ultimo libro &egrave; anche un libro di critica tematica: <em>L&rsquo;incontro e il caso</em> (Laterza, 2007). Un buon tema letterario si colloca sempre all&rsquo;incrocio fra antropologia e storia, ci parla dunque del nostro passato culturale ma anche del nostro presente esistenziale. Oggi sono ancora possibili incontri significativi? </strong><br /><strong>R.)</strong> Il Novecento, soprattutto dopo Kafka, sembra negarlo&hellip; Nel mio libro faccio una constatazione: gli incontri significativi, capaci di trasmettere esperienze reali, diventano sempre pi&ugrave; rari nella narrativa europea del Novecento, se si escludono alcuni momenti eccezionali (per esempio, la guerra, la Resistenza ecc.). Da questo punto di vista il romanzo modernista (e prima ancora la lezione flaubertiana dell&rsquo;<em>&Eacute;ducation sentimentale</em>) rappresenta una svolta decisiva.<em> </em>Con ci&ograve; non voglio affatto affermare che incontri di questo tipo siano impossibili nella narrativa contemporanea. Tutto dipende dalle situazioni storiche. Ho l&rsquo;impressione che la crisi economica, i conflitti militari, le tensioni interetniche, le emigrazioni possano produrre, e in parte stiano gi&agrave; producendo, un &ldquo;ritorno alla realt&agrave;&rdquo; capace di contrastare l&rsquo;effetto ideologico di derealizzazione che certamente &egrave; in atto. Osservo di passaggio che una cosa &egrave; la derealizzazione, un&rsquo;altra la scomparsa della realt&agrave;. Confonderle, come oggi si usa fare, mi sembra mistificante. In questa nuova situazione non mi sento affatto di escludere che la situazione dell&rsquo;incontro interpersonale come esperienza dotata di senso e di valore &ndash; mai venuta meno, peraltro, nella narrativa americana, anche la pi&ugrave; recente - possa di nuovo riprodursi nel romanzo italiano dei nostri anni. &nbsp;</p>
<p><strong>4 D.) Anche in seguito al tuo articolo del 2005 sull&rsquo;Unit&agrave; riguardo al degrado culturale italiano, si &egrave; resa sempre pi&ugrave; evidente una spaccatura tra scrittori delle giovani generazioni e critici. La cosa si &egrave; ripetuta nel 2008 a proposito della questione del &ldquo;ritorno alla realt&agrave;&rdquo;. Il dibattito sulle riviste in rete, con toni aspri, sembra non lasciare spazio alcuno al dialogo, al passaggio di testimone tra le generazioni. Non ci sono a tuo parere pi&ugrave; possibilit&agrave; di incontro e di scambio di esperienze tra gli scrittori e i critici quarantenni e quelli settantenni? <br /></strong><strong>R.)</strong> Non ho molta fiducia nella generazione che oggi ha fra i trentacinque e i cinquanta anni (parlo in generale: fortunatamente non mancano le eccezioni). &Egrave; una generazione che si &egrave; formata nell&rsquo;ilare nichilismo degli anni ottanta e novanta, e ne porta il segno. E oggi teorizza, fra vittimismo e autoconsolazione, di essere una generazione post-trauma, incapace di vivere il trauma perch&eacute; questo sarebbe sempre &ldquo;differito&rdquo; o mediato dagli strumenti massmediologici. Perch&eacute; non lo va a dire agli emigranti che rischiano la pelle per attraversare il Mediterraneo o alle famiglie che non arrivano alla quarta o alla terza settimana del mese? Posizioni come queste esprimono solo il lusso dell&rsquo;Occidente. L&agrave; dove le contraddizioni sono sempre state forti e si &egrave; sempre avuta una percezione planetaria dei problemi, negli Stati Uniti voglio dire, il romanzo continua a mettere in scena l&rsquo;esperienza del trauma. Ho pi&ugrave; fiducia nei giovani che conoscono il mondo del precariato, e di cui Saviano &ndash; non per nulla tanto inviso ai critici quarantenni &ndash; &egrave; il rappresentante naturale. Con lui, per esempio, il dialogo, l&rsquo;incontro e lo scambio fra le generazioni mi paiono assai spontanei e produttivi. Il fatto &egrave; che Saviano &egrave; un intellettuale, e costoro invece sono dei letterati.&nbsp;&nbsp;</p>
<p><strong>5 D.) Hai pi&ugrave; volte accennato, anche a proposito degli scrittori, della critica e della cultura, a un&rsquo;Italia &ldquo;berlusconizzata&rdquo;. &Egrave; possibile oggi, per scrittori e critici, una qualche forma di &ldquo;impegno&rdquo;? <br /></strong><strong>R.) </strong>Il postmodernismo ha favorito una &ldquo;anestetizzazione&rdquo; della vita sociale. A ci&ograve; si &egrave; aggiunto nel nostro paese un degrado civile rapidissimo. Tutto ci&ograve; ha reso inattuale l&rsquo;&rdquo;impegno&rdquo;. Credo per&ograve; che l&rsquo;inasprirsi delle condizioni materiali, indubbiamente in atto, favorisca una ripresa di posizioni, diciamo cos&igrave;, &ldquo;impegnate&rdquo; (il termine meriterebbe una serie di puntualizzazioni che qui non &egrave; possibile fare). Ma ci&ograve; accadr&agrave;, e in parte sta gi&agrave; accadendo, in forme molto diverse dal passato. La figura storica dell&rsquo;intellettuale legislatore &egrave; durata un secolo (dall&rsquo;<em>Affaire Dreyfus</em> all&rsquo;<em>Affaire Moro</em>), ma si &egrave; estinta negli anni settanta e ottanta del Novecento, con gli ultimi suoi rappresentanti (Pasolini, Volponi, Fortini, Calvino, Sciascia; in fondo Sanguineti &egrave; il loro ultimo erede), e oggi non &egrave; pi&ugrave; proponibile. L&rsquo;intellettuale che parla in nome dell&rsquo;universale e a cui viene riconosciuta una missione generale e per questo incide sulla opinione pubblica &egrave; stato sostituito dalla televisione e dagli altri mass media. Pasolini, Fortini, Sciascia volevano occupare il centro della scena e potevano farlo; gli scrittori della neoavanguardia avevano lo stesso obiettivo e sono riusciti a scalzarli e a sostituirli; ma uno scrittore d&rsquo;oggi sa che il centro della scena non gli spetta pi&ugrave;. Anche quando ha successo, &egrave; un marginale. La condizione dell&rsquo;intellettuale si avvicina sempre di pi&ugrave; a quella del precario. Per questo, come aveva intuito Said, il nuovo intellettuale pu&ograve; diventare esemplare: non in quanto rappresentante dell&rsquo;universale, come voleva Bourdieu, ma in quanto rappresentante di tutti gli esclusi. L&rsquo;intellettuale &egrave; oggi un lavoratore della conoscenza marginalizzato. Questo intellettuale delle periferie pu&ograve; riscoprire l&rsquo;&rdquo;impegno&rdquo;, ma sar&agrave; comunque un impegno assai diverso &ndash; per esempio, assai meno ideologico &ndash; da quello dei suoi maestri.</p>
&nbsp;
<p><strong>6 D.) Di recente i critici sono sempre pi&ugrave; tentati dall&rsquo;esperienza della scrittura creativa e dall&rsquo;autobiografia. A tuo giudizio, perch&eacute;? I tuoi&rdquo; I salici sono piante acquatiche&rdquo; e &ldquo; L&rsquo;et&agrave; estrema&rdquo; rientrano nel genere della scrittura creativa dei professori? In cosa se ne distaccano? </strong><br /><strong>R.) </strong>Non credo che esista una categoria omogenea che unifichi la produzione creativa dei professori. Semmai &egrave; vero che la crisi della critica e l&rsquo;indebolimento del ruolo sociale del critico spingono quest&rsquo;ultimo a cercare altri terreni, diversi da quello saggistico, per entrare in contatto con il pubblico e per esporre la propria concezione delle cose. Ma, detto ci&ograve;, i professori che scrivono romanzi e poesie lo fanno ognuno in modo diverso.</p>
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<p><strong>7 D.) &Egrave; vero che ormai tra noi e i classici moderni la distanza &egrave; stellare? Tra gli autori da te pi&ugrave; studiati (Verga, Pirandello, Montale, Tozzi, Fortini) quale proporresti per primo a un giovane di vent&rsquo;anni oggi e perch&eacute;? </strong><br /><strong>R.) </strong>Non vedo, almeno all&rsquo;universit&agrave;, questa distanza stellare. I giovani si interessano ai classici se il professore riesce a interessarli. Certo il linguaggio letterario &egrave; sempre pi&ugrave; estraneo alla cultura giovanile, e questa &egrave; indubbiamente una difficolt&agrave; oggettiva; ma poi &egrave; vero che Verga o Pirandello o Montale toccano questioni di fondo della condizione umana, proprio quelle questioni che potenzialmente interessano proprio gli adolescenti e i giovani in via di formazione.</p>
<p>&nbsp;<strong>8 D.) La tua proposta teorica &egrave; stata denominata come &ldquo;ermeneutica materialistica&rdquo;. Potresti spiegare in sintesi perch&eacute;? </strong><br /><strong>R.) </strong>Molto sommariamente. La critica non &egrave; una scienza, come si pensava negli anni sessanta, ma una ermeneutica, arte della interpretazione, momento interdialogico. L&rsquo;ermeneutica di cui parlo &egrave; materialistica perch&eacute;: 1. parte dal riconoscimento della materialit&agrave; del testo e della sua storia e dunque &egrave; consapevole del valore imprescindibile del commento filologico; 2. sa tuttavia, con Benjamin, che il contenuto di verit&agrave; non &egrave; deducibile meccanicamente dal contenuto di fatto, e che scopo del critico &egrave; enucleare quei significati dell&rsquo;opera che ne legittimano la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3. formula una ipotesi di senso, o meglio di coerenza di senso dell&rsquo;opera, collegandola a una congettura storica, e cio&egrave; elaborandone una spiegazione genetica; 4. &egrave; consapevole che ipotesi di senso e ipotesi genetica sono sempre conoscenza per la prassi in quanto si inseriscono in una proposta culturale ed educativa, in un conflitto interpretativo e in una lotta per l&rsquo;egemonia; 5. dichiara pertanto la propria parzialit&agrave; e quella dell&rsquo;intero assetto culturale, e prima ancora sociale e civile, in cui essa si colloca: l&rsquo;arte e la cultura dell&rsquo;Occidente sono il risultato di una storia di conflitti e anche di barbarie che va decostruita criticamente.</p>
&nbsp;
<p><strong>9 D.) Per alcuni critici autorevoli (Mengaldo, Ferroni) non c&rsquo;&egrave; nessuna voce letteraria oggi in grado di rappresentare l&rsquo;Italia. Tu valuti positivamente <em>Gomorra</em>. A parte il caso Saviano, ti sembra ci siano altre forze narrative in gestazione che val la pena di seguire?</strong><br /><strong>R.)</strong> Mi pare che in poesia ci siano diversi ottimi esempi. Per la narrativa il discorso &egrave; diverso; ma qui un ruolo negativo viene svolto dalla editoria, che seleziona il materiale da pubblicare e dunque in buona misura determina il canone basandosi su criteri troppo rozzi di profitto immediato. Mi capita spesso di chiedermi se oggi scrittori come Tozzi e Gadda troverebbero un editore disposto a rischiare&hellip;&nbsp;&nbsp;</p>
<p><strong>10 D.) Qualche anno fa hai pubblicato un libro dal titolo <em>La fine del postmoderno</em>. Personalmente, ho letto questo testo con gli studenti e ne &egrave; scaturita una discussione interessante. Se la tesi che vede la cosiddetta &ldquo;fine della Storia e delle ideologie&rdquo; come una chimera conseguente alla narcosi pubblicitaria &egrave; parsa quasi sempre condivisibile, non &egrave; stato cos&igrave; per la pervasivit&agrave; dei media, del sensorio virtuale, delle culture dei consumi, che agli studenti &egrave; sembrata lungi dal dissolversi e anzi pi&ugrave; viva che mai. E dunque la condizione postmoderna, nell&rsquo;era della globalizzazione, &egrave; sembrata loro ancora viva e vegeta, magari nelle forme della rete o dei &ldquo;rapporti liquidi&rdquo;. Come puoi rispondere a questa obiezione? <br /></strong><strong>R.) </strong>Credo che sia necessario distinguere <em>condizione postmoderna</em> da <em>ideologia del postmodernismo</em>. In Europa, a partire dagli anni settanta, si &egrave; aperta un periodo storico nuovo che, se si vuole, possiamo chiamare anche postmoderno. &Egrave; il periodo del tardo capitalismo planetario, ed &egrave; destinato a durare a lungo. Gli pertiene la <em>condizione postmoderna</em>, con quei caratteri che indichi (pervasivit&agrave; dei media, sensorio virtuale ecc.). Il postmodernismo, con la sua ideologia e la sua cultura specifiche, ha caratterizzato solo la prima fase di questo periodo, che ha coinciso grosso modo con l&rsquo;ultimo quarto del Novecento. Quando parlo di fine del postmodernismo alludo al tramonto di questa ideologia (pensiero debole, nichilismo morbido, crisi delle ideologie, fine delle contraddizioni e parallelamente, in letteratura, primato del linguaggio come <em>primum</em> ontologico, citazionismo. riscrittura, teoria della intertestualit&agrave; infinita&hellip;). Esso &egrave; stato provocato dalla situazione drammatica (e non prevista da quella ideologia) delle condizioni materiali a livello planetario. In questi anni sta nascendo una fase nuova, in cui la condizione postmoderna &egrave; costretta a convivere con spinte e controspinte di ben diversa natura: si pu&ograve; ben dire, come accennavo sopra, che la virtualit&agrave; della vita ha abolito l&rsquo;esperienza del trauma, ma se ti cade sulla testa una bomba o muori di fame che ne sar&agrave; di quella virtualit&agrave;?</p>
&nbsp;
<p><strong>11 D.) La prospettiva postcoloniale &egrave; oggi abbastanza di moda. Non credi vi siano dei limiti in questa prospettiva? Come bisognerebbe affrontare, in sede letteraria, la questione dell&rsquo;Altro?</strong> <br /><strong>R.)</strong> Questa domanda mi permette di riprendere e meglio precisare quanto detto rispondendo alla domanda n. 8, relativa all&rsquo;ermeneutica materialistica. Uno dei limiti teorici dell&rsquo;ermeneutica dominante &egrave; di dare per scontata la dialettica del dialogo. Ma una civilt&agrave; del dialogo oggi non esiste. L&rsquo;ermeneutica, si dice, intende prefigurarla. D&rsquo;accordo. Ma ci&ograve; sar&agrave; possibile solo se essa sapr&agrave; assumere anche le forme della critica dell&rsquo;ideologia e anche della critica dell&rsquo;ideologia dell&rsquo;ermeneutica stessa. In particolare la critica all&rsquo;ideologia ermeneutica non pu&ograve; che denunciarne il carattere conciliatorio di una concezione del dialogo che ignora i conflitti reali e l&rsquo;esistenza delle condizioni materiali che di fatto ne rendono impossibile la realizzazione. Non basta dire che l&rsquo;altro &egrave; il testo; l&rsquo;altro &egrave; anche ci&ograve; che il testo esclude.</p>]]></description>
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<title>Silvana La Porta intervista Romano Luperini </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=65</link>
<pubDate>Mon, 25 Aug 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Prof. Luperini, dunque il critico letterario diventa narratore. Oggi lei, per la seconda volta dopo <em>I salici sono piante acquatiche</em> (Manni, 2002) si cimenta nella scrittura letteraria. Quali i motivi di questa scelta?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> In realt&agrave; questa opera narrativa &egrave; il rovescio di &ldquo;L&rsquo;incontro e il caso&rdquo;, uscito da Laterza lo scorso anno. Svolge sul piano letterario-artistico lo stesso tema della crisi dell&rsquo;Occidente che in quel libro si sviluppava sul piano della critica letteraria. Certe cose, certe sfumature, che non si possono dire saggisticamente possono essere invece dette se si scrive &ldquo;en artiste&rdquo;. La sfera esistenziale e il suo collegamento con quella politica possono essere trattati solo affondando nel terreno della invenzione narrativa. Ma faccio sempre lo stesso discorso: quello di un nichilismo tragico che cerca di indicare tuttavia un filo di speranza.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Il suo racconto ha come protagonista un maturo professore d&rsquo;italiano in un&rsquo;universit&agrave; americana. Sappiamo che Marcel della Recherce di Proust non &egrave; tout court Marcel Proust; ma quanto di Romano Luperini c&rsquo;&egrave; nel suo personaggio?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> Nel libro c&rsquo;&egrave; certamente un aspetto autobiografico: in effetti mi trovavo negli Stati Uniti subito dopo l&rsquo;11 settembre, dato che insegnavo a Los Angeles all&rsquo;University of California. L&rsquo;atmosfera di paura che descrivo l&rsquo;ho vissuta allora. Per&ograve; la vicenda &egrave; ambientata dieci anni dopo (nel 2011) e la trama (gli attentati, l&rsquo;amore fra il vecchio e la giovane Claudine) &egrave; ovviamente inventata. Anche il protagonista &egrave; pi&ugrave; vecchio di me. E tuttavia alcune sue considerazioni sulla vecchiaia e sul rapporto uomo-donna, maschile-femminile, riflettono indubbiamente mie sensazioni private e infatti si ricollegano a quanto avevo gi&agrave; scritto in &ldquo;I salici sono piante acquatiche&rdquo;, opera invece prevalentemente autobiografica.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Il suo scritto &egrave; ambientato nel 2011 in occasione dell&rsquo;anniversario dell&rsquo;attentato terroristico alle Torri gemelle. Lei scrive che nessuno prende gli aerei in quel giorno, ma la vita quotidiana degli americani non sembra toccata per il resto da quell&rsquo;evento luttuoso. Tutto scorre come prima. Com&rsquo;&egrave; oggi l&rsquo;America? Che percezione ha di un fatto epocale come l&rsquo;11 settembre?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> Anche nel mio racconto tutto procede come prima, e tuttavia la paura strisciante (Bauman parla di &ldquo;paura liquida&rdquo;) &egrave; una caratteristica dei nostri tempi. Basta vedere quanto spazio ha in Italia, che pure non ha subito attentati, la questione &ldquo;sicurezza&rdquo;. E poi prevedo &ndash; d&rsquo;accordo con recenti documenti dell&rsquo;ONU &ndash; una situazione di crisi per i paesi dell&rsquo;Occidente non solo per il terrorismo, che in fondo non &egrave; che una conseguenza di altri fenomeni, ma per i cambiamenti climatici, lo spopolamento dell&rsquo;Africa, le emigrazioni dei popoli, il razzismo che rinasce, i conflitti di civilt&agrave; ecc. In questo racconto non intendo tanto rappresentare gli Stati Uniti quanto una condizione occidentale condivisa anche da molti paesi europei.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> La vecchiaia &egrave; l&rsquo;altro grande tema del suo libro. La senilit&agrave; di un uomo e di tutta un&rsquo;epoca. E oltre &ldquo;una generazione al di l&agrave; della disperazione e della speranza&rdquo;. Ne esce un ritratto impietoso di un mondo cui non importa n&eacute; il passato, n&eacute; il futuro. E&rsquo; dunque un messaggio nichilista il suo?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> S&igrave;, c&rsquo;&egrave; una sorta di nichilismo, ma tragico e non rassegnato. Al nichilismo ontologico &ndash; che considera i limiti della condizione umana in quanto tale - si accompagna qui infatti una forma di impegno &ldquo;politico&rdquo;, proiettato soprattutto nella figura femminile di Claudine, che ha il coraggio di puntare ancora sul futuro, ma evidente anche nel modo negativo con cui &egrave; tratteggiato il marito di lei, Giorgio, che rappresenta, lui s&igrave; davvero, &ldquo;una generazione al di l&agrave; della disperazione e della speranza&rdquo;.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Uno scrittore, consapevolmente o inconsapevolmente, strizza sempre l&rsquo;occhio a qualche autore precedente. Figuriamoci un critico letterario che della letteratura ha fatto la sua vita. A quali classici paga il suo tributo con &ldquo;L&rsquo;et&agrave; estrema&rdquo; Romano Luperini?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> In generale, non ho modelli. Certo la tradizione toscana, da Tozzi a Bilenchi, penso abbia influito inavvertitamente su una certa mia essenzialit&agrave; lirica. E poi c&rsquo;&egrave; la lezione &ldquo;negativa&rdquo; di Verga, fatalmente. In generale non ho mirato alla narrativit&agrave;, ma a una intensit&agrave; rappresa in frammenti duri, ora lirici, ora &ldquo;cattivi&rdquo; e aspramente &ldquo;filosofici&rdquo;. Tutto ci&ograve; che non era intenso ed essenziale l&rsquo;ho scartato. Tutto ci&ograve; che era opaco, mera trama, l&rsquo;ho abolito. Cos&igrave; un romanzo che era di duecento pagine si &egrave; ridotto a una sorta di racconto lungo molto concentrato.</p>]]></description>
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<title>Fra antico e moderno: l'incontro con i morti</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=20</link>
<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;1.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ogni cultura si definisce nel rapporto con il passato e con il mondo dei morti. Opera una selezione, elabora memorie, relega nell&rsquo;oblio. Si racconta la propria storia. Per questo le opere letterarie di ogni tempo hanno spesso assunto il confronto con i morti a fondamento delle proprie costruzioni. D&rsquo;altronde il nostro stesso lavoro di studiosi (umanisti, ma non solo) non &egrave; forse un dialogo continuo con i morti?&nbsp; Non ci confrontiamo con autori e opere, con culture, documenti e codici, scomparsi da secoli o da decenni, che la selezione del canone e il ri-uso operato dalla tradizione hanno salvato, seppure in modo mai definitivo, da una perdita irreparabile?&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Antico e moderno ritornano perci&ograve; con costante ostinazione sul grande tema dell&rsquo;incontro con i morti, facendovi confluire aspetti psicologici e storici, individuali e collettivi, mitico-simbolici e ideologici, antropologici e politici. Si potrebbe anzi dire che &egrave; attraverso questo tema che &egrave; passata una ricerca del senso della vita e di una civilt&agrave;, si &egrave; realizzato un bisogno di identit&agrave; individuale e collettiva.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La parabola stessa della civilt&agrave; greca &egrave; segnata dall&rsquo;incontro nell&rsquo;Ade con gli eroi dell&rsquo;antichit&agrave; (Agamennone, Aiace, Achille), all&rsquo;inizio, con Omero, per fondare una mitologia, alla fine, con Luciano, per distruggerla nel riso e nel sarcasmo. Fra l&rsquo;<em>Odissea</em> e il <em>Dialogo dei morti</em> si avverte uno scarto che pu&ograve; ben essere rappresentato dalla diversa funzione che nelle due opere assume la figura dell&rsquo;indovino Tiresia: nella prima egli annuncia in modo profetico il destino di Ulisse, nella seconda esorta Menippo a trarre ogni vantaggio dall&rsquo;attimo che passa, &laquo;di quasi tutto ridendo, e nulla prendendo sul serio&raquo; (in <em>Menippo e la negromanzia</em>, II [38], 22). Passeranno alcuni secoli e Leopardi, che a Luciano si ispira per le <em>Operette</em>, riprender&agrave; puntualmente questi propositi, inserendo per&ograve; nel suo sistema filosofico aspro e oggettivo una nota soggettiva di malinconia nera ignota all&rsquo;autore greco e tipica invece della modernit&agrave; e &ndash; soprattutto &ndash; prendendo atto tragicamente della nascita di un&rsquo;epoca nuova segnata dalla rottura con il circolo vitale morti-vivi che era proprio dei classici antichi (e non, ovviamente, di Luciano, il cui nichilismo cinico si limita a constatarne sardonicamente gli effetti).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Negli autori classici, da Omero a Dante passando per Virgilio, l&rsquo;incontro con i morti assume la funzione ideologica di una grande narrazione mitica che definisce il senso di una civilt&agrave; e di un destino, disegna una continuit&agrave; e una tradizione, costruisce un futuro scegliendo un passato. Aveva ragione Vico: i corsi e i ricorsi della storia sono gli emblemi di una storia del potere e, insieme, di una antropologia, portano entro di s&eacute; come marche distintive simboli ed enigmi, e anche segni e ideologie, attraverso cui si cementano egemonie culturali, sistemi di potere, codici sociali di comando e di obbedienza, riti e costumi, e insomma i grandi apparati della memoria, della censura e della rimozione collettive.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;2.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;incontro con i morti nel canto XI dell&rsquo;<em>Odissea</em> risulta indubbiamente composito, rivelando fonti diverse e successive sovrapposizioni. Nondimeno, nelle sue varie parti, mostra una propria coerenza di fondo. Le sconcordanze di contenuto non alterano affatto la comune ispirazione mitopoietica, che collega strettamente destino pubblico e destini privati sia nel disegno stesso della composizione (a Tiresia e Anticlea essendo riservato quello individuale dell&rsquo;eroe protagonista, alle eroine e agli eroi quello collettivo del popolo greco), sia nelle singole parti di essa e dunque anche quando queste riguardino la sorte di Ulisse. Mentre nella comune concezione omerica le ombre dei morti non hanno n&eacute; pensieri n&eacute; sentimenti n&eacute; voce, qui il sortilegio sciamanico del sangue delle vittime bevuto dalle anime dei defunti concede loro non solo la parola, ma la forza della verit&agrave;. A Ulisse i morti non rivelano niente di meno che il senso della propria vita. Le parole di Tiresia, di Anticlea, di Agamennone e di Achille, e le storie varie delle diverse eroine, hanno in comune un&rsquo;attenzione specifica e costante per la trafila delle generazioni, per il rapporto madre-figli o padre-figlio o nonno-padre-nipote (Laerte, Ulisse e Telemaco; oppure Peleo, Achille e Neottolemo; oppure Agamennone-Oreste, e cos&igrave; via). &Egrave; una continuit&agrave; che non riguarda solo un sentimento individuale, ma un insieme di valori condivisi, e che comunque interessa sempre una porzione significativa di una storia collettiva di una famiglia, di un clan o di un popolo. Lo stesso Elpenore, il primo dei morti a presentarsi davanti a Ulisse, invoca un segno di cittadinanza fra i vivi, un sepolcro che anche gli uomini futuri possano vedere e riconoscere. Il destino dell&rsquo;uomo &egrave; sempre inserito in un mondo di segni comuni ai mortali e agli dei e in un orizzonte di circolarit&agrave; del senso. Come nella <em>Genesi</em> biblica il servo di Abramo, alla ricerca di una sposa per Isacco, sa riconoscere il segno di Dio nel gesto della fanciulla che offre da bere non solo a lui ma anche ai suoi cammelli, cos&igrave; Ulisse &ndash; profetizza Tiresia &ndash; potr&agrave; riconoscere il segno (&sigma;%u03AE&mu;&alpha;, v.126) della sua riconciliazione con Poseidone incontrando un viandante che ignori l&rsquo;uso del remo e lo scambi con un ventilabro. Lo stesso discorso di Anticlea al figlio, pure cos&igrave; carico di sentimenti privati, &egrave; stato probabilmente letto dalla critica novecentesca in una chiave eccessivamente modernizzante. In effetti Ulisse le chiede s&igrave; la causa che ne ha provocato la morte, ma anche e soprattutto una conferma di quanto gli &egrave; stato appena annunciato da Tiresia, e cio&egrave; se Laerte e Telemaco (il padre e il figlio, dunque) conservino il loro privilegio reale e se Penelope non abbia per caso sposato un nobile Acheo facendogli perdere cos&igrave; la propria posizione di potere a Itaca. Nella risposta Anticlea, dopo avere attestato la fedelt&agrave; della sposa, mette al primo posto la descrizione della vita di Laerte, che si &egrave; ritirato in campagna rinunciando ai simboli del potere, e quella di Telemaco che invece ha conservato le prerogative del proprio rango; e solo nella parte finale accenna al dolore per la lontananza del figlio come causa della propria morte. Beninteso, il momento degli affetti personali per il marito e soprattutto per il figlio &egrave; ben rilevato, ma &egrave; pur sempre inserito in un gioco di parallelismi in cui la prospettiva delle gerarchie sociali e del potere politico non viene mai dimenticata: Laerte dorme con i servi, mentre Telemaco banchetta con i primi della citt&agrave;; Penelope consuma le notti e i giorni piangendo, ma non ha consentito a nessuno di togliere a Ulisse il privilegio reale.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;3.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se nell&rsquo;<em>Odissea</em> l&rsquo;incontro con i morti illustra una trafila delle generazioni che fonda una mitologia e insieme il senso comune di una civilt&agrave;, nel canto VI dell&rsquo;<em>Eneide</em> sancisce piuttosto un patto fra le generazioni e la trasmissione di una egemonia e di un potere, capace di collegare immediatamente il mito alla storia. La continuit&agrave; non &egrave; pi&ugrave; solo quella di una nobile casata, ma investe il destino dei popoli. La trasmissione patrilineare si prolunga nel futuro, e passa dall&rsquo;Oriente all&rsquo;Occidente. E infatti ora l&rsquo;eroe compie un viaggio nell&rsquo;aldil&agrave; alla ricerca non di un indovino, come nell&rsquo;<em>Odissea</em>, ma del proprio padre; ed &egrave; appunto Anchise, non la madre come accadeva invece a Ulisse, a rivelargli non solo ci&ograve; che lo attende, ma quanto accadr&agrave; alla sua discendenza. Non per nulla sin dall&rsquo;inizio Anchise si presenta al figlio mentre, in una verde valletta, &laquo;omnem suorum/forte recensebat numerum carosque nepotes/fataque fortunasque virum moresque manusque&raquo; (vv. 682-684). Anchise passa in rassegna i cari nipoti, le fortune e i destini, e anche i costumi e le imprese delle genti e degli eroi futuri. Si squadernano cos&igrave; davanti a Enea, insieme, vichianamente, verrebbe voglia di dire, una mitologia, una storia e una antropologia (&laquo;moresque manusque&raquo;), una profezia politica che trasmette la continuit&agrave; di un prestigio e di un potere e un insegnamento etico che riguarda i comportamenti e i costumi. L&rsquo;annuncio della gloria futura (&laquo;Nunc age, Dardaniam prolem quae deinde sequatur/gloria, qui maneant Itala de gente nepotes,/inlustris animas nostrumque in nomen ituras,/expediam dictis et te tua fata docebo&raquo;, vv. 756-759) s&rsquo;inscrive in una continuit&agrave; fra le generazioni. Romolo, Remo, Cesare, Augusto e Marcello, successivamente evocati in modo pi&ugrave; o meno esplicito, erano attesi, avrebbe detto Benjamin, sui colli di Roma.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I sentimenti privati di Enea &ndash; l&rsquo;amore per il padre, il rimorso per il suicidio di Didone &ndash; sono cos&igrave; inseriti nella cornice di una storia collettiva e di un progetto politico. L&rsquo;apparizione stessa di Didone corrucciata e ostile (&laquo;aversa [&hellip;] inimica&raquo;, vv. 469 e 472) travalica la vicenda personale e allude alla vendetta cartaginese e a un confitto che insanguiner&agrave; il Mediterraneo per oltre un secolo.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;4,</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche Dante vuole scrivere un poema sulla scorta di quelli antichi, e dell&rsquo;<em>Eneide</em> soprattutto. Una prospettiva epica percorre la <em>Commedia</em>; ma si tratta, questa volta, di un&rsquo;epica nuova, cristiana. &nbsp;Il viaggio di Dante replica quello di Enea nell&rsquo;Ade, ma anche quello che Paolo aveva compiuto nel terzo cielo o addirittura, secondo le leggende medievali, nell&rsquo;Inferno stesso. Fonti classiche e medievali vengono egualmente riprese per trovare nuova legittimazione al tema dell&rsquo;incontro con i morti. Anzi, questo viene assunto come struttura fondante del disegno di una nuova civilt&agrave; cristiana capace di recuperare anche le istanze vitali del passato antico e pagano e di selezionare comunque dalla storia trascorsa e dalla cronaca del presente figure (anche nel senso messo in luce da Auerbach) che anticipino un futuro di possibile salvazione. Con Dante l&rsquo;incontro con i morti cessa di essere un episodio e diventa la base strutturale della narrazione e, insieme, di un intero progetto religioso ed etico-politico. Il metodo figurale &egrave; un tentativo grandioso di reinterpretazione del passato. Riposa sulla convinzione della presenza di Dio e della sua verit&agrave; nella storia e nei singoli dettagli delle vicende umane, sulla certezza che nel particolare ci sia gi&agrave; un&rsquo;ombra dell&rsquo;universale. Il senso si d&agrave; perch&eacute; &egrave; gi&agrave; nelle cose accadute; preesiste al singolo uomo che deve solo trovarlo negli esempi positivi e negativi che il mondo dei morti gli presenta; e non riguarda tanto o soltanto la felicit&agrave; del singolo, quanto la sorte del mondo.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nessun incontro pu&ograve; perci&ograve; essere casuale. Ogni stazione della discesa e poi dell&rsquo;ascesa &egrave; necessaria, voluta da Dio, inscritta nella prospettiva universale della storia dell&rsquo;umanit&agrave;. La stessa immagine del pellegrino protagonista rappresenta l&rsquo;intero genere umano alla ricerca del significato trascendente della vita. Ogni incontro con i morti rivela un determinato aspetto, una situazione storica, un carattere e un costume specifici, in cui&nbsp; si riverbera tuttavia la luce assoluta del vero. Pone in luce un individuo, una personalit&agrave; ben definita, e nello stesso tempo una prospettiva pubblica e collettiva e una verit&agrave; generale. Nei diversi faccia a faccia che si succedono soprattutto nelle prime due cantiche, &egrave; possibile addirittura riconoscere lo schema tripartito definito dalla <em>Poetica</em> aristotelica, e cio&egrave; il riconoscimento, lo sviluppo dell&rsquo;azione e lo scioglimento, i caratteri, insomma, di una concretezza drammatica ben pi&ugrave; risentita e incisiva che nel modello virgiliano. Eppure gli aspetti concreti e individuali, e i sentimenti privati del pellegrino, sempre dichiarati, vengono immediatamente proiettati sullo scenario dei destini complessivi dell&rsquo;umanit&agrave;. Fra concreto e astratto, fra particolare e universale, fra individuale e collettivo, fra privato e pubblico, c&rsquo;&egrave; insomma un legame sempre strettissimo e, per dir cos&igrave;, obbligato.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella vita di coloro che ci hanno preceduto in questa esistenza mondana si rivela, a chi la guarda dall&rsquo;aldil&agrave;, il senso autentico del loro passaggio su questa terra. I morti sono i mediatori di questa trasmissione del significato vero della vita. In questo modo l&rsquo;intero mondo dei defunti diventa un libro aperto capace di comunicarci il valore presente dell&rsquo;esistenza e il progetto salvifico in cui trover&agrave; adempimento la storia del genere umano.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;5.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con i <em>Paralipomeni</em>, e precisamente con i canti VI e VII dedicati alla discesa nell&rsquo;Ade, Leopardi compie, nei confronti della <em>Commedia</em> dantesca, la stessa operazione, critica e parodica, che Luciano aveva compiuto con il <em>Dialogo dei morti</em> nei confronti dell&rsquo;<em>Odissea</em>. E se Luciano, irridendone i miti, segna la conclusione della civilt&agrave; greca, Leopardi, egualmente colpendo le illusioni religiose e politiche, chiude analogamente un ciclo, denunciando l&rsquo;interruzione di quel circolo vitale fra morti e vivi, fra passato presente e futuro, che i classici dell&rsquo;antichit&agrave; e il poema dantesco avevano cercato di fondare. A differenza di Luciano, per&ograve;, Leopardi non si limita a chiudere un&rsquo;epoca; n&rsquo;apre una nuova: quella della modernit&agrave;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I defunti sono presentati da Leopardi silenziosi e gravati da un torpore fisico che li rende insensibili e del tutto estranei all&rsquo;esistenza dei vivi.&nbsp; Quando Leccafondi, come Enea, vorrebbe interrogare i morti sul destino della patria &ndash; e, in cifra, sugli sviluppi del processo risorgimentale -, l&rsquo;unica risposta che essi possono dargli &egrave; una irrefrenabile risata in cui si esprime la loro totale alterit&agrave; alle sorti umane. Abissale &egrave; la distanza non solo da Dante e dai classici del mondo greco e latino ma anche dagli autori stessi della generazione che lo precede &ndash; per esempio, da Foscolo che nei <em>Sepolcri</em> ancora puntava su una continuit&agrave; di valori fra passato e presente trasmessa dalle tombe -. Nei <em>Paralipomeni</em> come nel <em>Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie</em> i morti sono voci del nulla, non comunicano n&eacute; valori, n&eacute; ricordi, n&eacute; emozioni. &laquo;Quando anche potessimo [sott.: parlare], non sentiresti nulla; perch&eacute; non avremmo che ci dire&raquo;, &egrave; la battuta che il Morto rivolge a Ruysch. Per Leopardi l&rsquo;aldil&agrave; dei morti &egrave; ancora quello degli antichi; ma i defunti sono ormai diventati figure del nulla, immagini non pi&ugrave; della mediazione e della trasmissione del significato, ma di una interdizione e di una frattura.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;6.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In una delle ultime poesie degli <em>Ossi di seppia</em>, intitolata appunto <em>I morti</em>, Montale riprende il tema dei defunti silenziosi, incapaci ormai di comunicare con i vivi. I morti, vi si legge, sono &laquo;fiati/senza materia o voce&raquo;, &laquo;larve&raquo; perturbanti che sfiorano l&rsquo;esistenza dei sopravvissuti, ancora &laquo;rimorse dai ricordi umani&raquo;, ma impossibilitate a stabilire con chi resta una relazione che vada al di l&agrave; di una sensazione di oscuro timore o di angosciosa inquietudine. Il rapporto con i morti &egrave; diventato ormai del tutto soggettivo e unilaterale, persiste unicamente nel ricordo dei vivi, all&rsquo;interno di una sfera privata ed esistenziale: in <em>A mia madre</em> il figlio dichiara che la vita di lei non pu&ograve; avere alcun prolungamento oltre la morte, anzi si esaurisce in &laquo;se stessa&raquo;, riducendosi ai frammenti di una memoria che pu&ograve; conservare e isolare solo &laquo;un gesto&raquo;, &laquo;un volto, <em>quelle </em>mani, <em>quel</em> volto&raquo;. Nella grande poesia del Novecento, a partire da Pascoli e poi da Montale a Sereni e Caproni, il rapporto con i morti diventa vicenda esclusivamente individuale; il patto fra le generazioni, la dimensione pubblica, la trasmissione di un progetto o anche solo di una prospettiva collettiva si allontanano sin quasi a sparire. Inoltre, mentre in Leopardi i morti mantenevano una loro oggettivit&agrave;, questa va ora perduta. L&rsquo;incontro con loro non comporta pi&ugrave; un interscambio, un dialogo, un confronto fra passato e presente. Si smaterializza, cessa di essere una esperienza che mette di fronte interlocutori dotati di una propria autonomia. Anzi, si passa dall&rsquo;<em>incontro</em> con i morti al <em>ritorno</em> dei morti. I defunti diventano dei <em>revenant</em>. Emergono con un brivido dal fondo dell&rsquo;inconscio, ri-appaiono inquietanti, lividi o sorridenti, teneri o minacciosi, come proiezioni e segni di una privata rielaborazione del lutto. Pascoli segna questa svolta.&nbsp; I morti ritornano: &laquo;entrano&raquo;, sono &laquo;muti&raquo;, non ricordano il mondo terreno (&laquo;Oh! non ricordano i morti, /i cari, i cari suoi morti!&raquo;, in <em>La tovaglia</em>) o non vogliono ricordarlo (&laquo;Non vogliono ricordare&raquo;, in <em>L&rsquo;or di notte</em>) o, se finalmente rammemorano, lo fanno a fatica, con stento (come nell&rsquo;ultima strofa di <em>La tovaglia</em>) oppure piangono inconsolati e si rivolgono ai vivi solo per lamentare il proprio sacrificio e la propria sofferenza di esclusi dalla vita (<em>Il giorno dei morti</em>).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I morti si trasformano in fantasmi interiori. Ed &egrave; significativo che, in una delle liriche pi&ugrave; note di Sereni, possano riacquistare la parola e tornare a indicare una prospettiva collettiva di tipo etico solo come utopia, come possibilit&agrave; proiettata nel futuro: sono le &laquo;toppe d&rsquo;inesistenza, calce o cenere /pronte a farsi movimento e luce&raquo; che un giorno torneranno a parlare: &laquo;Non /dubitare &ndash; m&rsquo;investe della sua forza il mare &ndash; /parleranno&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In due grandi testi montaliani &ndash; <em>Incontro</em>, appunto, e <em>Voce giunta con le folaghe</em> - viene s&igrave; ripresa la tipologia tradizionale dell&rsquo;incontro con il morto, non senza echi virgiliani e danteschi, ma l&rsquo;ombra che si rivela &egrave; solo una evocazione: nasce e si esaurisce all&rsquo;interno dell&rsquo;io. Arletta &egrave; una epifania, e l&rsquo;epifania, si sa, non &egrave; che una figura modernista della soggettivizzazione del significato. La metamorfosi delle foglie in capelli (altra eco classica) &egrave; provocata dalla immaginazione, si produce in modo istantaneo e si brucia in un attimo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si profila qui, direbbe Taylor, una nuova antropologia, alternativa a quella degli antichi. &Egrave; cambiato radicalmente il modo di dare significato al mondo e alla vita. Il senso non si d&agrave; pi&ugrave;, non preesiste al soggetto; ma questi deve cavarlo da se stesso, deve cercarlo dentro di s&eacute;, elaborarlo al proprio interno per attribuirlo poi al mondo. Si assiste a una nuova dislocazione del senso che ormai si colloca nella mente di un soggetto isolato. A dare significato all&rsquo;esistenza non &egrave; pi&ugrave; una grande narrazione collettiva che coinvolge cielo e terra, uomini e divinit&agrave;, gli individui e il genere umano; ma ogni singolo uomo deve narrarsi una propria storia nel tentativo di trovare una identit&agrave; divenuta sempre pi&ugrave; incerta e precaria. L&rsquo;uomo isolato rivolge al defunto una domanda che resta senza risposta, rivelando il vuoto di senso che circonda la parabola della vita.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Beninteso, questa soggettivizzazione dell&rsquo;esperienza fa parte del genere lirico, anche antico, e lo differenzia nettamente da quello epico dei classici greci e latini e di Dante. Resta per&ograve; il fatto che i classici &ndash; quelli che fondano una civilt&agrave; - per la modernit&agrave; sono i poeti lirici, mentre per il mondo antico sono i poeti epici; che diversa &egrave; la modalit&agrave; dell&rsquo;attribuzione del senso; e che nei lirici antichi l&rsquo;aspetto perturbante del morto rievocato o ri-apparso &egrave; meno pronunciato e comunque appare inserito in contesti rituali che rinviano a pratiche culturali e sociali di tipo comunitario.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il carattere spiccatamente moderno dell&rsquo;attribuzione del senso si conferma anche quando l&rsquo;incontro con il morto riguarda la figura paterna e si inserisce consapevolmente in una tradizione che risale ai classici. &Egrave; il caso di <em>Voce giunta con le folaghe</em>, dove si prospetta uno scenario apertamente dantesco e si ripete il gesto vano di abbracciare l&rsquo;ombra del genitore. A differenza del modello omerico, virgiliano e dantesco, e in accordo, di nuovo, con Leopardi, il padre &egrave; senza voce, &egrave; &laquo;il muto che risorge&raquo;. Di pi&ugrave;: l&rsquo;errore che Clizia aspramente gli rimprovera &egrave; di non avere rinunciato a ricordare il mondo dei vivi e di pensare ancora ai figli: &laquo;Ancora questa rupe/ti tenta? [&hellip;] Io le rammento quelle/mie prode e pur son giunta con le folaghe/a distaccarti dalle tue. Memoria/non &egrave; peccato fin che giova. Dopo/&egrave; letargo di talpe, abiezione/che funghisce su s&eacute;&hellip;&raquo;. La poesia termina ricordando &laquo;il vuoto inabitato/che occupammo e che attende fin ch&rsquo;&egrave; tempo/di colmarsi di noi, di ritrovarci&raquo;. Il nulla trionfa. L&rsquo;unica &laquo;persistenza&raquo;, lo sappiamo da <em>Piccolo testamento</em>, &laquo;&egrave; solo l&rsquo;estinzione&raquo;. Prima e dopo la morte c&rsquo;&egrave; soltanto il vuoto. Nessuna continuit&agrave;, nessuna trasmissione. Resta solo, quando resta, una memoria frantumata che si fissa su pochi frammenti scampati alla rapina del tempo e non dotati di particolare significato: qui sull&rsquo;immagine del padre all&rsquo;alba, su uno sfondo marino, &laquo;erto ai barbagli,/senza scialle e berretto&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella modernit&agrave; la morte si privatizza, e non appare neppure pi&ugrave; in grado di comunicare una risposta al bisogno di significato. Il morto non ci parla pi&ugrave;. L&rsquo;interrogazione che il vivo gli rivolge scopre un vuoto &ndash; quel vuoto che Leopardi e Montale denunciano. Il senso &egrave; diventato precario o enigmatico, mentre una problematicit&agrave; sempre pi&ugrave; ansiosa e scettica ha preso il posto di ogni possibile certezza.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una rivoluzione copernicana si &egrave; compiuta. Il moderno ha elaborato una nuova cultura della vita privata e nuovi valori; ma altri &ndash; e forse ancora pi&ugrave; decisivi per la nostra vita &ndash; ne ha perduti.</p>]]></description>
</item>
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<title>Michela Sacco su &quot;L'incontro e il caso&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=66</link>
<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se non sono mancati, negli anni Novanta, autorevoli inviti a tornare a interrogarsi sulla critica da parte, ad esempio, di Cesare Segre (<em>Notizie dalla crisi</em>), di Giulio Ferroni (<em>Dopo la fine</em>) nonch&eacute; dello stesso Luperini con le sue riflessioni sulla moderna ermeneutica ne <em>Il dialogo e il conflitto, </em>questo saggio,<em> L&rsquo;incontro e il caso</em>, va oltre tali riflessioni perch&eacute; non si limita a intervenire, con una lunga introduzione, sul dibattito teorico, ma tende a verificare in una numerosa serie di saggi sulla letteratura europea, dal primo Ottocento al primo Novecento, da Manzoni a Musil, nuovi approcci metodologici come la critica tematica, pur ponendo nei suoi confronti dei precisi paletti .</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Egli considera, infatti, imprescindibile da ogni operazione ermeneutica il rapporto fra supporto tematico e organizzazione testuale, fra tematica e storia culturale. Prende dunque le distanze da certi esiti nati sul filo dell&rsquo;orientamento saggistico dei <em>cultural studies</em>, dai <em>gender studies</em> e dalla critica postcoloniale (Bremond, Pavel, Brooks), pur tenendo conto di alcune loro prospettive. Ha ben presente, peraltro, due grandi esempi di critica tematica nella tradizione degli studi italiani, quello graziano (<em>La carne, la morte, il diavolo</em>) e il pi&ugrave; recente orlandiano (<em>Oggetti desueti </em>Orlando in <em>Costanti tematiche, varianti estetiche e precedenti storici</em>).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma la sua preoccupazione &egrave; legata soprattutto al rischio che l&rsquo;approccio tematico (<em>Treni di carta</em> di Ceserani, <em>Dizionario dei temi letterari</em> a c. di Domenichelli, Fasano, Ceserani) tenda a far perdere la fisionomia peculiare e irripetibile di ogni opera, sottolineata dallo studioso nella struttura per saggi separati dedicati ai singoli autori.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Luperini si sente lontano da chi applica la critica tematica puntando sulle leggi di combinazione e di aggregazione come elementi costitutivi di un tema che lo rapportano ad altri temi, come fa Rousset, che pu&ograve; attraversare, colla tematica del primo sguardo (<em>Gli occhi s&rsquo;incontrano. La scena del primo sguardo nel romanzo</em>, 1981) anche diversi secoli.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quello di Luperini &egrave; un complesso discorso critico che, alla maniera di Wilson, insiste sul contesto delle condizioni che hanno determinato l&rsquo;attivit&agrave; fantastica dell&rsquo;uomo. E lo soccorrono, in questa direzione, teorici come Luk&agrave;cs di <em>Narrare o descrivere?</em> (che decreta la morte della totalit&agrave; romanzesca di primo Ottocento in favore della frammentariet&agrave; descrittiva otto-novecentesca) e Taylor delle <em>Radici dell&rsquo;io</em> (per la dislocazione del senso dal pubblico al privato entro il processo di costruzione dell&rsquo;identit&agrave; moderna), che forniscono una precisa fisionomia a questa ricerca, per certi versi appartenente alla critica tematica ma da cui la distanza &egrave; tanta. Ce lo dimostra gi&agrave; la scelta dell&rsquo;argomento particolarmente denso di significato, &ldquo;l&rsquo;incontro&rdquo;, nel quale - in continuit&agrave; e in coerenza colle riflessioni precedenti sul tema del dialogo, del conflitto e dell&rsquo;allegoria, il critico riesce a scalfire la forma del saggio di tipo scientifico- monologico, chiusa alla relazione col punto di vista altrui, per proporre qualcosa di pi&ugrave; perch&eacute; il tema scelto esce dalla letteratura, la attraversa per diventare visione del mondo, invito al dialogo, fiducia in esso come intesa fra gli uomini. E&rsquo; questa una sollecitazione a interrogarsi sulla vita, a scommettere su un suo possibile senso, secondo il percorso luperiniano rivolto, negli anni, ad approfondire la esigenza di comunicazione cogli altri).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;<em>incontro,</em> posto in rapporto al caso e, questo, al destino, &egrave; infatti tema generatore d&rsquo;intreccio come il cronotopo bachtiniano della strada che ci porta all&rsquo;incrocio fra un tempo e uno spazio ben determinati (ad esempio il castello e quella stanza trasformata in prigione in quella notte a proposito dell&rsquo;incontro fra Lucia e l&rsquo;Innominato come Ganzir&igrave;a coi simboli della roba in quella notte di luna, nel dialogo fra Gesualdo e Diodata).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;incontro &egrave; peraltro un evento che presuppone un movimento e un interscambio di segni, quindi &egrave; anche artificio della trama; &egrave; un nodo dell&rsquo;intreccio narrativo; fa parte dell&rsquo;<em>inventio</em> e della <em>dispositio</em>; contribuisce a strutturare la trama come contenuto e forma del contenuto in una semantica dell&rsquo;intreccio. L&rsquo;<em>incontro</em> &egrave; dunque studiato, nel suo farsi testualit&agrave; specifica in opere letterarie che attraversano l&rsquo;arco di un secolo, dal 1820 al 1920, comportando trasformazioni essenziali del tema prescelto. La grande metafora dell&rsquo;<em>incontro</em> comporta infatti una parabola che, dalla fiducia nella libert&agrave; e responsabilit&agrave; dell&rsquo;uomo, approda alla sfiducia nel dialogo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Studiato in rapporto al caso, esso diventa occasione decisiva per l&rsquo;inveramento di un destino nel Manzoni dei <em>Promessi Sposi</em>; si fa invece occasione mancata gi&agrave; in Flaubert de <em>L&rsquo;education sentimental</em>. Infatti dopo il 1848 l&rsquo;eroe appare privo della spinta propulsiva propria dell&rsquo;incontro che, nelle narrazioni epiche e religiose alle origini della civilt&agrave; occidentale, aveva avuto un ruolo fondamentale; ora diventa coscienza dilacerante di un altrove nel Maupassant di <em>Une partie de campagne</em> o nel <em>Mastro don Gesualdo</em> di Verga in cui l&rsquo;incontro &egrave; allegoria, forma della frattura fra le cose e le parole o, ancora, rappresenta una ulteriore possibilit&agrave; di senso pur senza alcun esito di svolta in autori come Pirandello, Joyce, Tozzi ma anche in Svevo e Proust, i cui personaggi sono immersi in un reale scisso e deprivato di segni riconoscibili, nell&rsquo;accezione debenedettiana di una condizione di rottura fra l&rsquo;uomo e il proprio destino.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quindi, importante la partizione tra la parte prima su <em>Incontri e tema del contenuto</em>, la seconda <em>Incontro d&rsquo;amore: nascita di una nuova antropologia</em> e la terza <em>Al di l&agrave; dell&rsquo;esperienza: incontri epifanici, incontri allegorici, incontri sostituiti e impossibili</em>, che scandisce il percorso verso esperienze sempre pi&ugrave; deprivate di significativit&agrave; fino allo scatto utopico finale ispirato anche dal racconto di Musil, <em>Compimento dell&rsquo;amore,</em> (anch&rsquo;esso oggetto di approfondite considerazioni critiche).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intanto risalta da questa impostazione l&rsquo;attenzione alla storia, al contesto in cui nascono le diverse opere, analizzate ognuna in un capitolo separato, ad indicare la unicit&agrave; di ogni esperienza ma insieme la possibilit&agrave; di creare dei rapporti e dei riferimenti per cui in opere di area europea, francese, inglese tedesca, italiana si possono trovare elementi comuni che illuminino reciprocamente testi letterari di diversa origine ponendo quelli di autori italiani nello stesso orizzonte culturale degli altri, pur senza voler fare analisi trasversali proprie di una certa metodologia in gran voga.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Volendo, piuttosto, sottolineare, fra la fine dell&rsquo;Ottocento e gli inizi del nuovo secolo, la grande svolta modernista, dai significati dirompenti, da cui &egrave; nato un tipo di societ&agrave;, un modo di incontrarsi e di rapportarsi che segnala una difficolt&agrave;, un malessere profondo e un alto grado di problematicit&agrave; nel rapporto con la realt&agrave;, in quello fra lo scrittore e la societ&agrave; e degli uomini fra loro.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Insomma &egrave; nata con la modernit&agrave; una nuova antropologia, che ha deciso in quegli anni del destino dell&rsquo;uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima dalla rivoluzione industriale. Essa &egrave; connotata dalla impotenza a cogliere il senso dell&rsquo;esistenza, dalla mancanza di significazione per cui il desiderio, il sogno sostituiscono una realt&agrave; ormai imprendibile nella quale la meta dell&rsquo;esistere &egrave; dietro le spalle; ed &egrave; allora che pu&ograve; nascere un personaggio che vive per la morte, come Matt&igrave;a Pascal.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E di questo cambiamento noi portiamo ancora il segno per cui per Luperini sarebbe la modernit&agrave; la svolta che ci tocca in modo pi&ugrave; radicale rispetto a quella, da altri considerata epocale, del postmoderno del secondo Novecento.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questa situazione di <em>d&eacute;b&acirc;cle</em> di ogni possibilit&agrave; del rapporto con l&rsquo;altro proprio della modernit&agrave;, lo studioso punta beniaminianamente a uno scatto utopico ipotizzando una resistenza a tale stato di cose, una scommessa per superare la accidentalit&agrave; e l&rsquo;inessenzialit&agrave; dell&rsquo;<em>incontro</em> per cui l&rsquo;altro non sia solo alterit&agrave; ma polo di un dialogo. Il libro si chiude dunque con un invito a vivere come possibile questa utopia, non rinunziando alla possibilit&agrave; di trovare il filo che ci consenta di uscire dal <em>balletto dell&rsquo;insignificanza.</em></p>
<p><strong>La rivista &egrave; disponibile in formato PDF sul sito "Annali d'Italianistica - The University of North Carolina at Chapel Hill".</strong></p>
<p><a href="http://www.ibiblio.org/annali/2007/bookshelf_2007.pdf" target="_blank">Per visualizzare la rivista on-line, fai clic qui.</a></p>]]></description>
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<title>Alberto Casadei su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=67</link>
<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 344&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Romano Luperini nel suo nuovo studio <em>L&rsquo;incontro e il caso</em> si avvicina alle modalit&agrave; della critica tematica, che per&ograve; viene usata come un mezzo e non come un fine. Sin dalla densa <em>Introduzione</em>, infatti, viene specificato che &lsquo;l&rsquo;incontro&rsquo; &egrave; s&igrave; un evento che pu&ograve; essere ritrovato in testi di epoche e generi diversi, ma si deve evitare di farne un <em>passepartout</em> che elimini le differenze storiche e impedisca di cogliere le complessit&agrave; delle singole costruzioni testuali. Rispetto alle tendenze consuete della critica tematica, Luperini adotta subito due importanti correttivi: da un lato limita la sua analisi a un periodo piuttosto definito (grosso modo, dal 1820 al 1920) e alla narrativa (sia breve che lunga), escludendo a priori altre forme letterarie; dall&rsquo;altro, prende in esame testi completi, che mostrano concretamente come, in ambito europeo, l&rsquo;incontro &egrave; diventato, da elemento decisivo e fortemente strutturante come nei <em>Promessi sposi</em>, un evento vuoto, un&rsquo;allegoria sempre pi&ugrave; indecifrabile come in Kafka, una funzione del Caso, sostitutivo di ogni razionalit&agrave; e pragmaticit&agrave;, come in Pirandello.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con la consueta incisivit&agrave;, e anche con una <em>vis</em> polemica implicita, Luperini sviluppa la sua indagine per dimostrare come, dietro le svolte della trama, stia sempre una molteplicit&agrave; di ragioni prima di tutto storiche: l&rsquo;analisi tematica serve in fondo a trovare un filo per unire di nuovo interno ed esterno, <em>mimesis</em> del mondo e realt&agrave; storicamente interpretabile. Contro la mera schedatura di luoghi ed immagini ricorrenti, viene qui proposta una strenua attenzione al significato contestuale che gli incontri esaminati assumono: in questo, risultano salvaguardati anche gli aspetti di disamina formale-narratologica che, pur non essendo pi&ugrave; (e finalmente) feticizzati e assolutizzati, non possono essere abbandonati come meri orpelli classificat&ograve;ri.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il problema che, grazie anche alla riscoperta di Auerbach, viene in fondo posto da Luperini, cos&igrave; come da altri studi sulla narrativa anche recente, &egrave; quello delle modalit&agrave; di esecuzione del realismo, quando ormai la nozione stessa di realt&agrave; appare come un mito pi&ugrave; che come un concetto. Il critico, sulla scorta di molti suoi lavori recenti (da <em>L&rsquo;allegoria del moderno</em>, 1990, sino a <em>La fine del postmoderno</em>, 2005, e <em>L&rsquo;autocoscienza del moderno</em>, 2006), sostiene qui con forza che la letteratura mantiene, almeno nel periodo preso in esame, una piena valenza interpretativa della realt&agrave;, salvo vederla sfuggire nella sua essenza; comunque, lo statuto di &lsquo;monumento&rsquo; e non di mero &lsquo;documento&rsquo; di un grande testo letterario pu&ograve; consentire di parlare non solo del brutto e del reietto, ma persino del vuoto che si coglie dietro o addirittura dentro le vicende narrate. Anche da questo punto di vista, in implicita polemica con i sostenitori dei <em>Cultural studies</em>, Luperini rivendica la funzionalit&agrave; di una nozione (quella di &lsquo;monumento&rsquo;) da tempo messa in discussione; tuttavia, contrariamente a quanto avviene in molte altre parti del libro, questa posizione non viene argomentata, mentre proprio su come individuare una specificit&agrave; del libro-&lsquo;monumento&rsquo; si deve adesso ragionare, in un campo di forze letterario che mostra, soprattutto in Italia, il prevalere netto di testi che non problematizzano la realt&agrave;, ma si limitano a riprodurla passivamente in forme largamente accettate (come il poliziesco).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono invece delimitati con grande attenzione i confini entro cui si deve tenere l&rsquo;esame del tema-cartina di tornasole &lsquo;incontro&rsquo;. Sempre nell&rsquo;<em>Introduzione</em> viene chiarita bene l&rsquo;opposizione fra l&rsquo;incontro cos&igrave; come &egrave; stato rappresentato dall&rsquo;antichit&agrave; sino alla met&agrave; dell&rsquo;Ottocento (pi&ugrave; precisamente, sino alla svolta del 1848), ricco di implicazioni per i personaggi e per la trama, e l&rsquo;incontro di tipo moderno, o meglio modernista, quando i personaggi sono sempre pi&ugrave; dominati da pulsioni inconsce e quindi in mano a un Caso che si distingue dal loro destino. La lezione debenedettiana viene ripresa, ma Luperini fonda il suo discorso su precise tappe storiche anzich&eacute; su movimenti archetipici, e comunque coglie nei testi esempi molto variegati delle modalit&agrave; espositive a lui pi&ugrave; care, come l&rsquo;allegoria, che ad esempio permette di connettere, almeno a livello tipologico, il <em>Mastro-don Gesualdo</em> alla tradizione modernista del primo Novecento (Joyce, Tozzi, Pirandello, Kafka) piuttosto che al naturalismo di Maupassant o anche del primo Svevo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Viene inoltre giustamente sottolineata la specificit&agrave; della presenza della situazione-incontro nella lirica: come modello viene indicata <em>A une passante </em>di Baudelaire, che ha dato origine a tante varianti mitopoietiche. In generale, il tema dell&rsquo;incontro come <em>punctum</em>, momento decisivo ma purtroppo passeggero e spesso incomprensibile, viene mantenuto in altri lirici, come Montale, rapidamente ma opportunamente citato. Di certo, la densit&agrave; della lirica non pu&ograve; essere &lsquo;mimata&rsquo; nella narrativa, se non in condizioni particolari (ma delle epifanie gloriose di Dedalus, l&rsquo;<em>Ulisse</em> si fa beffe, specie nell&rsquo;episodio dell&rsquo;incontro a distanza fra Leopold Bloom e Gerty MacDowell, qui esaminato in un capitolo successivo). Poteva allora essere interessante delimitare la progressiva perdita di senso dell&rsquo;incontro anche sul versante del genere che, da un certo punto di vista, proprio su incontri si fonda, ossia il teatro. Esso in effetti si evolve in una direzione complanare a quella individuata da Luperini: il non senso delle parole, rilevato da Szondi per Cecov, diventa il non senso delle azioni, come sar&agrave; evidente nel teatro beckettiano. E si potrebbe aggiungere, tenendo presente il Peter Brooks dell&rsquo; <em>Immaginazione melodrammatica</em>, che l&rsquo;intersezione fra romanzo e teatro &egrave; stato a lungo importante nella modalit&agrave; di rappresentazione dell&rsquo;incontro: una forte teatralizzazione degli incontri, come quello fra l&rsquo;innominato e Lucia, attentamente sondato nel primo capitolo del volume, &egrave; il primo segnale della loro importanza a livello di trama.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&Egrave; qui impossibile ripercorrere in dettaglio tutti i saggi proposti, suddivisi in tre grandi parti: <em>Incontri e forma del contenuto</em>, <em>Incontri d&rsquo;amore: nascita di una nuova antropologia</em> e <em>Al di l&agrave; dell&rsquo;esperienza: incontri epifanici, incontri allegorici, incontri sostituiti e impossibili</em>. Giustamente Luperini ricolloca la narrativa italiana nell&rsquo;ambito di quella europea, con la quale essa si confronta costantemente e con risultati nient&rsquo;affatto inferiori, anche se spesso, nel periodo in esame, rimanendo al seguito di movimenti nati altrove. In particolare, le analisi delle implicazioni degli incontri, tra l&rsquo;ironico e il tragico (rimosso), nell&rsquo; <em>Educazione sentimentale</em> risultano fondamentali per comprendere l&rsquo;allontanamento da un&rsquo;idea di Storia sorta in rapporto a quella di Rivoluzione: come scriveva Luk&aacute;cs a proposito dello &lsquo;spazio bianco&rsquo; che occupa la vita di Fr&eacute;d&eacute;ric dopo la conclusione dell&rsquo;esperienza rivoluzionaria, finisce in questo non-racconto la fase del romanzo tipicamente &lsquo;realistico&rsquo;, in cui di fatto l&rsquo;azione coincideva con la storia; e si apre gi&agrave; lo spazio narrativo della <em>Recherche</em>, narcisistico, snobistico e condizionato da forze implicite anzich&eacute; esplicite. Si potrebbe aggiungere, citando il <em>Faust</em>, che il mito dell&rsquo;Azione, tipico della modernit&agrave; nei suoi aspetti antropologici, economici e tecnologici, si &egrave; svuotato, ossia &egrave; diventato pura dinamica sociale, priva di un senso ulteriore. Tale senso dovr&agrave; allora essere cercato all&rsquo;interno dell&rsquo;individuo, e finalmente nelle profondit&agrave; dei desideri, come mostra benissimo l&rsquo;analisi qui proposta di <em>Un amour de Swann</em>, un &lsquo;romanzo nel romanzo&rsquo; all&rsquo;insegna della gelosia e della menzogna (evidenziata da Luperini anche a livello simbolico).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oltre a esaminare in dettaglio i testi, Luperini sfrutta la possibilit&agrave; di fruttuosi confronti interdisciplinari, per esempio con la pittura impressionista nell&rsquo;analisi di un racconto di Maupassant ( <em>Une partie de campagne</em>), oppure con quella tra divisionismo ed espressionismo nella disamina della &lsquo;parabola&rsquo; <em>Auf der Galerie</em> di Kafka. Il risultato &egrave; comunque la consapevolezza che il destino dell&rsquo;uomo occidentale perde progressivamente tutti i contatti con la Grande storia, e si chiude nel privato, salvo poi non trovare pi&ugrave; punti di appiglio per afferrare l&rsquo;&lsquo;esterno&rsquo;: si svuotano quindi i presupposti per descrivere le esistenze nei termini di trame e incontri. Ci&ograve; risulta assai evidente, in Italia, esaminando i processi di straniamento messi in atto da Tozzi in <em>Bestie</em>, oppure le costruzioni volutamente artificiose dei romanzi pirandelliani: Luperini analizza i <em>Quaderni di Serafino Gubbio</em>, ma il procedimento &egrave; gi&agrave; palese nel <em>Fu Mattia Pascal</em>. Forse si poteva sottolineare che, in una tradizione umoristico-sterniana, &egrave; la trama stessa come &lsquo;sintassi&rsquo;, organizzazione logica degli eventi, a essere revocata in dubbio, e perci&ograve; diventa difficile comprendere quali sono gli incontri decisivi e quali no: almeno quello con Anselmo Paleari di Mattia-Adriano sembra, per esempio, portatore di singolari &lsquo;verit&agrave;&rsquo; sui fondamenti del vivere moderno, all&rsquo;insegna della precariet&agrave; e insieme vincolato alle apparenze dei &lsquo;fatti&rsquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In conclusione, oltre a molte altre interpretazioni efficaci (come quelle riguardanti <em>Senilit&agrave;</em> o i due racconti di Musil intitolati <em>Vereinigungen</em> - <em>Incontri</em> o, meglio, <em>Congiungimenti</em>), va segnalato che il libro di Luperini risponde in pieno alle esigenze di un esame critico che legga i testi con consenso, quanto al valore, ma senza accondiscendenza quanto a parametri interpretativi. La ricerca a suo modo utopica di un mondo diverso da quello individuato nel destino modernista resta alla base del lavoro dell&rsquo;interprete che, con Adorno, dovrebbe ancora individuare nelle opere letterarie come nella realt&agrave; le tracce di un&rsquo;incompiutezza. In questo senso, la <em>Conclusione</em> risulta quanto mai aperta, e anzi offre spunti &lsquo;per continuare&rsquo;: se anche negli Stati Uniti di Philip Roth &ldquo;il destino dei personaggi &egrave; <em>dato</em>. Nessuno esce da se stesso&rdquo; (p. 316), certo lo scacco pare inevitabile. Tuttavia sono molte le occasioni storiche di incontri che possono decidere di effettivi cambiamenti: Luperini cita esempi da Fenoglio o da Calvino, specie in rapporto alla stagione della Resistenza. Ma forse adesso, in un&rsquo;epoca che siamo tenuti, in mancanza di meglio, a chiamare postmoderna, gli incontri-eventi fanno parte di un intreccio ancora pi&ugrave; ampio, assumono valori allegorici &lsquo;pieni&rsquo; pur partendo dal virtuale, dalla (presunta) non-esperienza del mondo tipica della <em>visual culture</em>. Il DeLillo di <em>Underworld</em> e, in misura di poco inferiore, del recente <em>Falling man</em> ci insegna che &egrave; possibile ottenere un nuovo realismo unendo pezzi di esistenze e di eventi a prima vista insensati e irrelati. Questa capacit&agrave; demistificatoria e ricostruttiva &egrave; una potenzialit&agrave; tuttora attiva e notevole nel romanzo scritto (molto meno ampia nel montaggio di tipo visivo): a questa potenzialit&agrave; deve forse rivolgersi la critica, per indicare valori che siano condivisi da una comunit&agrave; presente e a venire, come a pi&ugrave; riprese auspica anche Luperini.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alberto Casadei</strong></p>]]></description>
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<title>&quot;Nel caso l'interiore destino&quot; di Andrea Cortellessa </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=68</link>
<pubDate>Wed, 02 Jan 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cos&igrave; come nella narrativa, anche nella migliore saggistica risulta decisiva la distinzione fra contenuto e tema. Il <em>contenuto</em> dichiarato del nuovo libro di Romano Luperini &ndash; col quale uno dei nostri maggiori italianisti per la prima volta affronta moderni classici di altre letterature in un&rsquo;ottica, ancorch&eacute; non ortodossamente, comparatistica e tematica &ndash; &egrave; l&rsquo;<em>incontro</em> fra personaggi, motore strutturante della trama nella galassia narrativa che si estende dai <em>Promessi sposi</em> all&rsquo;<em>Ulisse</em> (all&rsquo;incirca fra 1820 e 1920, et&agrave; d&rsquo;oro del modernismo europeo). Dopo <em>Il dialogo e il conflitto</em>, dittologia che intitola un libro precedente di Luperini, si potrebbe allora intendere l&rsquo;<em>incontro</em> come sintesi dialettica. Ma se c&rsquo;&egrave; una dialettica, al fondo del suo risoluto materialismo, essa adornianamente non conosce sintesi: la sua lacerazione resta inconciliata. E il <em>tema</em> del libro, niente affatto segreto (se lo si trova enunciato fra titolo e sottotitolo) ma senz&rsquo;altro pi&ugrave; ambizioso, &egrave; il rapporto fra <em>destino</em> e <em>caso</em>: cos&igrave; come viene ridefinito dai capolavori della narrativa moderna. I quali sono dunque presi, oltre che nella loro autonomia di manufatti artistici, <em>anche</em> come grandi cartine di tornasole della nostra antropologia: secondo quella che &egrave; l&rsquo;abituale divisa politica, ed etica, dell&rsquo;autore, per cui &laquo;ogni discorso critico &egrave; un discorso allegorico &ndash; si parla di <em>questo</em>, il letterario, per parlare di <em>altro</em>&raquo;. (Non c&rsquo;&egrave; dubbio, per esempio, che con <em>L&rsquo;educazione sentimentale</em> Flaubert ci dica di pi&ugrave;, sull&rsquo;uomo occidentale, di intere biblioteche di storia della mentalit&agrave;).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La tesi di fondo (mutuata dal Luk&aacute;cs meno dogmatico) &egrave; che nel periodo suddetto si passi da una dominante &laquo;narrativa&raquo; &ndash; che iscrive le vicende narrate in una coerenza di cause ed effetti, in un orizzonte di senso compiuto, appunto in un <em>destino</em> &ndash; a una &laquo;descrittiva&raquo;: nella quale prevale la casualit&agrave; di un&rsquo;esistenza slegata e incoerente, che &egrave; possibile solo interrogare e, al limite, repertoriare. Se il disegno storiografico va assunto con cautela (la stessa con la quale va inteso non pi&ugrave; che tendenziale ogni passaggio di stato di questa portata: &egrave; gioco facile indicare controtendenze anti-narrative, nel senso luk&aacute;csiano, in testi precedenti certo non minori quali <em>Don Quijote</em> o lo sterniano <em>Sentimental Journey</em>), non si pu&ograve; che concordare con la centralit&agrave; del tema individuato. Un tema che nella nostra tradizione critica ha conosciuto un interprete straordinario in Giacomo Debenedetti (modello la cui esemplarit&agrave; ormai da tempo Luperini indica alla critica contemporanea), specie in saggi tardi come la memorabile <em>Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo</em>. Che, si ricorder&agrave;, non temeva di confrontarsi coi &laquo;personaggi-particella&raquo;, in quanto tali soggetti al Principio d&rsquo;Indeterminazione, del <em>nouveau roman</em> o del cinema di Antonioni: cio&egrave; coi prodromi di quello che noi oggi chiamiamo postmoderno (il quale desta invece a Luperini, nell&rsquo;appendice che prolunga la trattazione sino ai giorni nostri, malcelate insofferenze). Basti pensare a un capolavoro della postmodernit&agrave; come <em>Fuori orario</em> di Martin Scorsese, deliberato <em>pastiche</em> di luoghi kafkiani, per constatare la persistente vitalit&agrave; del tema.<em></em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo stesso canone del <em>Romanzo del Novecento</em> debenedettiano viene mutuato da Luperini: dalle intermittenze proustiane alle epifanie di Joyce, passando per Svevo, Pirandello e Tozzi (anche se i saggi pi&ugrave; belli sono quelli dedicati a narrazioni brevi come <em>La scampagnata</em> di Maupassant e il vertiginoso <em>Compimento dell&rsquo;amore</em> di Musil). E si capisce, coll&rsquo;esteso ricorso alla categoria di epifania (in aggiunta e in correzione, diciamo, a quella &ndash; all&rsquo;autore come si sa carissima &ndash; di allegoria), che nella modernit&agrave; <em>caso</em> e <em>destino</em> non sono in realt&agrave; opposti come pensava Luk&aacute;cs. Nel <em>caso</em> si manifesta, il pi&ugrave; delle volte, quello che &egrave; un <em>destino</em> &ndash; segreto ma non, per questo, meno decisivo (&laquo;un destino interiore, come un flusso profondo o un condizionamento interno che marca la vita a nostra insaputa&raquo;).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma &egrave; con l&rsquo;ultimo saggio della serie, quello che analizza una mirabile prosa di Kafka (<em>In loggione</em>, da <em>Un medico di campagna</em>), che diviene evidente come la pi&ugrave; importante posta in gioco del libro sia ancora un&rsquo;altra. Quella dello spettatore che assiste alle evoluzioni di una cavallerizza sulla pista del circo si pu&ograve; interpretare, infatti, tanto come allegoria del rapporto fra lo scrittore e la realt&agrave; che fra il testo e il suo lettore: quest&rsquo;epifania, retroagendo sulle pagine precedenti, fa capire come il tema dell&rsquo;incontro sia in effetti servito a Luperini per costruire una grande <em>allegoria della lettura</em> (per dirla con Paul De Man). L&rsquo;auspicato <em>ritorno alla critica</em>, dopo la sua crisi sin troppo proclamata, equivale all&rsquo;esporsi una volta di pi&ugrave; alla forza spaventosa, demonica, di opere capitali, e decisamente non concilianti, come quelle qui passate in rassegna. E se<em> </em>ogni interpretazione degna di questo nome rappresenta davvero un <em>incontro</em>, fra chi legge e chi viene letto, nella dialettica non irenica di cui s&rsquo;&egrave; detto tale incontro &ndash; piuttosto che &laquo;fusione di orizzonti&raquo;, come lo definiva Gadamer &ndash; &egrave; un cozzare, una lacerazione che fa scintille; e che non ci pu&ograve; certo lasciare come eravamo <em>prima</em>. Del resto l&rsquo;aveva detto, Kafka: l&rsquo;incontro con un vero libro equivale a quello con un colpo d&rsquo;ascia. Il mare di ghiaccio viene fatto a pezzi &ndash; ma anche noi, difficilmente ne usciamo illesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Laterza, pp. 344, euro 35,00.</p>
<p><strong>Andrea Cortellessa</strong></p>]]></description>
</item>
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<title>Nicola Signorile su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=69</link>
<pubDate>Mon, 26 Nov 2007 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>La Gazzetta del Mezzogiorno, marted&igrave; 20 novembre 2007, pag. 23</p>
<p>Critica letteraria. Un libro di Romano Luperini</p>
<p><strong>La modernit&agrave;? Una sequenza di atti minuti e casuali</strong></p>
<p>Come &egrave; narrato il &laquo;destino dell&rsquo;uomo occidentale&raquo; in un tempo &laquo;frantumato&raquo;. Scrittori e scritture investigati dallo studioso in &laquo;L&rsquo;incontro e il caso&raquo;</p>
<p>di NICOLA SIGNORILE</p>
<p>&laquo;Poich&eacute; ignoro dove fuggi e tu non sai dove vado&raquo;. Una donna bella e misteriosa, in un lutto sontuoso, attraversa una strada assordante e poi scompare nella citt&agrave; che urla intorno. &Egrave; l&rsquo;incontro di Charles Baudelaire con una sconosciuta che finir&agrave; in un sonetto, famoso, dei <em>Fiori del male</em>, dedicato appunto <em>&Agrave; une passante</em>. Un incontro irrisolto, quasi mancato, come l&rsquo;incontro che non c&rsquo;&egrave; tra Swann e Odette nelle pagine di Proust.</p>
<p>Per Romano Luperini quei versi - pubblicati nel 1857 - costituiscono &laquo;anche per la produzione narrativa, una sorta di archetipo o di radice nascosta del tema moderno dell&rsquo;incontro con una donna portatrice di una inquietante seduzione erotica&raquo;. Ma in generale potremmo dire anche un modello della maniera tutt&rsquo;affatto nuovo di concepire l&rsquo;incontro nell&rsquo;epoca della modernit&agrave;. Cambia il paesaggio che non &egrave; pi&ugrave; quello &laquo;naturale&raquo; della campagna romantica ma &egrave; quello artificiale, macchinoso della citt&agrave;, al tempo stesso ostile ed ospitale. Cambia il tempo, oramai rapidissimo, che &laquo;si &egrave; frantumato, &egrave; fatto di unit&agrave; minime, discontinue e irrelate&raquo;. Cambia il modo, che sfugge alla strategia ed &egrave; governato dal caso, dall&rsquo;occasione fortuita. Cambia anche l&rsquo;attrazione sessuale che assume il carattere pubblico e ben si addice alla societ&agrave; di massa, portando con s&eacute; nella &laquo;mescolanza di perverso e di sacro&raquo; quel sentimento di lutto che seduzione ed eros comunicano &laquo;a causa della loro natura del tutto gratuita, precaria e transitoria&raquo;.</p>
<p>&Egrave; intitolato proprio cos&igrave;: <em>L&rsquo;incontro e il caso </em>l&rsquo;ultimo saggio di Romano Luperini, pubblicato da Laterza (pp. 344, euro 35). E il sottotitolo spiega: &laquo;Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale&raquo;, anticipando qual &egrave; il cuore della ricerca di Luperini, condotta attraverso l&rsquo;interrogazione di scrittori e scritture che hanno segnato il passaggio &laquo;dalla <em>narrazione</em> in cui ogni particolare &egrave; subordinato all&rsquo;universale (...) alla <em>descrizione</em>, in cui i particolari si accampano senza pi&ugrave; una motivazione organica e l&rsquo;incontro diventa momento inessenziale di una esistenza ridotta a sperpero di atti minuti e casuali&raquo;.</p>
<p>Luperini accetta e condivide la ben conosciuta tesi di Luk&aacute;cs che colloca la svolta del Moderno alla data del 1848, al fallimento della rivoluzione democratica che avrebbe segnato la nascita di una nuova figura di scrittore, con un ruolo sociale separato e specializzato. Sfilano cos&igrave; nel diorama di Luperini Marcel Proust e Italo Svevo, Gustave Flaubert e Giovanni Verga, Robert Musil e Guy de Maupassant, Federigo Tozzi, James Joyce, Luigi Pirandello e Franz Kafka. Rimangono fuori gli scandinavi e i grandi russi, ma per ragioni di semplice personale predilezione - confessa Luperini - e di competenza delle lingue originali. Comunque sia, l&rsquo;assortimento coincide (casualmente?) con un canone europeo della Modernit&agrave; industriale i cui confini esatti si possono discutere ma la cui immagine sostanziale non si pu&ograve; non condividere.</p>
<p>Dunque, il tema dell&rsquo;incontro - scelto fra tanti possibili perch&eacute; illumina con efficacia quale sia diventato infine il destino dell&rsquo;uomo occidentale - e gli autori interrogati in questo libro &laquo;parlano di un mondo in cui ogni individuo &egrave; isolato, il destino &egrave; diventato cosa privata, la dimensione della collettivit&agrave;, della storia e della vita pubblica si sta dissolvendo&raquo;.</p>
<p>L&rsquo;incontro non &egrave; solo un evento, ma anche l&rsquo;artificio della trama e cos&igrave; si confondono il contenuto e la forma del contenuto. Ed &egrave; attraverso questo passaggio che l&rsquo;incontro si offre come metafora del ruolo dello scrittore, della sua funzione e anche sua inadeguatezza. &Egrave; significativo il fatto che il volume di Luperini si concluda commentando un racconto di Franz Kafka, <em>Il silenzio delle sirene</em>, dove un Ulisse riesce a salvarsi nonostante le sirene gli oppongano non il loro canto ma il silenzio. &laquo;Il mondo non ci parla pi&ugrave;&raquo;, scrive Luperini, e perci&ograve; &laquo;non rivela pi&ugrave; neppure la <em>verit&eacute; noir </em>della propria insignificanza. L&rsquo;arte pu&ograve; solo testimoniare la scissione che la separa dalle cose&raquo;.</p>
<p>Se &egrave; vero che la letteratura &egrave; allegoria, anche &laquo;il discorso critico &egrave; un discorso allegorico&raquo;, dice Luperini, scoprendo il senso profondo e &laquo;militante&raquo; della sua ricerca sull&rsquo;incontro. Una riflessione sulle condizioni attuali della critica, sulla sua cittadinanza. &laquo;Il discorso critico - sostiene - &egrave; privo di garanzie. Trae la propria forza dall&rsquo;interpretazione e dalla argomentazione, dunque da un pubblico, da un contesto comunitario, che per&ograve; &egrave; sempre precario e mutevole. Quando questo, come oggi, &egrave; scarsamente presente o manca del tutto la critica perde, o rischia di perdere, ogni valore o significato. Ma tentare fa parte della sua scommessa ermeneutica&raquo;.</p>]]></description>
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<title>Un grande libro della letteratura italiana: I Malavoglia di Giovanni Verga </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=1</link>
<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p><strong>Romano Luperini</strong> al Liceo Scientifico <strong>Galileo Galilei</strong>, a Catania in via Vescovo Maurizio 73, introduce  alle<strong> ore 15</strong> del giorno <strong>25 marzo</strong>&nbsp;il <strong>laboratorio </strong>sui <strong>Malavoglia</strong> organizzato  dall'<strong>ADI </strong>per i docenti di Catania. <br /><br />La conclusione dei lavori,&nbsp; il giorno  successivo (<strong>26 marzo</strong>)&nbsp;alle ore <strong>17,30</strong> &egrave; affidata ancora a <strong>Romano Luperini</strong>. <br /><br />Interverrano anche <strong>Pietro Cataldi</strong>, <strong>Andrea Manganaro</strong>, <strong>Felice Rappazzo</strong> e <strong>Paola  Gibertini</strong>.<br /><br /><a href="http://www.palumboeditore.it/eventiculturali/tabId/154/itemId/312/default.aspx" target="_blank">Fare clic qui per conoscere i dettagli dell'evento.</a></p>]]></description>
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<title>Presentazione del libro &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=2</link>
<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il giorno <strong>24 ottobre</strong> alle <strong>17,00</strong> presso la <strong>libreria Feltrinelli, a Modena</strong>, "<strong>L'et&agrave; estrema</strong>" sar&agrave; presentato da Paola Gibertini, alla presenza dell'autore.</p>]]></description>
</item>
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<title>Presentazione del libro &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=3</link>
<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Sabato <strong>18 ottobre</strong> alle ore <strong>13,20</strong>, in occasione della <strong>Fiera del libro di Francoforte</strong>, sar&agrave; presentato <strong>presso l'Istituto italiano di cultura</strong> di questa citt&agrave; "<strong>L'et&agrave; estrema</strong>", alla presenza dell'autore. Il libro sar&agrave; presentato al <strong>Frankfurt&nbsp; Buchmesse</strong>, <strong>Forum Dialog</strong> (<strong>Halle 6.1</strong>, <strong>Stand E 913</strong>).</p>]]></description>
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<title>Presentazione di &quot;L'incontro e il caso&quot; e di &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=4</link>
<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il giorno <strong>8 ottobre</strong>, alle ore <strong>17,30</strong>, presso la <strong>Biblioteca Comunale dell'Oblate</strong>, <strong>via S. Egido 21</strong>, si terr&agrave;, nell'ambito dell'iniziativa intitolata "Leggere per non dimenticare", la presentazione di "<strong>L'incontro e il caso</strong>" e di "<strong>L'et&agrave; estrema</strong>". <br />I due libri saranno introdotti da Giulio Ferroni, sar&agrave; presente l'autore.</p>]]></description>
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<title>Presentazione &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=5</link>
<pubDate>Tue, 05 Aug 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Giorno <strong>10 agosto</strong>, in Viale Ravenna, piazzale della Libreria Libriincontro a <strong>Milano Marittima</strong> (Cervia), alle ore <strong>21,30</strong> verr&agrave; presentato il libro <em><strong>L'et&agrave; estrema</strong></em>.</p>]]></description>
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<title>I salici sono piante acquatiche</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=6</link>
<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il 27 giugno 2008 la traduzione in russo di &ldquo;I salici sono piante acquatiche&rdquo;, appena uscita in Russia, verr&agrave; presentata a Mosca a cura dell&rsquo;Istituto italiano di cultura. Sar&agrave; presente l&rsquo;autore, Romano Luperini.</p>]]></description>
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<title>L'et&agrave; estrema</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=7</link>
<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il giorno 17 luglio 2008 sar&agrave; in libreria in Italia il romanzo breve &ldquo;L&rsquo;et&agrave; estrema&rdquo;, edito da Sellerio.</p>]]></description>
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<title>Quando l'altro &egrave; in noi stessi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=8</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il&nbsp;<strong>27 marzo</strong> alle ore <strong>15, 00</strong>, nella <strong>Sala di Rappresentanza della Fondazione per la Scuola</strong>, a piazza Bernini 5, <strong>Torino</strong><span id="dnn_ctr995_dettaglio_rptSubEvento__ctl0_lblLocalizzazione"><strong>, </strong>Romano Luperini&nbsp;terr&agrave; un seminario&nbsp;con gli insegnanti sul tema <em>Quando l'altro &egrave; in noi stessi: l'incontro con i morti nella letteratura del Novecento (Pascoli, Joyce,&nbsp;Montale, Luzi, Sereni) e confronto con lo stesso topos&nbsp;nei classici dell'antichit&agrave; e del Medioevo</em>, organizzato dalla Fondazione della Scuola della Compagnia di San Paolo e dall'ADI-sd.<br /></span></p>]]></description>
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<title>Letteratura, storia della letteratura, didattica della letteratura</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=9</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il <strong>14 marzo</strong> alle ore <strong>10, 00</strong>, nell'<strong>Auditorium dell'Universit&agrave; Kore</strong>, ad <strong>Enna Bassa</strong><span id="dnn_ctr995_dettaglio_rptSubEvento__ctl0_lblLocalizzazione"><strong>, </strong>Romano Luperini&nbsp;interverr&agrave; al convegno&nbsp;<em> Letteratura, storia della letteratura, didattica della letteratura: quale narrazione possibile oggi? </em>organizzato dall'ADI-sd e da <span id="dnn_ctr995_dettaglio_lblOrganizzatoDa" class="verdana10">G. B.&nbsp;</span>Palumbo editore.</span></p>
<p><span><a href="http://palumboeditore.it/eventiculturali/tabId/154/itemId/229/default.aspx" target="_blank">Fai clic qui per visualizzare il programma dei lavori.</a></span></p>]]></description>
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<title>La figura del giovane nella narrativa fra Otto e Novecento</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=10</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il <strong>13 marzo</strong> alle ore <strong>16, 30</strong>, nell'<span id="dnn_ctr995_dettaglio_rptSubEvento__ctl0_lblLocalizzazione"><strong>Aula Magna &ldquo;Santo Mazzarino&rdquo;, nel&nbsp;Monastero dei Benedettini di Catania, </strong>Romano Luperini&nbsp;terr&agrave; una conferenza sul tema <em>La figura del giovane nella narrativa fra Otto e Novecento: da 'Ntoni a Remigio</em>, organizzata dall'ADI-sd e da <span id="dnn_ctr995_dettaglio_lblOrganizzatoDa" class="verdana10">G. B.&nbsp;</span>Palumbo editore.</span></p>
<p><span><span class="sottotitolo11"><span id="dnn_ctr995_dettaglio_lblSottoTitolo">La conferenza sar&agrave; preceduta da un saluto del professore <strong>Nicol&ograve; Mineo</strong> dell'Universit&agrave; di Catania.</span></span></span></p>
<p><span><a href="http://palumboeditore.it/eventiculturali/tabId/154/itemId/231/default.aspx" target="_blank">Fai clic qui per visualizzare il programma dei lavori.</a></span></p>]]></description>
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<title>Commento al blog &quot;Le passioni dell'anima&quot;, o il ritorno della civilt&agrave; letteraria - le passioni dell'anima di R. Simone</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=145</link>
<pubDate>Tue, 17 Jan 2012 09:20:30 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Gentile Prof. Luperini,
ho letto con grande interesse la Sua recensione al romanzo di Raffaele Simone. Credo che, tra tutte quelle apparse finora (di Giuseppe Leonelli, Giulio Ferroni, etc.) la Sua sia la più stimolante.
Sono un ex dirigente scolastico, presidente dell'associazione EducaCi di Milano (www.educaci.it) e sono un appassionato di letteratura.
Mi permetto di inviarLe una mia personale lettura del libro di Simone, che la mia associazione presenterà a Milano (allo Urban Center del Comune, in Galleria Vittorio Emanuele II, n.11/12) alle ore 16.30 del prossimo 30 gennaio 2012.
Con cordiali saluti.
Vincenzo Cutolo

LE PASSIONI DELL%u2019ANIMA  di Raffaele Simone
 
Dopo la pubblicazione di fondamentali saggi e studi, che lo avevano collocato fra i maggiori linguisti internazionali contemporanei,  con %u201CIl paese del pressappoco%u201D (Garzanti, 2005) a sorpresa Raffaele Simone donò ai lettori un grande affresco critico sulla natura degli italiani, sui loro difetti, sulla loro anarchica superficialità, rivelando notevoli capacità di analisi sociologica e politica e inserendosi a pieno titolo nella categoria letteraria dei moralisti moderni. 
Il libro fu una fresca e lieta sorpresa nell%u2019ambito della nostra saggistica, giacché contribuì ad arricchire magistralmente la letteratura che indagava sulla %u201Cpeculiarità%u201D degli abitanti del Belpaese.
Qualche anno dopo Simone diede alle stampe %u201CIl Mostro Mite%u201D (Garzanti, 2008), un assai intelligente saggio in cui lo scrittore analizzava le cause della crisi storica della Sinistra e dei progressisti - non soltanto in Italia - e l%u2019avvolgente avanzata di un nuovo pervasivo Potere, quello della Neodestra, fondato sul consumismo di massa, sull%u2019egoismo individualistico e su nuovi accattivanti modelli, che i partiti della Sinistra non avevano saputo né comprendere né contrastare (%u201Cil Mostro Mite %u2013 ammoniva l%u2019autore - è la faccia sorridente che il Leviatano ha assunto nell%u2019era globale%u201D).
Oggi Raffaele Simone torna a stupire i suoi lettori  pubblicando non  un altro saggio, ma un romanzo: il suo primo romanzo,  %u201CLe passioni dell%u2019anima%u201D (Garzanti, settembre 2011).
Occorre chiedersi subito  se la nuova opera dello stimato scrittore debba organicamente essere collegata ai suoi precedenti saggi %u201Cpolitici%u201D (ancorché realizzata in un diverso genere letterario), oppure se essa vada letta come una tradizionale %u201Cnarrazione%u201D riferita agli ultimi mesi di vita del filosofo francese René Descartes, originalmente costruita con gli artifici del romanzo storico.
Personalmente credo che,  con %u201CLe passioni dell%u2019anima%u201D, Simone intenda dare coerente continuità alla sua attenta analisi del Potere e dei meccanismi che impediscono alla società umana di migliorare se stessa mediante l%u2019utilizzo della Saggezza e del Bene.
Il romanzo narra %u2013 come ho detto prima - gli ultimi sei  mesi di vita di René Descartes, dal suo viaggio per mare verso il regno di Cristina di Svezia (ottobre 1649) fino alla morte,  avvenuta a Stoccolma l%u201911 febbraio 1650.
La narrazione - costruita non con i consueti canoni del romanzo, ma mediante il sapiente montaggio di documenti storici originali, arricchiti da interpolazioni e lunghi brani vergati direttamente dallo scrittore -  pone in evidenza una apparente, stridente contraddizione: quella tra il forte  desiderio della regina di Svezia di ospitare a corte il più famoso filosofo del suo tempo e la condizione di Descartes %u2013 presso quella corte %u2013 di uomo %u201Csolo, afflitto, amareggiato, inquieto, senza affetti %u2026 tenuto in ostaggio da un%u2019ignota potenza%u201D.
Cristina di Svezia, vincitrice della Guerra dei Trent%u2019anni, oltre ad aver dato al suo Paese un ricchissimo patrimonio d%u2019arte (grazie alle numerose opere trafugate dai territori dei nemici sconfitti), si prefisse anche di elevare  il livello culturale sia della corte sia della popolazione del regno. E chiamò a Stoccolma, per tale scopo, scrittori, artisti, eruditi, filosofi, per i cui compiti  elargì prebende, privilegi e  pensioni. 
Ella volle alla sua corte anche il maggiore filosofo del suo tempo, il francese Descartes, da cui intendeva personalmente apprendere i valori del Sommo Bene.
Dopo l%u2019arrivo del filosofo in Svezia ella scrisse a un%u2019amica: %u201CE%u2019 finalmente nelle mie mani  la preda più bella di tutte le mie guerre: il più grande filosofo d%u2019Europa, il più saggio, il più nobile; %u2026 una mente così augusta mancava alla mia collezione%u201D.
Ma gli entusiastici intenti della regina svanirono all%u2019improvviso.
Il mutamento viene così descritto da Cristina, nel libro: %u201C E%u2019 per un mio cambiamento interiore che vedendolo ho capito che tutto era svanito, come se il flusso tra noi si fosse gelato. Ho capito d%u2019un tratto che mi basta averlo catturato e tenerlo qui come preda: quel che avevo dinanzi non era il grande filosofo di cui avevo ricercato la simpatia, ma una grossa lepre che s%u2019era lasciata prendere%u201D.
A Descartes tocca, quindi, la stessa sorte che toccò a Platone invitato in Sicilia dal tiranno di Siracusa e da questi accantonato e non utilizzato.
Il Potere, vuole dirci Simone, mostra solo apparentemente di voler fare tesoro dei grandi spiriti . In realtà esso punta soltanto a imprigionarli e annullarli.
Come nella Svezia della regina Cristina anche oggi, nella società politica (in particolare in quella italiana), buona parte della %u201C intellighentsia%u201D emergente %u2013 i cortigiani della %u201Cservitù volontaria%u201D %u2013 è infatti asservita sterilmente al Potere mediante prebende, privilegi e favori.
La responsabilità di tale stato di cose, ammonisce Simone, è da addebitare tuttavia agli stessi filosofi e intellettuali. Descartes, nel romanzo, attribuisce infatti alla Vanità la sua accettazione dell%u2019invito a Stoccolma: accettazione che ha comportato il suo allontanamento dalla Francia e dall%u2019Olanda, dagli amici, dal prestigio meritato e goduto,  per trasferirsi in terre fredde e lontane, dove ha  finito per trovare l%u2019isolamento e la morte.
Oltre alla Vanità, il romanzo analizza anche le varie e contrastanti passioni da cui  è agitata l%u2019anima degli esseri umani: la Saggezza,  la Speranza, il Timore,  la Venerazione, l%u2019Amore, la Pietà, la Gioia, l%u2019Ammirazione, lo Sbalordimento, l%u2019Inerzia, il Timore, l%u2019Umiltà, il Favore, il Desiderio, la Devozione, l%u2019Orgoglio,  l%u2019Odio, l%u2019Invidia, la Gelosia, l%u2019Ira, il Riso, la Tristezza, il Disgusto, la Riconoscenza, la Gloria, la Collera, il Rimpianto, la Derisione, il Pentimento, la Soddisfazione, l%u2019Allegria, l%u2019Ironia, l%u2019Indignazione, la Paura, la Disperazione, la Viltà, il Coraggio.
E lo fa non solo tramite citazioni dal testo cartesiano %u201CLe passioni dell%u2019anima%u201D (riprese in forma di epigrafi), ma anche attraverso ragionamenti attribuiti ai personaggi del libro. Qualche esempio: 
1)      %u201CLa Speranza è una disposizione dell%u2019anima a convincersi che accadrà quel che essa desidera; è causata da un particolare moto degli spiriti, cioè da quello della Gioia  e del Desiderio messi insieme%u201D;
2)      %u201Cl%u2019Ironia è uno strumento della mente %u2026 con cui costruire e consolidare ripari alla nostra fragilità. Aiuta a cogliere il comico nelle cose più solenni e gravi; a rifare il verso ai potenti e agli stupidi, sapendo che le due categorie spesso coincidono; a ridere di noi stessi%u2026; a scovare il lato divertente nelle cose drammatiche e quello serio nelle comiche %u2013 e così, insomma, a tenerci alla larga da gran parte di quel che ci potrebbe far male%u201D;
3)      %u201Cla Saggezza è principalmente utile per il fatto che insegna a renderci talmente padroni delle passioni e a dominarle con tanta maestria, che i mali che esse causano sono del tutto sopportabili, e se ne può perfino trarre qualche gioia%u201D.
Il romanzo è di lettura assai piacevole anche per la sua grande eleganza linguistica. Nel montare gli originali  %u201Ccapitoli%u201D (costituiti tutti da lettere, rapporti, resoconti, pagine di diario dei personaggi del libro) Simone fa uso di un registro espressivo che ridona il fascino della lingua francese colta  del XVII secolo (dove brillano soprattutto la ratio e il nitore del periodare di René Descartes, le cui %u201Cpagine di diario%u201D -  inesistenti come documenti di archivio -  sono magistralmente create dalla sapienza linguistica dello scrittore).
%u201CLe passioni dell%u2019anima%u201D è un gran bel romanzo: originale, attuale, problematico ed avvincente. Consiglio a tutti di leggerlo:  sia a chi crede che il Potere non sia l%u2019unico obiettivo della politica,  sia  soprattutto a  coloro cui risulta utile analizzare le proprie passioni,  per comprendere meglio il senso della vita e migliorare se stessi.
 
VINCENZO CUTOLO  
]]></description>
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<title>Commento al blog Un romanzo erotico di Starnone - Sul libro di Starnone</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=146</link>
<pubDate>Fri, 25 Nov 2011 10:12:39 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Sto leggendo anch'io, prestatomi da un amico, questo libro. Con ben poco coinvolgimento, pur ritrovando tratti comuni e persino locali (sono salernitano di nascita) della mala-educazione sessuale di un maschio mio coetaneo e più piccolo-borghese di me. Potrei persino ammirare la spudoratezza di Starnone, ma insopportabile mi è, anche perché lo vedo ancora come un esemplare di quella intellettualità di "nuova sinistra" anni Settanta, la riduzione di politica e cultura d'allora a mera vernice ipocrita. Più che la miseria sessuale del maschi di quei tempi viene fuori proprio la loro (o sua, dell%u2019autore) miseria politica.]]></description>
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<title>Commento al blog E un Meridiano con le poesie di Fortini? - memoria</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=144</link>
<pubDate>Tue, 15 Nov 2011 14:10:30 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Rallegrandomi della ri-comparsa del titolare, mi prendo la libertà di ricordare Fortini con un Fortini " d'annata ": %u201C Come con i personaggi di Proust, che cambiano identità in seguito a una « scoperta » sulla loro vita intima, così tutti i volti del passato, dai più lontani ai più prossimi, chiedono di essere continuamente interpretati, si affollano per chiederci di ascoltare la loro verità. (Su questo tema è stata scritta, credo, mezza Divina Commedia) %u201C (Franco Fortini, Villon e l%u2019enigmistica, in Cronache della vita breve, in %u201CAvanti!%u201D, 27 ottobre 1959)]]></description>
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<title>Commento al blog Un rito di passaggio - Confido in una tempestiva interruzione del suo &quot;silenzio&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=140</link>
<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 21:11:14 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Professor Luperini, Lei mi è immensamente caro, e anche se non ho mai avuto l'onore di conoscerla personalmente, le sono debitore.
Lei ha contribuito a far nascere in me una passione per la letteratura che si è tramutata ben presto in vero e proprio amore! La lettura delle appassionanti e appassionate pagine del suo manuale di Letteratura Italiana, sono state il primo passo verso il progetto di dedicare la mia vita allo studio di testi e autori.
Grazie a Lei ho scoperto la bellezza di un mondo nuovo. Un mondo ricco di personaggi, eventi, sentimenti, idee e ideali così veri che persino la realtà non è in grado di tenervi testa.

Attualmente frequento l'ultimo anno di liceo classico in un istituto di Palermo. E se dopo aver terminato questo percorso di studi non mi troverò impreparato, come accade a molti studenti che si accingono a sostenere la maturità, sono felice di pensare che gran parte del merito lo devo a Lei, alla passione e all'interesse che ha messo nel suo impiego/ruolo di intellettuale e letterato e che è stato capace di trasmettere attraverso le pagine dei Suoi libri.
Ho già letto i due romanzi che ha scritto, oltre che i Suoi volumi di "La Scrittura e l'interpretazione" e ho già in programma di iniziare a leggere i saggi di critica che riuscirò a reperire.

Inoltre a febbraio ho partecipato alla due giorni di orientamento dell'Università di Siena e lì ho scoperto che anche se dovessi iscrivermi lì, non ci sarà modo di poterla incrociare come docente. Questa incongruenza temporale mi ha amareggiato parecchio. Dunque, anche per questo le faccio presente che il suo RITORNO alla SCRITTURA è assolutamente necessario, perché solo così potrà riempire il vuoto che lascerà abbandonando l'insegnamento, e dunque la invito a riprendere in mano il %u201Ccalamaio%u201D e a riempire innumerevoli altre appassionate pagine.

Infine la saluto e mi auguro di potere un giorno incontrarla di persona, e ancor meglio di poter assistere alla presentazione del suo prossimo libro, quale che sia il genere su cui vorrà cimentarSi.
Grazie di cuore.

Un cortese saluto, 
da Pietro
]]></description>
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<title>Commento al blog Un rito di passaggio - voglia '&egrave; turn&agrave;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=140</link>
<pubDate>Wed, 12 Jan 2011 09:52:36 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[%u201C Lunedì 11 gennaio 1999 - Poi, tanto per cambiare, ho acceso la radio e ho sentito moltissime cose. Prima, un toscano che diceva che il piacere del testo è molto democratico, che bisogna rispettare il testo degli altri etc. etc., e non era Roland Barthes, ma Romano Luperini; poi hanno detto che è morto Fabrizio De André, e mi dispiace tanto, perché a me non piaceva tanto, ma piaceva, trent%u2019anni fa, alla nonna. E poi leggono anche Con gli occhi chiusi, il brano dove si parla della casa rossa di Poggio a Meli, ed è a cura di Idolina Landolfi, che ha venduto una vespa a mio figlio Corrado, ma non importa, perché a una che si chiama Idolina, che sarebbe il diminuitivo di Ida, come la nonna, io perdono tutto. E poi, dulcis in fundo, arriva anche la signora-o-signorina Daria Galateria, che ci racconta un sacco di cose sugli esistenzialisti, che dopotutto erano dei begli spiriti, dei buontemponi, e forse anche degli ubriaconi, un cinquant%u2019anni fa, che sembra oggi. E così penso che, Ida o Idolina, Poggio al Vento o Poggio a Meli, Roland o Romano, Daria o diario, tutto in un certo senso torna perché, per così dire, così Vian il mondo. « Dici che torna? » ? No, non torna, non torna niente, non torna nessuno, non torna Vian, non torna De Andrè, non torna Tozzi, non torna Landolfi, non torna Barthes, non torna la nonna, non torno io, che dicevo per dire « ? Il piacere di dire? ? » Diciamo pure così, se ci fa piacere. %u201C.]]></description>
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<title>Commento al blog La riforma Gelmini e l'insegnamento della letteratura nei licei - Didattica della letteratura</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=137</link>
<pubDate>Tue, 21 Dec 2010 17:15:25 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[La riforma Gelmini ha drammaticamente palesato i forti rischi che oggi corre la democrazia e le responsabilità della scuola in questo senso. Ridurre l'analisi dei testi a mere indagini retorico - filologiche che privilegiano il momento descrittivo e oggettivo rispetto a quello interpretativo significa formare uomini e cittadini acritici, conformi allo status quo, pronti ad accettare dati di fatto e a non metterli in discussione. Ridurre gli alunni ad osservatori dei  testi letterari equivale a costruire cittadini come meri spettatori della politica, svolta, invece, da altri. Si spiega in quest'ottica l'annullamento del paidocentrismo: una didattica incentrata sui giovani, sui loro interessi, sul loro immaginario rischia di formare esseri critici e soggetti pensanti, dunque potenzialmente disubbidienti. E questi sono obiettivi eversivi!]]></description>
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<title>Commento al blog Letteratura e verit&agrave; oggi - Il clamore del Demone della teoria</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=88</link>
<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 18:16:38 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Gentilissimo Professore Romano Luperini,

innanzi tutto grazie per questo su blog così affabile e chiaro. Che tratta cose per me vitali. E' stato un piacere scoprirlo e leggerlo mentre cercavo nella rete un riferimento su Auerbach.

Volevo poi però ricordare un episodio: un moto di stizza del mio maestro Franco Brioschi di fronte allo stuporone suscitato in Italia dall'uscita del Demone della teoria di Compagnon. Per carità, poi lo ha anche adottato per il corso di Critica e teoria della letteratura, e per molti anni, fino a quando c'è stato,abbiamo interrogato studenti su studenti su quei capitoli. Ma lui si chiedeva perché mai da noi si era dovuto aspettare Compagnon per riconoscere all'unanimità aporie e insostenibilità della koine strutturalistico semiologica. In effetti assai prima erano usciti Critica della letterarietà di Costanzo di Girolamo (1978), e La mappa dell'impero di Brioschi stesso (1983). Dove con un po' più di energia (per forza, chi li ascoltava allora?) si dicevano le stesse cose dette venti anni dopo dall'allievo di Roland Barthes. 

Così, volevo solo ricordare questa cosa. Magari qualcuno che la legge va a vedersi i libri di Brioschi. Che non era né uno scienziato o tecnico della letteratura né un vate oracolare e/o narciso. 

Spasibo. 
Con i miei saluti più cordiali, Stefania Sini ]]></description>
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<title>Commento al blog Risposta ad una inchiesta sulla letteratura, la critica e il mercato - La critica comincia dalla scuola</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=133</link>
<pubDate>Sat, 16 Oct 2010 17:30:54 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Il rapporto con la critica comincia a scuola. Purtroppo constato che è diffusa l'abitudine a consigliare letture sulla base di interessi personali. I "progetti lettura" sono organizzati sulla base di "incontri con l'autore". E gli autori selezionati per conferenze nelle scuole sono amici e conoscenti dei docenti che organizzano i progetti. Le classi sono pertanto invitate a leggere i libri di tali improvvisati scrittori e ad ascoltare prolusioni di improbabili conferenzieri. Insegno in una scuola di Foggia e spesso vengono ad incontrare gli alunni scrittori originari di questa città (Pulsatilla, W. Luxuria, Rocco Cautillo, neovincitore del premio Campiello Giovani,). Concordo con il prof. Luperini sul fatto che non sempre leggere tutto, purché si legga, sia cosa giusta. Leggere significa misurarsi con se stessi, conoscersi, trovare chiavi di lettura e interpretazione del mondo, costruire prospettive. E la scuola dovrebbe impegnarsi a fornire saggi consigli. Spesso chi organizza i "progetti lettura" insiste sul concetto che la tradizione da sola non basta a crescere e che occorre saper vivere nel mondo che ci circonda. Ma - mi chiedo - se la scuola offre come specimen del mondo gli scritti di Pulsatilla e l'imbarazzo stilistico del giovane Cautillo, non è forse meglio consigliare sani classici come Pasolini, Pavese, Vittorini, Fenoglio Marquez, Calvino, Hesse? Certo per un adolescente è più piacevole leggere un impasto linguistico di parolacce e slang mutuati dal linguaggio giovanile o contenuti rimescolati di spirito cristiano e retorici inni al valore del buon cuore  (riassumo così le impressioni che ricavo dalle letture di Pulsatilla e Cautillo), ma educare alla lettura vuol dire anche insegnare perché un libro è un buon libro, significa rendere gli alunni capaci di scartare gli scritti che non hanno questo requisito.  ]]></description>
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<title>Commento al blog Risposta ad una inchiesta sulla letteratura, la critica e il mercato - che cos'&egrave; la letteratura?</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=133</link>
<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 09:52:04 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Come Nanni Moretti io non amo i dibattiti - « No, il dibattito no » -, e tuttavia, poiché non sono Nanni Moretti - non sono un « cinematografaro » -, mi piacerebbe anche parlarne un po%u2019. Ma non so come fare. Perché non sono uno scrittore, e nemmeno un critico, cioè un professore. Sinceramente non sono niente. Se non uno che scrive, ahimè - ahi, me - un diario. Eccone uno abbastanza vecchio da essere innocuo: « 8 marzo 1994 - Io ho solo il naso ma il naso mi funziona bene. Proprio ora che mi sto ponendo il problema della critica letteraria - della critica come %u201C genere %u201C, della %u201C forma saggio %u201C, etc., fra l%u2019altro ripensando a Fortini, leggendolo o ri-leggendolo (Critica, in Ventiquattro voci, 1968), interrogandomi sul perchè da vent%u2019anni a questa parte io senta il bisogno di scrivere ma insista a diffidare claustrofobicamente dell%u2019odore di accademico chiuso che spira nella critica, constatando di pari passo che se non è sorta una generazione di scrittori è sorta tuttavia una generazione di critici, e però il mio problema non sono né gli uni né gli altri, perché il mio problema è la Letteratura, etc: - mi capita fra le mani questo numero della rivista %u201CNuova corrente%u201D interamente dedicato al tema Il saggio nel Novecento italiano (n. 113, 1994). Mentre mi propongo di leggerlo devotamente, penso fin d%u2019ora che sarebbe bello dimostrare che la saggistica è tutto quanto è rimasto della letteratura (vedi sopra), anzi nemmeno, dato che la saggistica (la critica) ormai mi pare che si senta pressoché totalmente autonoma dal suo oggetto, dimentica della sua origine, che si celebri, denigri, racconti, discuta, in quanto tale, in sé e per sé, solipsisticamente. E forse ha ragione. Perché la domanda è se si faccia critica per le stesse ragioni, con gli stessi fini con cui si scrive letteratura. In questi anni, solitari e un po%u2019 scemi, io ho sentito che qualcosa era in pericolo di vita, moribondo o già morto, e questo qualcosa ho chiamato, sommariamente, Letteratura. Otto milioni di critici letterari sono apparsi a dimostrare che il mio pathos era, come minimo, ingenuo. Ma il pathos, antropologicamente determinato, rimane. ».]]></description>
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<title>Commento al blog Intervista a Romano Luperini - Critica letteraria e democrazia</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=129</link>
<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 16:45:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA["Nessuno sembra interrogarsi più sulla funzione della critica" potrebbe sembrare un'affermazione estrema. Condivido spessissimo le posizioni del prof. Luperini, tuttavia, mi chiedo, non è, forse, il mondo della critica letteraria a tenersi lontano dalla dimensione civile? Non è, forse, quello dei cirtici, uno spazio chiuso e autoreferenziale, ancora orgoglioso della propria specificità e fatto di letture per fruitori elitari? C'è una nuova dimensione critica a cui, in alcune discussioni presenti in questo web, faceva riferimento Nicola Lagioia: si tratta di anobii, un mondo aperto e democratico però mai frequentato dai critici, solo affidato ai lettori comuni. Perché la critica susciti intersse e perché il mondo culturale abbia a cuore la funzione della critica, occorre superare la distanza che separa l'orizzonte civile da quello degli addetti ai lavori. Solo quando la critica diventerà democratica saranno possibili confronti aperti e problematici, patti tra le generazioni speranze per rinnovamenti etici e civili. La funzione della critica letteraria va letta anche nell'ottica del servizio, fornisce e moltiplica le chiavi di lettura, contribuisce a non lasciare senza orma il lavoro degli intellettuali, fa in modo che "ci ricorderemo dei nostri intellettuali".]]></description>
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<title>Commento al blog Tra web e libri - Madame Bovary c'est moi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=21</link>
<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 22:31:41 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Non c'è dubbio sul fatto che la rivoluzione passi dal web. Ma un cosa è il passaparola mediatico, altro è la critica letteraria. Le recensioni su anobii sono interessanti, stimolano le letture, incuriosiscono, ma sono indicative e riguardano la sfera del gusti, del gradimento personale di chi scrive. La critica letteraria è quella che guarda oltre, svela gli ingranaggi dei testi, le architetture del pensiero degli scrittori, rivela perché il senso di un testo è specchio del mondo e della storia. Dissento da N. Lagioia: i commenti su anobii saranno pure appassionati e intelligenti, ma restano commenti, giudizi, opinioni. La critica offre, a mio parere, un servizio eccezionale, propone chiavi di lettura, suggerisce interpretazioni a lettori spesso disorientati. Non bisogna confondere il fascino della lettura, da cui sono spesso mossi i commentatori di anobii, con lo spirito analitico che è proprio dei critici. Se non fosse stato per il lavoro dei "soloni", noi non avremmo mai capito la sconcertante ammissione di Flaubert "Madame Bovary c'est moi" e staremmo qui a leggere, annoiati, gli amori infelici di Emma.
Naturalmente è un bene che i blog, i siti web si occupino di letteratura.]]></description>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - A proposito di manuali</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 17:57:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Prendo parte al dibattito concordando con l’opinione del Prof. Luperini. Egli individua il problema della letteratura contemporanea nei programmi scolastici.
Tenendo conto del poco tempo a disposizione, per suscitare un interesse effettivo negli studenti, il docente dovrebbe, a mio parere, puntare alla qualità: compiere un’operazione selettiva per offrire il “meglio” di ciascun periodo storico, il “meglio” di ciascun autore. Tuttavia, per farlo, è necessario aver voglia di “rischiare”: proporre generi, opere e motivi letterari “diversi” senza, per questo, tradire un canone scolastico ben preciso.
A mio avviso ciò non è impossibile. Si prenda un autore tra tanti: Tozzi. Tozzi a scuola si studia con fatica perché è “difficile”, perché è “pesante” e, quindi, “lontano”. Ma di quale Tozzi si sta parlando? Perché non provare a proporre ai ragazzi la produzione novellistica dell’autore ancor prima dei romanzi?
Personalmente credo molto nella necessità di introdurre “Tozzi novelliere” nelle scuole: in primis perché la novella, in quanto genere, ha uno sviluppo più veloce, rappresenta i momenti più intensi e, per questo, attecchisce sul lettore in modo più immediato; inoltre i racconti tozziani meritano di essere presi in considerazione sia per lo stile con cui sono scritti, sia per i temi in essi contenuti.
Specificamente, mi riferisco alla raccolta Giovani (Treves, 1920): questa non è, in nessun modo, qualitativamente inferiore alla produzione romanzesca dell’autore; possiede dignità di opus e mette in luce il “Tozzi migliore”. Le novelle qui comprese presentano una scrittura espressionistica, straniante e coinvolgente: esse sono tutte caratterizzate da descrizioni grottesche e da finali perturbanti che possono indurre lo studente a riflettere, a porsi delle domande e, soprattutto, a rileggere.
In particolare, i temi sviluppati sono degni di interesse. I giovani di Tozzi e i giovani di oggi, a mio avviso, non si equivalgono ma si confrontano: le reazioni psicologiche dei personaggi tozziani e dei giovani del nuovo Millennio sono le medesime; a cambiare sono al massimo le “cause”. Sinceramente, se avessi avuto la possibilità di studiare “questo Tozzi”, mi sarei riconosciuta in quei “giovani” instabili e volubili.
Non mi sarei sentita particolarmente lontana da loro. Anch’io, in preda a stati d’animo contraddittori ed eccessivi, avrei compreso come l’amore (anche se solo per un amico) è inseparabile, soprattutto in una certa fase delle vita, dalla gelosia, dalla rivalità, dalla collera e, persino, dall’odio; sarei, forse, riuscita a motivare l’inquietudine o il senso di colpa che mi assaliva nel momento in cui non sapevo se obbedire alla legge dei miei genitori (a cui ero sempre stata abituata) o alla mia (che si stava facendo strada lentamente).
Se in terza liceo avessi letto Giovani, avrei capito prima che Tozzi non era solo un “grande classico del Novecento”; ma molto di più. Lo avrei apprezzato per la sua modernità, lo avrei sentito più vicino e la difficoltà sarebbe diventata secondaria o, addirittura, stimolante.
Mariazzurra Pascali. ]]></description>
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<title>Commento al blog Guardarsi indietro, consapevolmente - ancora indietro</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=11</link>
<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 19:52:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[La ringrazio per il suo intervento.
La mia riflessione riguardava specificamente gli anni '80 e il "postmodernismo letterario", caratterizzato com'era appunto da un senso di totale spaesamento e confusione. A partire da questo, ho interpretato come un ottimo segnale quello che mi sembra il bisogno, da parte degli scrittori che quel periodo l'hanno vissuto e raccontato, di cambiare radicalmente punto di vista.
Un'analisi "in prospettiva" di un periodo abbastanza vicino per essere ancora poco capito è utile anche all'analisi del presente.
Riguardo alla questione "la letteratura come mero osservatorio", sono pienamente d'accordo con lei. E proprio per questo motivo ritengo i due romanzi interessanti: perché si sforzano di andare al fondo delle questioni.
Certamente è auspicabile che non ci si fermi qui. Non ho letto Emmaus, ma tendo a mantenere la speranza che i segnali di un nuovo sguardo "occhialuto" si stiano manifestando, da molteplici direzioni.

Silvia C.]]></description>
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<title>Commento al blog Guardarsi indietro, consapevolmente - Letteratura: retrospettiva o prospettiva?</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=11</link>
<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 21:03:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[E' interessante che la letteratura sia diventata retrospettiva cosciente, ma - mi chiedo - tornerà ad essere prospettiva e proposta? Luperini ha messo in luce - in un intervento presente in questo blog - la necessità di recuperare gli "occhialini di Gramsci". Sono d'accordo con lui. Quello che è, infatti, si sa. Ma come uscirne? La letteratura come mero osservatorio ha il sapore di un atteggiamento dimissionario: non si può solo analizzare, occorre anche proporre strade percorribili, non risposte definitive, ma incoraggianti. Bisogna saper guardare la realtà attraverso una lente prospettica (appunto gli occhialini di Gramsci) con lo sguardo rivolto sì alle trasformazioni della società e della storia, ma anche al futuro. Analizzare il vischioso funzionamento del sistema è solo un primo passo: i lettori sono in buona parte giovani che hanno bisogno di indicazioni. Baricco in Emmaus si sforza di fondere lo sguardo retrospettivo con una proposta possibile. ]]></description>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - euquilibri</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 00:20:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Solo per il fatto di aver introdotto in questa discussione, che partiva dai manuali per approdare al senso della contemporaneità, la distinzione tra donna e femmina ed averla utilizzata per le arti narrative meriteresti un mezzo plauso. Credo che il tuo sia tra i pochi interventi equilibrati, poco di parte, e poco allineati, che siano transitati su questo blog. Solo alcune cose: la scuola dà strumenti di analisi e di sintesi;finché il sole risplenderà sulle sciagure umane alla letteratura spetta narrare la vita ma essa è solo uno dei tanti modi possibili attraverso cui questo racconto puo' avvenire, percio' mettere gli alunni di fronte alla realtà è d'obbligo: il sistema schiaccia e schiaccerà per sempre cosi' è stato cosi' è.Ben venga Saviano autore e scrittore: il Saviano che vede, che scrive quel che vede, che analizza, che registra, in quanto all'uomo che è ha tutta la mia solidarietà ma bisognerebbe ricordarsi che è un essere umano tra esseri umani, evitare di sacralizzarlo, anche mediante sopraffine operazioni di marketing, xché rischiamo di relegarlo alla solitudine dell'eroe o del tuttologo, condizioni che non merita né lui né nessun altro.]]></description>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - contemporaneit&agrave; 2 </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 20:44:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Restano fuori di dubbio la necessità e l'obbligo di far leggere Saviano ai giovani come esempio di dovere civico, di eroica lotta alla mafia, del coraggio di una vita spesa per il bene pubblico: la scuola forma cittadini prima di tutto e sempre. E il documento umano non ha il dovere di essere bello.]]></description>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - contemporaneit&agrave; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 20:21:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[E' difficile individuare un canone per la contemporaneità. Si può proporre - a mio avviso - suggerire, consigliare la lettura di Saviano, ma non si può ancora farlo studiare, credo. Occorre una certa distanza storica. Si possono apprezzare l'impegno eroico, la forza, la lucidità e il coraggio della denuncia. Ma, appunto, di denuncia si tratta, per ora. E "Gomorra" ha lo stile della denuncia. Ha lo scatto dinamico e attraente, la capacità di tenere in tensione il lettore, di fargli provare il necessario disgusto per un vischioso sistema: ha gli ingredienti giusti per somigliare ad una trasmissione di Santoro. Mi chiedo, però, se non valga anche per la letteratura ciò che considero appropriato per le arti figurative: fa più "donna" il pube femminile dipinto da Courbet oppure l'espressionistica e disarticolata solitudine della "Donna allo specchio" di Kirchner? Secondo me, la seconda è donna, ma anche uomo, è creatura sofferente, con una cognizione del dolore che le deriva da millenni di storia; anche se non ha la vis provocatoria della femmina di Courbet, ti resta dentro e non te ne liberi, perchè supera la contingenza. Ebbene Saviano piace, ma non a tutti, perciò mi chiedo se piacerà sempre: affida parole di cambiamento e di speranza a un prete che però muore; visita la tomba di Pasolini lasciando che si legga, in questo, che la coscienza intellettuale sia sepolta lì. Un adolescente impara, allora, che il sistema schiaccia?
Leggere "Gomorra" a scuola, non ancora: Saviano sì, ma dopo Dante, Gramsci, Vittorini, Pasolini. Si può fare denuncia con l'arte, ma lo stile documentario e giornalistico di Saviano è altra cosa. La scuola è ancora il luogo in cui si impara per tappe e non dalla fine.

P.S. Mi rendo conto che della visita di Saviano alla tomba di Pasolini si può dare un'altra lettura: è, cioè, la risposta di Saviano all'intellettuale corsaro, di cui il giovane vuol farsi erede spirituale per raccoglierne il mandato. Resta, comunque, fondamentale, perché un alunno capisca tutto questo, che qualcuno gli spieghi chi sia stato Pasolini. E anche a voler definire Saviano il nuovo Zola dell'affaire Dreyfus, qualcuno dovrà farsi carico di spiegare agli alunni la grandezza e il coraggio di Zola. Prima di Saviano.]]></description>
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<title>Commento al blog Un ricordo del '68 - Gli occhialini di Gramsci</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=2</link>
<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 20:30:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Quelli ci vogliono... gli occhialini di Gramsci, non i cento occhi del partito! Un racconto bello e breve fotografa la società di oggi: l'ideale ridotto a una fotografia da guardare non nostalgicamente come quella dell'amica di nonna Speranza, ma come un monito per risvegliare le coscienze; un partito che propone per fagocitare ma che non ha la prospettiva e la lungimiranza per costruire, e - fortunatamente - qualcuno che dice "no": preferisce inciampare in una sedia(emblema dei mille ostacoli che si frappongono tra noi e il mondo) riuscendo, però, a rovesciarla! Ogni uomo dovrebbe avere la forza di guardare il mondo con gli occhialini di Gramsci, per trovare le ragioni di dire "no" e di"rovesciare le sedie". ]]></description>
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<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - dvd</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 11:23:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Il dvd non è né un bene né un male: è un allegato cha fa da lancio ad un progetto cui partecipano "parecchi" autori, presumo giovani ed esperti.Saviano non mi disturba affatto, il coinvolgimento antologico che gli fa strano in quanto trentenne non mi turba: è un uomo adulto, ha maturato, da tempo, le sue chiavi di lettura. Non ritengo nemmeno che egli sia ingenuo, qualche sua analisi si', ma il dvd è un trailer, è verissimo, bisognerebbe vederlo tutto. Mi piacerebbe pero' che anche le parole dei docenti pesassero in pari modo, perché chi vive la scuola non sempre coincide con chi la racconta o la analizza, questo non significa assolutamente che non si debbano accogliere giudizi valutazioni e suggerimenti fatti dai non addetti ai lavori..ma un minimo di equilibrio è indispensabile, riconoscendo (senza retorica) la dignità con cui ciascuno faticosamente opera e che riversa nella propria professione.Grazie a te Silvia.]]></description>
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<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - Machtwille</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 08:11:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[A me la “ potenza della letteratura “ fa venire in mente la “ forza dell’amore “ di Jannacci: “ Ghèra el me ziu / che tampinava un ghisa / è appena uscito / dal neurodeliri “... ]]></description>
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