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<title>Luperini blog rss feed</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/rss.php</link>
<description><![CDATA[Luperini Blog]]></description>
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<title>Crippa su &quot;L'incontro e il caso&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=132</link>
<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 10:44:17 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>La pubblicazione del nuovo saggio di Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, suscita almeno tre motivi di interesse: il primo, il rilancio di una riflessione intorno alla critica tematica attenta a sfuggire alle trappole del contenutismo; il secondo, la riproposizione di un tema, quello del &laquo;caso&raquo; che ebbe un campione straordinario nel testo di Erich K&ouml;hler, <em>Il romanzo e il caso</em><a href="#_ftn1"></a>; il terzo, l&rsquo;approfondimento analitico riguardo la figura che pi&ugrave; di altre ha impegnato Luperini negli ultimi anni, ossia quella dell&rsquo; &laquo;allegoria moderna&raquo;.<br /><br /> <a title="Crippa su L'incontro e il caso" href="http://luperini.palumbomultimedia.com/images/Crippa_Incontro_Caso.pdf" target="_blank">Fate clic qui per visualizzare  la recensione completa in formato PDF.</a></p>]]></description>
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<title>Intervista a Romano Luperini</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=129</link>
<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 16:28:23 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p class="ListParagraph"><strong>Annaloro:</strong> Gli anni Settanta e parte degli anni Ottanta sono stati anni di metodologie &ldquo;forti&rdquo;: la critica marxista, la critica psicoanalitica, lo strutturalismo hanno fornito riferimenti teorici saldi agli studiosi di letteratura. Dagli anni Novanta simili metodologie sono entrate in crisi, tanto che persino uno studioso come Cesare Segre nel 1993 ha scritto un saggio intitolato <em>Notizie dalla crisi</em>.<em> </em>Oggi qual &egrave; secondo te la situazione delle critica letteraria in Italia? Ci siamo abituati ad uno stato cronico di crisi che non fa neppure pi&ugrave; notizia? Siamo dediti a pratiche di studio eclettiche che fin dalle premesse rinunciano a ricercare il senso della letteratura?<br /><br /><strong>Luperini:</strong> La situazione non &egrave; migliorata. C&rsquo;&egrave; stato un certo interesse teorico per la critica tematica, ma non ha determinato nessun serio dibattito n&eacute; approfondimenti di grande rilievo, nonostante gli sforzi di ottimi studiosi come Ceserani e Domenichelli. Continua la stagnazione, caratterizzata da un vago eclettismo e dal rifugio nel mestiere filologico. Nessuno sembra interrogarsi pi&ugrave; sulla funzione della critica, anzi la sua sostanziale scomparsa dall&rsquo;orizzonte civile della nostra societ&agrave; &egrave; ormai tacitamente accettata dalla maggior parte degli addetti ai lavori.<br /><br /><br /><strong><strong>Annaloro</strong>:</strong> Questo per quanto riguarda la critica letteraria. E sulla letteratura? Non ti pare che a una cattiva critica spesso corrisponda anche una cattiva narrativa o una brutta poesia?<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> La poesia si difende bene. Vive in un angolo, appena lambita dal mercato, in una nicchia protetta. Vi sono alcuni ottimi poeti fra i trenta e i cinquanta anni, anche se nessuno di loro raggiunge la notoriet&agrave; e pu&ograve; aspirare all&rsquo;autorit&agrave; che alla stessa et&agrave; avevano non dico Carducci o d&rsquo;Annunzio, ma Montale o Ungaretti. Viceversa la narrativa &egrave; largamente inquinata dagli estrogeni del mercato e della industria culturale, anche se fra i giovanissimi, dopo &ldquo;Gomorra&rdquo;, qualcosa sembra muoversi. Ma nel suo complesso il panorama del romanzo italiano non &egrave; paragonabile a quello, per esempio, statunitense e purtroppo neppure a quello che c&rsquo;era in Italia negli anni Settanta, quando scrivevano Calvino, Volponi, Sciascia, Pasolini. Direi che il romanzo italiano appare estremamente provinciale, perch&eacute; resta lontano dalla rappresentazione delle contraddizioni planetarie che invece investono quello americano e quello dei popoli emergenti del Sud dell&rsquo;Est.<br /><br /><strong><br /><strong>Annaloro</strong>:</strong> Sei professore aggiunto a Toronto e ti rechi spesso all&rsquo;estero a tenere lezioni e conferenze. Che idea ti sei fatto delle altre universit&agrave; umanistiche occidentali? Pensi anche tu che da un confronto con esse usciamo sconfitti?<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> Il livello di qualit&agrave; del settore umanistico italiano &egrave; stato molto competitivo e in parte lo &egrave; ancora. Ma la mancanza di finanziamenti e l&rsquo;impossibilit&agrave; di una politica volta a dare spazio alle giovani generazioni ne sta minando a poco a poco la possibilit&agrave; di operare e la credibilit&agrave; stessa a livello internazionale.<br /><br /><br /><strong>Annaloro</strong>: In Italia la vita pubblica &egrave; in degrado. I meccanismi di funzionamento dell&rsquo;Universit&agrave;, spesso, fanno parte di questo degrado. Come si pu&ograve; intervenire? Politicamente, intendo, come si dovrebbe intervenire sull&rsquo;Universit&agrave;? Tu che sei professore da tanti anni, avresti delle proposte per un legislatore &ldquo;illuminato&rdquo;, o anche solo dei consigli per i tuoi colleghi?<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> Non posso rispondere in poche righe a un problema tanto complesso. Posso solo dire che dalla riforma Berlinguer a oggi un sistema che aveva i suoi gravi problemi ma anche una indubbia capacit&agrave; di formazione &egrave; stato smantellato e il nuovo non solo appare incapace di svolgere una adeguata formazione ma stenta a funzionare anche su un piano meramente tecnico-organizzativo. Inoltre l&rsquo;universit&agrave; pubblica in quanto tale sembra negli ultimi anni bersaglio di una continua opera di demolizione da parte della politica governativa, per cui mi sembra molto difficile possa riprendersi. Giustamente i giovani scappano all&rsquo;estero.<br /><br /><br /><strong><strong>Annaloro</strong>:</strong> I giovani sono fuori dai processi decisionali del nostro paese. C&rsquo;&egrave; una generazione di trentenni e quarantenni (che per l&rsquo;appunto sintomaticamente definiamo &ldquo;giovane&rdquo;) costretta ad un&rsquo;adolescenza protratta, di dipendenza economica e spesso psicologica verso i padri. Come li vedi tu questi giovani? In <em>La fine del postmoderno</em> li hai definiti una generazione nuova che non ne pu&ograve; pi&ugrave; dell&rsquo;ilare nichilismo dei padri. In che senso?<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> Mi riferivo a quelli che hanno vent&rsquo;anni o poco pi&ugrave;, non ai quarantenni formatisi nel clima del postmodernismo, dell&rsquo;ilare nichilismo e del disimpegno. Mi pare di cogliere fra i ventenni qualche spunto interessante. &Egrave; la generazione dei Saviano e dei suoi fratelli minori. La generazione precedente, che oggi ha fra i 40 e i 50 anni, si &egrave; formata negli anni ottanta e novanta, quando ancora la crisi economica e le stesse contraddizioni etniche e politiche del presente sembravano lontane. I giovani oggi vivono in un momento in cui le contraddizioni materiali sono troppo pressanti per essere dimenticate e sublimate. Ci&ograve; pu&ograve; fornire alimento a una educazione politica e culturale molto diversa rispetto a quella della generazione che li ha preceduti.<br /><br /><br /><strong><strong>Annaloro</strong>:</strong> Hai avuto dei grandi maestri come Fortini e Timpanaro. Li hai amati e sfidati. &Eacute; anche questo un maestro? Qualcuno che si deve poter porre in discussione? Te lo chiedo perch&eacute; invece all&rsquo;Universit&agrave; spesso gli allievi vengono educati all&rsquo;obbedienza e reclutati secondo il grado di fedelt&agrave; che sanno esprimere verso il &ldquo;loro&rdquo; professore.<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> Non credo di essere un maestro. Per potersi dire &ldquo;maestro&rdquo; bisogna vivere ben altra vita, direi parafrasando Corazzini. Comunque un maestro si pone sempre non solo come esempio ma anche come bersaglio: ha una sua visione del mondo, ma deve confrontarla col nuovo che avanza rappresentato dai suoi allievi. Fatalmente ne nasce un conflitto che, se gestito in termini culturali (e non in quelli meramente psicologici della rivolta edipica), pu&ograve; giovare alle parti in causa facendole crescere entrambe. Ci&ograve; ovviamente sar&agrave; possibile se sin dall&rsquo;inizio sar&agrave; chiaro che il confronto deve essere comunque aperto e problematico, senza esiti scontati e senza scontate obbedienze.<br /><br /><br /><strong><strong>Annaloro</strong>:</strong> Poi sei diventato a tua volta un maestro. Adesso hai degli allievi, alcuni dei quali brillanti e di valore. A partire da questa tua esperienza, pensi che sia ancora possibile oggi &ldquo;un patto fra le generazioni&rdquo;, un passaggio di consegne fra maestri e allievi?<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> Sarebbe bello se ci fosse. Ma comincio a dubitare della sua possibilit&agrave; oggi. Si vive in una societ&agrave; dominata dal narcisismo di massa, da forme di individualismo standardizzate e pervasive. Ognuno sembra irresistibilmente attratto alla affermazione del proprio ego perch&eacute; mancano prospettive collettive di tipo etico-politico. In questa situazione la rivolta dei &ldquo;figli&rdquo; diventa un fatto sempre pi&ugrave; fisiologico e psicologico e sempre meno culturale e politico: sempre pi&ugrave; spesso &egrave; un modo per farsi spazio pi&ugrave; che per affermare una diversa visione della vita. In queste condizioni diventa difficile stipulare un nuovo patto fra le generazioni.<br /><br /><br /><strong><strong>Annaloro</strong>:</strong> Fortini il 29 luglio 1981 sul &laquo;Manifesto&raquo; invitava i giovani a una &laquo;congiura in piena luce che non perdoni nessuno n&eacute; renda fecondo il disprezzo, e che, con tenacia da formica, ripensi e rifondi le ragioni di una democrazia, proponendosi un &ldquo;fino in fondo&rdquo; che implica la pi&ugrave; radicale condanna, quella dell&rsquo;oblio, per chi li avr&agrave; ingannati&raquo;. Ci ricorderemo dei nostri intellettuali?<br /><br /><strong><strong>Luperini</strong>:</strong> No.<br /><br /></p>
<p class="ListParagraph">L'intervista &egrave; stata pubblicata sul numero 1 della rivista on line <a title="Intervista a Romano Luperini di Emanuela Annaloro" href="http://www.menodizero.eu/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=90%3Aintervista-a-romano-luperini&amp;catid=46%3Aanalisi&amp;Itemid=88" target="_blank">menodizero.eu</a></p>]]></description>
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<title>&quot;oltre&quot; i classici</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=32</link>
<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 12:39:06 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>I discorsi sul ritorno alla realt&agrave; e sull&rsquo;impegno degli intellettuali non dovrebbero comprendere solamente le riflessioni sul &ldquo;corpo del capo&rdquo; (infinitamente amplificatesi con il dopo-Tartaglia), o su quali siano i romanzi degni di entrare in un nuovo canone che si lasci dietro l&rsquo;ormai insostenibile prefisso post-. Sarebbe importante prendere le mosse anche da una frase come questa, letta in un interessante <a href="http://www.nazioneindiana.com/2009/12/18/il-discorso-letterario-alla-prova-del-reale/" target="_blank">articolo </a>di Dimitri Chimenti, Massimiliano Coviello e Francesco Zucconi, pubblicato recentemente su Nazione Indiana. L&rsquo;articolo affronta la tematica sempre pi&ugrave; importante del problema della critica &ndash; che appare in crisi, in effetti, o quantomeno confusa: che farsene dei nuovi materiali emergenti? Ha ancora senso dire che con gli anni &rsquo;80 &egrave; finito tutto, per non parlare dei &rsquo;90? La societ&agrave; di massa ha sicuramente prodotto un&rsquo;intensificazione estrema delle attivit&agrave; artistiche, viste non pi&ugrave; come un modo per giudicare e giudicarsi ma come il mezzo migliore per esibirsi, &egrave; vero,&nbsp; ma nel marasma di narcisismo forse si pu&ograve; pescare qualcosa che si distingue, qualcosa degno di essere osservato. <br />Il punto su cui per&ograve; &egrave; basata questa riflessione &egrave; il seguente:<br /><br /></p>
<div>&laquo;ai ragazzi degli istituti superiori, nella cavalcata delle ultimissime pagine dei manuali &ndash; quelle che suscitano la smania dei curiosi &ndash; la letteratura contemporanea &egrave; accennata come caso clinico, parte in causa di una malattia inarrestabile della ragione che non prevede esclusi. Le parole del saggio suonano sempre cos&igrave;: &ldquo;Caro ragazzo, sono tempi bui&hellip;&rdquo;. &raquo;<br /><br /></div>
<p>In effetti, non converrebbe fermarsi a riflettere sulla presa che determinate &ldquo;nuove&rdquo; scritture hanno sui nuovi lettori, e incitare i ragazzi a leggere non solo i classici, spingendosi al massimo fino a Calvino? Si riuscirebbe cos&igrave; ad evitare la tipica reazione &ldquo;scrollare di spalle, roteare d&rsquo;occhi, e di corsa su google a cercare un riassunto fatto bene&rdquo;?<br />Il problema &egrave; ovvio: scrivere un manuale di letteratura per il liceo impone una scelta, ed &egrave; preferibile proporne una fondata sul canone consolidato, non certo sugli impulsi labili e ancora contrastanti che animano la attuale scena letteraria. Sicuramente &egrave; troppo presto &ndash; se mai verr&agrave; il tempo &ndash; per scrivere di <a href="http://www.robertosaviano.it/" target="_blank">Saviano </a>sui libri del liceo: ma gli insegnanti hanno il diritto di accennarvi, senza nulla togliere al passato. Potrebbe, tutto sommato, essere un modo per evitare la scissione storica tra la buona letteratura proposta in classe (e rigorosamente scansata) e i <em>Tre metri sopra il cielo</em> ricercato come l&rsquo;oro. <br />Tutto sommato c&rsquo;&egrave; speranza: a giudicare da quanti scrivono ancora e dalla crescente qualit&agrave; delle cose che si leggono in Italia, dal crescente sforzo di produrre &ldquo;oggetti narrativi&rdquo; corposi &ndash; Saviano, certo, ma anche un <a href="http://www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=477" target="_blank">Giorgio Vasta</a>: quanto pi&ugrave; godibile e attraente potrebbe essere lo &ldquo;sconosciuto&rdquo; Vasta rispetto al &ldquo;famoso&rdquo; Calvino? E perch&eacute; non buttare l&igrave; un paio di consigli in classe, oltre ai &ldquo;classici&rdquo;? Si porrebbe poi il problema di rendere produttive queste letture, senza farle sembrare un&rsquo;ulteriore aggiunta, un&rsquo;imposizione scolastica e, agli occhi degli studenti, velata di cupo accademismo. Viene da pensare ai consigli di Daniel Pennac &ndash; il famoso <a href="http://oltresavio.sitiasp.it/diritti.htm" target="_blank">decalogo</a> del lettore, citato in tutte le salse, tutto sommato non &egrave; solo un divertissement da professore, &egrave; una riflessione fatta da chi nei licei ci lavora: meriterebbe rifletterci su.&nbsp; Del resto pare che si avvistino, nemmeno troppo in lontananza, schiarite su questi &ldquo;tempi bui&rdquo; della letteratura: forse, tutto sommato, anche questi ultimi avrebbero bisogno di una fiammella. Qualcosa si accender&agrave;.</p>]]></description>
</item>
<item>
<title>A proposito di manuali</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 12:37:59 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Silvia Costantino pone il problema della letteratura contemporanea nei manuali. Ma il problema non &egrave; dei manuali, che hanno in genere hanno il coraggio di innovare e anticipare, ma dei programmi scolastici. L&rsquo;ultimo anno spesso bisogna fare anche Foscolo, Leopardi e Manzoni e perci&ograve; &egrave; gi&agrave; tanto se un insegnante arriva a trattare Calvino; molti si fermano a Ungaretti e Montale e alcuni persino pi&ugrave; indietro, a cento anni fa, a Pirandello e Svevo (ai quali tutt&rsquo;al pi&ugrave; si aggiunge talora qualche poesia del solito Montale, avulsa dal contesto). I manuali invece magari arrivano anche a Saviano (come fanno le ultime edizioni di La scrittura e l&rsquo;interpretazione). LiberaMente, l&rsquo;ultimo manuale di letteratura che Palumbo sta per pubblicare, presenta addirittura fra i suoi autori proprio questo scrittore. Il rischio insomma &egrave; che, comunque siano fatti i manuali, a scuola si studi la modernit&agrave; prescindendo totalmente dalla contemporaneit&agrave;. Il fatto poi che negli ultimi anni si sia interrotta di fatto la pratica dell&rsquo;aggiornamento degli insegnanti, molto attiva invece negli anni novanta, peggiora ancor pi&ugrave; una situazione gi&agrave; brutta. La scuola cos&igrave; rischia di separarsi sempre di pi&ugrave; dalla vita concreta &ndash; anche letteraria e artistica &ndash; del nostro paese.</p>
<p><strong>Romano Luperini</strong></p>]]></description>
</item>
<item>
<title>Foratti e Brigati su &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=1</link>
<pubDate>Mon, 17 May 2010 09:42:25 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ho ricevuto due diversi interventi sull&rsquo;&rdquo;Et&agrave; estrema&rdquo;, giunti quando il dibattito sul libro (che c&rsquo;&egrave; stato, anche se di proporzioni limitate) si &egrave; estinto da tempo. Danno valutazioni diverse, per qualche verso persino opposte. Li riproduco qui.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;&nbsp;Romano&nbsp;Luperini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intervento di Angelo Foratti</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono un insegnante e ho letto con ritardo <em>L&rsquo;et&agrave; estrema</em>. Non ho titoli per parlare dell&rsquo;aspetto estetico-letterario. Mi interessa di pi&ugrave;, conoscendo un poco le posizioni dell&rsquo;autore, quello etico-politico. Nonostante la figura femminile, indubbiamente (velleitariamente?) positiva, il racconto &egrave; troppo pessimista. Figure come quelle di Giorgio sono ormai inattuali, appartengono alla generazione che ora ha cinquant&rsquo;anni o quasi. Perch&eacute; non si &egrave; rappresentato qualcuno che abbia fra i venticinque e trenta anni, un precario, un lavoratore della conoscenza? Anche l&rsquo;idea di una apocalissi &egrave; molto di moda, certo, anche nella cinematografia, ma mi pare vissuta nel libro con qualche compiacimento decadente. Quanto al protagonista, non si compromette mai, guarda e giudica: non &egrave; troppo poco? Insomma manca nel libro un po&rsquo; di eccesso e di violenza, c&rsquo;&egrave; troppa accettazione, troppa rassegnazione, troppa &ldquo;letteratura&rdquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Insomma: anche Luperini appartiene al vecchio mondo che pure vorrebbe condannare.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Angelo Foratti</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Intervento di Caterina Brigati</strong></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intervengo con un po&rsquo; di ritardo nel dibattito su <em>L&rsquo;et&agrave; estrema </em>(Sellerio, 2008). Mi sembra il bilancio di una esistenza tentato da chi, anagraficamente pronto, non &egrave; ancora capace di concludere, si sente vivo, prova il bisogno di ricominciare.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il romanzo breve &egrave; ambientato in America nell&rsquo;autunno del 2011, ed &egrave; diviso in tre parti corrispondenti ai tre mesi autunnali. La societ&agrave; civile e ben organizzata nella quale il protagonista <em>si aggira come un estraneo </em>&egrave; un gigante che muore, logorato pi&ugrave; dalla paura che dagli attacchi terroristici. Gli uomini che la popolano non si interrogano, non riflettono o, se tentano di farlo, svolgono solo ragionamenti banali e convenzionali.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Giorgio, giovane professore universitario, che vive ormai da dieci anni negli Stati Uniti, incarna perfettamente la sterilit&agrave; della sua generazione ( <em>non gli interessa essere a favore o contro, non gli importa il passato o il futuro. La sua generazione &egrave; al di l&agrave; della disperazione e della speranza)</em>. Dopo la scomparsa di Hamid, il suo assistente pakistano, &egrave; immediatamente pronto a colpevolizzarlo ( <em>Comunque mi</em> <em>ha ingannato per sei anni</em>). Hamid, infatti, giudica il mondo secondo coppie oppositive: amico-nemico, piet&agrave;-odio, coraggio-paura, che Giorgio, personaggio tipicamente postmoderno, non riesce a condividere.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;ottica straniante che indaga l&rsquo;inautenticit&agrave; della vita ridotta a routine &egrave; rappresentata da Claudine, il personaggio pi&ugrave; intenso del romanzo, che ha una coscienza, si interroga, riflette sul contrasto fra vita e forma e afferma: <em>in fondo in tutta la mia vita ho fatto quello che tutti si aspettavano da me. Tutti viviamo come drogati o ubriachi facciamo gesti [&hellip;] e quasi non ce ne accorgiamo. </em>E&rsquo; lei che, seguendo l&rsquo;esempio del protagonista (<em>Bisogna cominciare a fare accadere qualcosa, interrompere la catena. [&hellip;]D&rsquo;altronde anche tu, venendo a San Francisco, hai fatto qualcosa che non stava nel meccanismo) </em>e utilizzandolo come strumento del suo riscatto, rompe la routine, decide di tenere il figlio, della cui paternit&agrave; non &egrave; certa (al protagonista dice: <em>No, non chiedere se sei stato tu. Non importa chi &egrave; stato)</em>, di non seguire il marito in Canada e di ritrovare se stessa. La sua vitalit&agrave; repressa che sente il bisogno di realizzarsi ricorda l&rsquo;omonima protagonista del racconto di Musil <em>Il compimento dell&rsquo;amore.</em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il protagonista &egrave; inadeguato alla societ&agrave; (<em>mi aggiro in una storia che mi ha superato che non &egrave; pi&ugrave; la mia)</em>,<em> </em>non si ritrova nei giudizi stereotipati dei colleghi, ma preferisce rimanere in silenzio, non ha voglia di parlare, si sente stanco e umiliato. Ha un bisogno infinito di tenerezza (<em>dopo l&rsquo;amore mi accoglieva nell&rsquo;incavo ampio dell&rsquo;ascella, vi nascondevo il viso per addormentarmi</em>), di dare e ricevere sicurezza e protezione. Sente ancora il bisogno di completarsi in un altro essere, e sa di dovere imparare ancora molto (<em>e tutto &egrave; come la prima volta, la stessa spinta oscura, la stessa oscura paura</em>, <em>il principio maschile e quello femminile, come se dovessi ancora ricominciare da capo, come se nella mia vita non avessi ancora imparato nulla</em>). Agisce in lui il ricordo del padre autoritario, rievocato con un&rsquo;analessi. Dopo una escursione in montagna con Hamid e Giorgio, il protagonista rivive infatti una vacanza estiva con il padre sulle Dolomiti. Egli lo ha lasciato solo e al suo ritorno ha l&rsquo;aspetto fisico (<em>torace nudo macchiato da chiazze di peli neri, un rotolo di corda legato alla vita) </em>e<em> </em>l&rsquo;atteggiamento di un uomo sicuro di s&eacute; mentre rivolge uno sguardo beffardo al figlio.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La terza parte &egrave; surreale, l&rsquo;io narrante sfida se stesso e rimane chiuso nell&rsquo;appartamento di un residence durante un&rsquo;evacuazione; teme la solitudine e insieme la ricerca, oscillando fra stati d&rsquo;animo opposti. L&rsquo;appartamento &egrave; presto invaso da scarafaggi, che ricordano Kafka. Essi sono perturbanti: mentre i piccioni e i gabbiani agonizzano alla finestra, gli scarafaggi selezionano la loro specie in modo da renderla invulnerabile e sopravvivono. Il protagonista intraprende una lotta gi&agrave; perduta in partenza per debellarli.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Durante la forzata reclusione, in un&rsquo;atmosfera sempre pi&ugrave; allucinata, il protagonista vive in una dimensione pi&ugrave; onirica che reale. Rivive la visita a un amico suo coetaneo, Robert, moribondo, e poi sogna una scimmia che disegna il ritratto di un vecchio agonizzante e al risveglio porta con s&eacute; l&rsquo;inquietudine della morte. E poi sogna Claudine la donna che rappresenta <em>qualcosa che la mia generazione ha cercato per tutta la vita- non solo la bellezza ma il coraggio, non solo la ragione ma la passione. </em>Il sogno esprime una voglia infinit&agrave; di tenerezza (<em>io era seduto sul letto, appoggiato sui cuscini come quando ero piccolo e ammalato),</em> un bisogno di condivisione, di completamento e di senso concreto della vita, ma Claudine con lo stesso gesto di silenzio con il quale aveva esortato il protagonista a entrare, lo allontana dalla sua vita, regalandogli una parte di s&eacute; (il libro) e spingendolo nella nebbia dei morti, mentre lei rimane alla finestra alla luce del sole.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Terminata l&rsquo;evacuazione il protagonista fugge nella natura, ma la falce della luna, il silenzio innaturale della citt&agrave;, il deserto della spiaggia generano un&rsquo;atmosfera lugubre, di lenta agonia della civilt&agrave;. Quando ode il respiro dell&rsquo;oceano l&rsquo;unica forma di vita presente &egrave; quella che richiama la morte <em>&ldquo;fiumi di scarafaggi verdi escono dai tombini&rdquo;</em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&Egrave; di straordinaria melanconica dolcezza la richiesta di aiuto rivolta alla donna amata: <em>accompagnami nella nebbia, Claudine. Aiutami a sparire.</em> Il desiderio &egrave; quello di annullarsi, di ricomporre la scissione interiore, di perdersi nelle nuvole di nebbia, di diventare leggeri.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nell&rsquo;epilogo, nell&rsquo;attesa che il vento scorra, che la vita scelga per lui e lo reintegri nella routine (<em>fra poco cominceranno a passare le prime macchine</em>)<em> </em>ripensa a Claudine e al sorriso beffardo di suo padre.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nel romanzo, in cui aleggia l&rsquo;angoscia della morte &egrave; ossimoricamente forte la sfrontatezza della vita, quella sociale e quella naturale. Nel primo caso, durante una cena ufficiale il protagonista e Robert passeggiano nel giardino. Robert, gi&agrave; ammalato, espone lucidamente la situazione degli USA (<em>&egrave; un gigante caduto nelle sabbie mobili, il suo stesso peso l&rsquo;affonder&agrave; sempre di pi&ugrave;</em>)<em>, </em>e poi, guardando nell&rsquo;ombra, gli parla della moglie Tereza, morta suicida, mentre le voci e le luci arrivano a ondate dalla casa dove vengono invitati a rientrare per il dolce. La vita sociale fugge il dolore e rifluisce nella quotidianit&agrave;. Nel secondo caso, mentre il protagonista si dirige a San Francisco, osserva le otarie alla deriva e si chiede se la <em>corrente invincibile</em> che le porta &egrave; la stessa forza che spinge i pinguini maschi ad accoppiarsi e a custodire le uova per tutto l&rsquo;inverno fino a quando, in primavera, le femmine non li sostituiranno. La vita naturale lotta per imporsi, vince il freddo, vince il tempo, vince la morte perch&eacute; rinasce.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>Caterina Brigati</strong></p>]]></description>
</item>
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<title>Guardarsi indietro, consapevolmente</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=11</link>
<pubDate>Thu, 01 Apr 2010 12:35:55 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Sulla scena letteraria italiana stanno facendo la loro comparsa romanzi che guardano al periodo degli anni '80 con occhi nuovi: gli autori sono gli stessi che quell'epoca l'hanno vissuta da giovani, forse anche giovanissimi, e che ne hanno ricordi confusi e inquietanti. Quello che colpisce &egrave; il tentativo, da parte di questi scrittori, di rielaborare i propri ricordi e cercare di produrre un'analisi, il pi&ugrave; possibile lucida e disincantata, per ricostruire un momento di storia caratterizzato, a quanto pare, dalla confusione, dalla mancanza di orientamento. <br />Tutto ci&ograve; &egrave; evidente nell'ultimo romanzo di Nicola Lagioia, Riportando tutto a casa (Einaudi 2009), in cui il protagonista rievoca la sua adolescenza nella Bari degli anni del boom economico e dei &ldquo;nuovi ricchi&rdquo;, spiegandoci (e, prima di tutto, spiegando a se stesso) come tutti fossero in realt&agrave; inconsapevoli dei grossi rivolgimenti sociali ed economici, come le classi dei &ldquo;nuovi ricchi&rdquo; fossero quelle che pi&ugrave; di tutti si sono trovate a fronteggiare crisi e soprassalti di coscienza dovuti ad una necessit&agrave; di doversi riadattare, troppo velocemente. Cos&igrave; il padre del narratore, partito da vendere stracci spiaggia a spiaggia, si ritrova completamente assorbito da una scalata economica e sociale che lo porta ad una crisi di nervi, dovuta solo apparentemente allo stress:  <br /> <br />&laquo;la verit&agrave; era che mio padre &ndash; per la prima volta nella vita &ndash; avrebbe potuto non fare assolutamente nulla fino alla prossima estate senza che gli affari ne risentissero. La macchina... la Macchina lavorava al posto suo. Continu&ograve; a fumare cercando di togliersi di dosso questa nauseante sensazione di rimpiazzo. I suoi frutteti vomitavano senza pace il risultato della concimazione degli anni precedenti. Non aveva nemici, all'orizzonte nemmeno un Iscariota. Mentre Wojty%u0142a in tv parlava di speranza, e i parroci invitavano i fedeli alla rigenerazione, mio padre, al centro del supremo mistero palingenetico del Capitale, fu invaso da una violenta straziante sensazione di morte-in-vita che imput&ograve; immediatamente allo stress.&raquo; (Lagioia, pag. 110) <br /> <br />Ma i veri testimoni inconsapevoli della svolta storica, i protagonisti della vicenda, sono i ragazzini: il protagonista e i suoi due compagni di classe Vincenzo e Giuseppe; gli altri ragazzi che compaiono con ruoli pi&ugrave; o meno importanti; e Rachele, la ragazza del protagonista. Questi ragazzi non sono pi&ugrave; maturi o d'intelligenza precoce rispetto ai coetanei, sono esattamente uguali a loro (tranne, per alcuni aspetti, Vincenzo), e come i loro compagni di classe si ritrovano invischiati dapprima solo nel loro tempo e nelle nuove mode, e poi in quel fenomeno che &egrave; il principale fattore dell'ottundimento degli anni '80: l'eroina.  <br />&Egrave; sempre l'eroina a campeggiare, seppure in modo differente, nel nuovo libro di Silvia Ballestra, I giorni della rotonda (Rizzoli 2009). Se quello di Lagioia &egrave; un libro tutto barese, qui siamo a San Benedetto del Tronto, luogo familiare all'autrice, di orgini marchigiane. Anche questo &egrave; un dato di fatto. La rielaborazione del passato parte dal nucleo forte degli autori, dalla propria infanzia, dalle proprie esperienze, dai propri luoghi. Come se ci fosse il bisogno, appunto, di riportare tutto a casa: di conoscere non solo il dato storico &ldquo;la diffusione e il consumo di eroina hanno subito un incremento verticale nel consumo, soprattutto giovanile, durante gli anni '80&rdquo;, ma nemmeno di rappresentarlo soltanto come una vertigine dolorosa (vedi Tondelli e gli Altri Libertini): il tentativo &egrave;, evidentemente, quello di raccontarsi di nuovo la propria storia, analizzandola il pi&ugrave; a fondo possibile, al fine di capire il come e il perch&eacute; di tali cambiamenti.  <br /> <br />&laquo;Si mise a pensare, quella notte, a cos'era diventata la vita laggi&ugrave; alla Rotonda. [&hellip;] Da quanto erano spariti i discorsi tutti politici con Domenico e con i ragazzi pi&ugrave; giovani? [&hellip; ]Ma no, sbagliava. [&hellip;] Era semmai la qualit&agrave; del tempo trascorso l&igrave; a essere cambiata. Da quando? Da quando Maurizio era stato arrestato? No, era successo tre anni prima. [&hellip;] O da quando qualcuno aveva comnciato a trafficare con la roba? E loro non erano riusciti a fronteggiare il pericolo, neanche quando avevano buttato uno dei primi spacciatori nella fontana dopo averlo spintonato e strapazzato un po'? Da quando? Da quando? Si chiedeva.&raquo; (Ballestra, pagg. 39-40) <br /> <br />Il protagonista del romanzo della Ballestra si chiede da quando, nella piazza della Rotonda di San Benedetto (Sambe, Samba), le cose abbiano iniziato ad andare male, da quando ai militanti di Lotta Continua si siano sostituiti i gruppetti di eroinomani e la reputazione dei giovani attivisti sia crollata radicalmente, quello di Lagioia si domanda come abbia fatto a non rendersi conto di quello che stava succedendo a s&eacute; e ai suoi amici, ed entrambi cercano di dimostrare, partendo da esperienze personali, quello che gi&agrave; si sa &ndash; vale a dire che politica, mafia, eroina, terrorismo, sono tutte componenti di un medesimo sistema corrotto. Senza indulgere a dietrologie e senza nemmeno un accenno di saggismo, ma solo con una forte percezione della storia, e del tempo che passa, i due libri possono essere considerati romanzi &ndash; non ibridi, non fiction, ma puri e semplici romanzi - : attraverso di essi si apre finalmente una breccia nel periodo della &ldquo;perdita di tutti i profili&rdquo;, e si comincia a guardarsi indietro con coscienza, ricercando la stessa lucidit&agrave; che allora sembrava perduta per sempre.</p>]]></description>
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<title>La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto? </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 22:46:09 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Sabato 27 febbraio D.C., dottorando di estetica e utente del social network Facebook, pubblica uno status (il messaggio che quotidianamente e con varie possibili declinazioni accompagna il nome dell&rsquo;utente, segnalandone le attivit&agrave; o i pensieri alla comunit&agrave; della rete) assai polemico nei confronti del recente videofilmato La potenza della letteratura, edito da Palumbo per la regia di Giovanna Taviani, in cui Romano Luperini dialoga con Roberto Saviano. Lo status dichiara in forma molto esplicita l&rsquo;avversione nei confronti di quella che viene ritenuta un&rsquo;operazione di marketing editoriale, in cui i contenuti sarebbero al servizio della promozione del prodotto e degli autori che vi sono implicati (il critico e docente universitario Romano Luperini, lo scrittore Roberto Saviano, la regista Giovanna Taviani). Segue un rinvio diretto al sito in cui &egrave; possibile visionare l&rsquo;anteprima del dvd in questione, allegato alla nuova antologia Liberamente, diretta da Luperini e che vede tra gli autori lo stesso Saviano, di cui l&rsquo;anteprima video costituirebbe un traino (o uno &laquo;spot pubblicitario&raquo;). Intervengo alla discussione, cercando di riportare il focus sui contenuti del video, largamente condivisibili, a partire dalla ribadita forza di resistenza della letteratura e della formazione in una societ&agrave; che le ghettizza e le mortifica sempre di pi&ugrave;, ricordando nel frattempo ai partecipanti che Romano Luperini ha un sito, e che sarebbe corretto traghettarvi la discussione in atto, in modo che il diretto destinatario delle critiche possa avvedersene ed eventualmente replicare. Ma la polemica prosegue frenetica e si accende a pi&ugrave; riprese, con le solite modalit&agrave; dei blog, alternando cio&egrave; a qualche momento di seria discussione di merito, qualche scomposta manifestazione muscolare o rivendicazione personale.  <br />Alcuni dei punti emersi discussione mi paiono per&ograve; importanti e perci&ograve; provo a riassumerli, in modo che quanti sono intervenuti con passione ed argomenti nel social network possano (qualora lo vogliano) riavviare un dibattito in questa sede, lasciando, come mi pare corretto, la parola anche al diretto interessato, che su Facebook faceva la parte del convitato di pietra (o del processato in contumacia).  <br />Del filmato &egrave; stata anzitutto discussa la scelta estetica: il modo canonico di presentare i due intellettuali (in salotto, circondati dai libri, immersi in una conversazione dai toni &laquo;vaticinanti&raquo;), modo secondo i pi&ugrave; nient&rsquo;affatto irrilevante rispetto ai contenuti e anzi coerente con l&rsquo;ideologia &laquo;autoriale&raquo; sottesa al filmato. <br /> <br />Scrive D.C.:  <br /> <br />&laquo;Il filmato, spacciato come &ldquo;dialogo&rdquo;, ma, alla prova dei fatti, &egrave; un vero e proprio &ldquo;monologo&rdquo;, che ha la consistenza dei provini del Grande Fratello (la sovrailluminazione ne &egrave; un tratto distintivo).  <br />Il montaggio che incrocia i titoli dei libri e degli articoli di Saviano e Luperini, quasi volesse esprimerne una vicinanza intellettuale o un incrocio di traiettorie, non &egrave; altro che l&rsquo;incrocio di due strategie promozionali. E non &egrave; una scelta innocente avere affidato il documentario alla Taviani, perch&eacute;  <br />questo fatto rimarca il carattere autoriale dell&rsquo;intera operazione. Ed &egrave; proprio la definizione di questo carattere che &egrave; in gioco e all&rsquo;opera, anche nel breve frammento visibile sul sito. L&rsquo;intellettuale &egrave; ritratto secondo una serie di attributi, che si potrebbero definire &ldquo;formulari&rdquo;: il salotto, i libri che fanno da sfondo (libri in generale) e i libri esposti in primo piano, fintamente in disordine, organizzati per essere disordinati. Ancor prima dei contenuti dell&rsquo;intervista, &egrave; la messa in scena, frutto di una regia (e quindi pensata, organizzata),che costruisce uno spazio significante ben preciso. L&rsquo;intellettuale, il vate &egrave; colui che ha un rapporto privilegiato con il libro e la messa in scena ricalca moduli a cui siamo fin troppo abituati dalla televisione: all'iintellettuale che parla a &ldquo;Porta a porta&rdquo; fanno sempre da sfondo librerie cariche di volumiIl montaggio che incrocia i titoli dei libri e degli articoli di Saviano e Luperini, quasi volesse esprimerne una vicinanza intellettuale o un incrocio di traiettorie, non &egrave; altro che l&rsquo;incrocio di due strategie promozionali. E non &egrave; una scelta innocente avere affidato il documentario alla Taviani, perch&eacute;  <br />questo fatto rimarca il carattere autoriale dell&rsquo;intera operazione. Ed &egrave; proprio la definizione di questo carattere che &egrave; in gioco e all&rsquo;opera, anche nel breve frammento visibile sul sito. L&rsquo;intellettuale &egrave; ritratto secondo una serie di attributi, che si potrebbero definire &ldquo;formulari&rdquo;: il salotto, i libri che fanno da sfondo (libri in generale) e i libri esposti in primo piano, fintamente in disordine, organizzati per essere disordinati. Ancor prima dei contenuti dell&rsquo;intervista, &egrave; la messa in scena, frutto di una regia (e quindi pensata, organizzata),che costruisce uno spazio significante ben preciso. L&rsquo;intellettuale, il vate &egrave; colui che ha un rapporto privilegiato con il libro e la messa in scena ricalca moduli a cui siamo fin troppo abituati dalla televisione: all'intellettuale che parla a &ldquo;Porta a porta&rdquo; fanno sempre da sfondo librerie cariche di volumi.  <br />Non pensare per&ograve; che io goda nel vedere questo scempio. Te lo dico con tutta l'onest&agrave; intellettuale di cui sono capace: avrei preferito 1000 volte che Luperini e Saviano non avessero fatto questa enorme puttanata.Il montaggio che incrocia i titoli dei libri e degli articoli di Saviano e Luperini, quasi volesse esprimere una vicinanza intellettuale o un incrocio di traiettorie, non &egrave; altro che l&rsquo;incrocio di due strategie promozionali. [&hellip;] L&rsquo;intellettuale &egrave; ritratto secondo una serie di attributi che si potrebbero definire &ldquo;formulari&rdquo;: il salotto, i libri che fanno da sfondo (libri in generale) e libri esposti in primo piano, fintamente in disordine, organizzati per essere disordinati. Ancor prima dei contenuti dell&rsquo;intervista &egrave; la messa in scena, frutto di una regia (e quindi pensata, organizzata) che costituisce uno spazio significante ben preciso. L&rsquo;intellettuale, il vate, &egrave; colui che ha un rapporto privilegiato con il libro e la messinscena ricalca moduli a cui siamo fin troppo abituati dalla televisione: all&rsquo;intellettuale che parla a Porta a Porta fanno sempre da sfondo librerie cariche di volumi.&raquo; <br /> <br />L&rsquo;invito, ancora da parte di D.C, &egrave; a rivedere, per contro, la serie dei Ritratti di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini:  <br /> <br />&laquo;Il ruolo di scrittore, intellettuale, viene decostruito per mostrare l&rsquo;uomo che scrive. L&rsquo;incontro &egrave; paritario, non nel senso di una parit&agrave; tra i due interlocutori, ma di una parit&agrave; nei confronti dello spettatore. Parit&agrave; che manca totalmente nel video di Luperini e Saviano.  serie dei &ldquo;Ritratti&rdquo; di Mazzacurati e Paolini . Il ruolo di scrittore, di intellettuale, viene decostruito per mostrare l&rsquo;uomo che scrive. L&rsquo;incontro &egrave; paritario, non nel senso di una parit&agrave; tra i due interlocutori, ma di una parit&agrave; nei confronti dello spettatore. Parit&agrave; che manca radicalmente nel video di Luperini e Saviano.&raquo; <br /> <br />A Romano Luperini si imputano poi due colpe (sostanzialmente riconducibili ad una):   <br />-di aver abbracciato le regole del marketing, dopo averle cos&igrave; fieramente avversate nella sua attivit&agrave; militante;  <br />-di aver utilizzato il nome di Saviano come una sorta di marchio pubblicitario (&laquo;come la Fiat utilizza Fiorello&raquo;).  <br /> <br />Si aprono, in parallelo, due filoni polemici: la contestazione mossa a Luperini di aver considerato Roberto Saviano il nuovo Pasolini (riserva a cui si unisce la sottoscritta, che ha gi&agrave; espresso una diversa posizione sulle pagine della rivista &laquo;Allegoria&raquo;, diretta dallo stesso Luperini, in cui Gomorra &egrave; stato comunque oggetto di un&rsquo;accesa discussione tra i redattori e gli ospiti di una specifica sezione, nel n. 57 del 2008, ospiti tra cui Carla Benedetti e Antonio Tricomi, piuttosto vicini, in questo caso, alle posizioni dello stesso Luperini). E.P, in particolare, interviene con veemenza a rimarcare l&rsquo;importanza degli Scritti corsari pasoliniani, e, in generale, dell&rsquo;introduzione da parte di Pasolini di categorie attraverso le quali non manchiamo di giudicare la realt&agrave; contemporanea (dall&rsquo; &laquo;omologazione&raquo; al &laquo;genocidio culturale&raquo;), e rispetto alle quali la funzione di Saviano verrebbe ridimensionata a scrittore di successo o, caso mai, ad abile intellettuale multimediale. Dall&rsquo;altra parte, si apre il discorso sul precariato, non del tutto pertinente, ma che porta il dibattito a sconfinare nella critica alla generazione di Luperini, ritenuta responsabile di aver impedito alle nuove generazioni, che oggi dovrebbero occupare il centro del mondo del lavoro e invece ne rimangono ai margini, l&rsquo;accesso ai posti di potere. Questa posizione viene sostenuta non senza qualche contraddizione, perch&eacute; da un lato si viene stigmatizzando la funzione castrante dei padri, dall&rsquo;altro si ribadisce l&rsquo;efficacia storica e la necessit&agrave; del conflitto tra le generazioni, per la crescita e il miglioramento della vita civile e culturale.  <br />Il discorso sull&rsquo;universit&agrave; accende gli animi di nuovi intervenuti, accademici e non. Si riflette su quanto l&rsquo;agire dei cosiddetti baroni (che qualcuno paragona ai boss mafiosi perch&eacute; &ldquo;porterebbero&rdquo; ai concorsi gli studenti) abbia influito sul degrado dell&rsquo;universit&agrave; e ci si propone di avviare su questo tema specifico una discussione a cui invitare Romano Luperini ed altri, per fare il punto sulla questione dell&rsquo;universit&agrave; e della ricerca da diverse prospettive e ruoli e con punti di vista differenziati.  <br />Molta carne al fuoco, dunque: chiss&agrave; se l&rsquo;arrosto sar&agrave; solo indigesto o anche di alimento a una nuova discussione, qui, o altrove, che dissipando i fumi della rissa, faccia seriamente il punto sulle questioni proposte.</p>]]></description>
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<title>Un ricordo del '68</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=2</link>
<pubDate>Mon, 22 Feb 2010 17:05:30 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I tre sedevano dietro la stessa scrivania. Era troppo stretta e ci entravano appena. Pur stando impettiti, le loro braccia si toccavano, a volte pareva addirittura che si prendessero a braccetto. Seduto su una sedia davanti a loro, avevo lo spazio vuoto intorno, come a un esame, o a un processo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La scrivania era l&rsquo;unico arredo. I muri erano bianchi di calce, nudi, tranne due foto, Gramsci e Togliatti, una accanto all&rsquo;altra, sulla parete dietro la scrivania.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&laquo;Hai votato contro il partito&raquo;, disse il pi&ugrave; anziano, che stava nel mezzo. Lo disse storcendo la bocca, come se avessi fatto qualcosa non solo di grave, ma di molto penoso per tutti. Quello di destra, che era il pi&ugrave; giovane, stava sfogliando una rivista, alz&ograve; gli occhi e disse: &laquo;Qui &ndash; e la mostr&ograve; &ndash; hai attaccato la linea culturale del partito, dal neorealismo alla neoavanguardia. Vent&rsquo;anni di politica culturale. Ma la politica culturale non &egrave; separabile dalla linea politica, dovresti saperlo&raquo;. &laquo;Ti sei collocato fuori della linea del partito&raquo;, riprese il primo. Poi aggiunse: &laquo;E pensare che tuo padre &egrave; un compagno esemplare, un vecchio partigiano, ce ne fossero come lui&hellip;&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&ldquo;Che c&rsquo;entra mio padre?&rdquo;, pensavo. Mi passavano per la mente le lunghe discussioni a cena, la pena di quella lunga contesa con lui. Restai in silenzio. Guardavo nella foto le labbra sottili e crudeli di Togliatti. Mi riscossi, dovevo dire qualcosa, arrischiai: &laquo;Ma il dissenso, nel partito, &egrave; ammesso, no?&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quello che aveva parlato per primo toss&igrave;, tocc&ograve; con il gomito quello degli altri due, e insieme fecero una spallucciata. Poi disse: &laquo;Una cosa &egrave; il dissenso all&rsquo;interno, per esempio in una discussione in sezione, un&rsquo;altra &egrave; votare contro la linea del partito in una assemblea pubblica. E per di pi&ugrave; a favore di un movimento che il partito giudica piccolo-borghese, estremista e pseudorivoluzionario&raquo;. Quello che era stato sempre zitto, disse: &laquo;Rivoluzionari da farmacia, l&rsquo;ha detto anche il compagno Amendola&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci fu un altro silenzio. Quello che aveva fatto la battuta sui rivoluzionari da farmacia, parl&ograve; di nuovo e disse: &laquo;Comunque noi siamo la Commissione federale di controllo, e spetta a noi vigilare e decidere sulla disciplina dei militanti, a norma di Statuto. E tu, con i tuoi articoli e con il tuo voto in assemblea, hai condotto un attacco prolungato e sistematico contro la linea del partito&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Aspettavo, guardando nelle foto sul muro gli occhialini con le lenti tonde di Gramsci e di Togliatti. &ldquo;Ecco l&rsquo;unica cosa che hanno in comune, gli occhialini&rdquo;, pensavo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alla fine il pi&ugrave; vecchio che stava seduto al centro disse: &laquo;Per riguardo a tuo padre &ndash; solo per riguardo a lui &ndash; il partito ti fa una proposta&raquo;. Qui tacque, volle il vuoto del silenzio per sottolineare l&lsquo;importanza di quello che stava per dire. &laquo;Invece di espellerti, il partito ti consente di dare le dimissioni&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo guardai, stupito; non capivo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&laquo;L&rsquo;espulsione &egrave; disonorevole, vergognosa, &egrave; una frattura incolmabile fra il partito e l&rsquo;espulso. E poi i compagni chiacchierano, si sa, quando uno &egrave; stato cacciato&hellip; Se ti dimetti, &egrave; un atto tuo, che domani puoi anche ritirare. Puoi dimetterti per malattia, per esempio, o per ragioni personali. E domani, se ti penti, puoi anche tornare fra noi. Il partito ha braccia larghe&hellip;&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Pensai al mio professore di filosofia al liceo, espulso con l&rsquo;accusa di trotzschismo, alle chiacchiere su di lui, becco, cornuto, le risatine&hellip; Il partito, oltre alle braccia larghe, aveva cento occhi&hellip;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&laquo;Accetti?&raquo;, insisteva quello di centro. &laquo;&Egrave; un&rsquo;ottima soluzione per te e tuo padre ne sarebbe contento&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Mi alzai, e la voce mi usc&igrave; stranamente bassa, quasi roca: &laquo;No&raquo;, dissi, &laquo;non accetto&raquo;. Nel voltarmi per andarmene, inciampai nella sedia, rovesciandola.</p>
<p><strong>Romano Luperini</strong></p>]]></description>
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<title>Tra web e libri</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=21</link>
<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 15:38:17 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>(http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/01/07/anobii-la-rivoluzione-viene-dai-lettori/) <br /> <br /> <br />Questo pezzo &egrave; uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio. <br /> <br />di Nicola Lagioia <br /> <br />&laquo;I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore (&laquo;un pazzo che si credeva Victor Hugo&raquo;, lo defin&igrave; Cocteau) non lo avesse scritto&raquo;. <br />Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi pi&ugrave; importanti del XIX secolo non &egrave; opera di uno scrittore, n&eacute; di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale. Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un&rsquo;utenza che viaggia verso il milione di unit&agrave;, questa sorta di Caf&egrave; le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la pi&ugrave; vasta e febbrile comunit&agrave; di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell&rsquo;agosto del 2005, la comunit&agrave; telematica che prende il nome dal tarlo della carta si &egrave; espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete pu&ograve; rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare &ndash; puro voyeurismo a fin di bene &ndash; la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on line. <br />A chi scrive &egrave; ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l&rsquo;autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n&rsquo;era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell&rsquo;opera di Lilin, a firma EnzoB (&laquo;Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo &ndash; Nicolai Lilin: educato male&raquo;), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleit&agrave; del libro. Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell&rsquo;esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium (&laquo;Stieg Larsson &egrave; morto, fatevene una ragione&raquo;), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac McCarthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre pi&ugrave; a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poich&eacute; la recensione di EnzoB superava &ndash; per passione e competenza &ndash; tutti i pezzi su carta che avevo letto sull&rsquo;ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo. Grazie aNobii, e grazie EnzoB. <br /> <br />La cosa pi&ugrave; sorprendente di aNobii (le cui 600 recensioni pi&ugrave; popolari sono state raccolte da poco su volume per Rizzoli) non &egrave; tuttavia la qualit&agrave; degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall&rsquo;Italia. Tra gli oltre cinquantacinque paesi che compongono la comunit&agrave; virtuale, il nostro &egrave; il pi&ugrave; rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su anobii-Francia conta appena 30 lettori, &egrave; finita nelle librerie di ben 6800 anobiiani d&rsquo;Italia. E Pastorale americana? Mentre i connazionali di Roth che lo hanno inserito nella bacheca virtuale sono 39, i lettori di casa nostra ammontano provvisoriamente a 3063. Per non parlare dei best seller (La solitudine dei numeri primi, recensita e discussa da oltre diecimila utenti) e del fatto che sono italiani i gruppi di lettura pi&ugrave; vitali, e le pi&ugrave; attive costellazioni di forum che fanno capo al social network. &Egrave; vero che altri social network letterari &ndash; come il meno sofisticato LibraryThing &ndash; in un paese come gli Stati Uniti sono pi&ugrave; usati di aNobii, ma gli anobiiani della penisola hanno numeri e vitalit&agrave; in grado di gareggiare ad armi pari con gli States, e di surclassare i lettori di ogni altro paese. Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l&rsquo;Italia non brilla per numero di lettori, ha una popolazione pari a un quinto di quella degli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo &egrave; molto indietro in fatto d&rsquo;informatica. A che imputare questo successo? <br />Mi sono immerso tra le pagine del social network alla ricerca di una spiegazione, fino a quando di spiegazioni me ne sono venute in mente addirittura due. Uno: in un paese come il nostro, che ha visto negli ultimi anni la cultura sempre pi&ugrave; oggetto di disprezzo (vedi le sorti della ricerca, o le esternazioni dei vari Brunetta), trovare un luogo in cui poter condividere questa passione &egrave; quanto meno rivitalizzante. Due: i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la &laquo;morte della critica militante&raquo;. Mai uno per&ograve; che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non &egrave; mai il lettore ma altri addetti ai lavori (&laquo;e allora perch&eacute; non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale?&raquo; mi sono spesso domandato). <br />I commentatori italiani di aNobii, al contrario &ndash; troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog &ndash; sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l&rsquo;intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un&rsquo;intelligenza che risultano contagiose. Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l&rsquo;ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un&rsquo;esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d&rsquo;avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.</p>]]></description>
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<title>Verso un rinnovamento</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=13</link>
<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 18:26:20 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Internet appare ormai il mezzo pi&ugrave; importante per la comunicazione e lo scambio di opinioni: si &egrave; quindi deciso di apportare a questo sito (blog e forum) un rinnovamento che lo renda pi&ugrave; accessibile e pi&ugrave; vicino alle forme della comunicazione "<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Web_2.0" target="_blank">2.0</a>".<br /><br />I commenti ai testi, gli argomenti del forum o eventuali contributi esterni saranno sempre molto graditi: l'intenzione di questo spazio &egrave; quella di favorire un confronto, un dibattito che riguardi il mondo della cultura tutto, dalla scuola ai grandi temi dell'attualit&agrave;.<br /><br />Perch&eacute; questo avvenga realmente, e non solo in potenza, sar&agrave; dunque auspicabile che i lettori di queste pagine esprimano la propria opinione, cercando di mantenere un tono civile in quella che dovrebbe essere una vera e propria conversazione, per quanto virtuale.<br /><br />A questo riguardo ci si potrebbe interrogare sull'utilit&agrave; della firma virtuale, avatar o nickname, in un luogo come questo, in cui non c'&egrave; bisogno di fingersi altri da s&eacute;.</p>]]></description>
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<title>Mario Domenichelli su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=61</link>
<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Prendo spunto da due conclusioni: la prima &egrave; quella dell&rsquo;introduzione e inquadramento teorico del bel libro di Romano Luperini<a href="#nota1"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup></span></a>, e la seconda quella del libro stesso; scelgo la prima perch&eacute; pone in gioco in modo drammatico il valore estrinseco, come dire, del lavoro critico; e la seconda perch&eacute; mi pare inscrivere in modo esemplare il vero tema del libro di Romano che forse non &egrave; l&rsquo;incontro che in modo strumentale ed &egrave; invece il destino stesso, l&rsquo;idea stessa di destino nella modernit&agrave; o tarda modernit&agrave;.</p>
<p>Dunque leggo la prima conclusione:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Se ogni discorso critico &egrave; un discorso allegorico &ndash; si parla di questo (sottolineato), il letterario, per parlare di altro (sottolineato), e fra le due sfere c&rsquo;&egrave; uno iato, lo stesso che divide significante da significato -, l&rsquo;allegoria di questo libro &egrave; scoperta e rivela anch&rsquo;essa, come tutte le allegorie moderne, il vuoto che la sottende. Il discorso critico &egrave; privo di garanzie. Trae la propria forza dall&rsquo;interpretazione e dall&rsquo;argomentazione, dunque da un pubblico, da un contesto comunitario, che per&ograve; &egrave; sempre precario e mutevole. Quando questo, come oggi, &egrave; scarsamente presente, o manca del tutto, la critica perde, o rischia di perdere, ogni valore e significato. Ma tentare fa parte della scommessa ermeneutica. Il suo punto di debolezza &egrave; anche il suo punto d&rsquo;onore; e la sua umilt&agrave; non pu&ograve; disgiungersi da questo orgoglio<a href="#nota2"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Un discorso denso, e forte che &egrave; segnato da una dichiarazione di appartenenza (il Moderno, certamente), da una di isolamento, in qualche modo dalla constatazione della propria inattualit&agrave;, e dall&rsquo;affermazione orgogliosa, nonostante tutto, della scommessa ermeneutica <em>against all odds</em>, tra orgoglio, per l&rsquo;appunto, e quasi luciferina &ndash; ci&ograve; che vedo assai positivamente, <em>obduratio</em>, e umilt&agrave;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cos&igrave; potrei tentare di identificare i temi europei portanti di questo passo, attraverso quelle parole chiave, orgoglio, umilt&agrave;, punto d&rsquo;onore, attraverso la loro provenienza, la loro storia, ma non far&ograve; questo, non di questo voglio parlare. Mi interessa invece capire il senso di un&rsquo;operazione che si pone tra tematologia ed ermeneutica, poich&eacute; questo &egrave; il problema teorico pi&ugrave; rilevante:<em></em></p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>&nbsp;D&rsquo;altronde a guidare l&rsquo;autore del libro &egrave; una passione essenzialmente ermeneutica, che qui si &egrave; impegnata nella lettura di una serie ridotta di testi, scelti perch&eacute; sufficientemente omogenei per area cronologica e geografica, dotati di sicuro valore artistico e unificati dall&rsquo;angolatura che il tema dell&rsquo;incontro pu&ograve; offrire<a href="#nota3"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[3]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>Disarticolo un attimo il discorso, o meglio lo scandisco nelle sue linee portanti che sono dunque:</p>
<p><strong>1)</strong> la passione ermeneutica: <em>hermeneia</em> indica, per ricordarlo a me stesso, attraverso Gadamer e Ricoeur<a href="#nota4"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[4]</span></sup></span></a>, interpretazione, oltre che traduzione. <em>Hermeneus</em>, <em>hermeneut&eacute;s</em>, viene da Hermes, come dice Socrate nel <em>Cratilo</em>, ed &egrave; il nunzio del dio, e colui che fa dell&rsquo;<em>eirein</em>, dell&rsquo;uso del parlare, la propria professione, il proprio commercio, connesso a <em>emesato</em> - l&rsquo;escogitare omerico, a sua volta connesso a <em>mechanesasthai</em>, il macchinare. <em>Hermeneut&eacute;s</em> combina dunque i temi di <em>Hermes</em>, <em>emesato,</em> <em>eirein</em>, sicch&eacute; nel senso desumibile dall&rsquo;etimologia greca l&rsquo;interpretare implica l&rsquo;apertura all&rsquo;alterit&agrave;, e a una diversa dimensione del pensare; che tutto ci&ograve; sia in qualche modo legato a una delle fattispecie dell&rsquo;incontro in letteratura, e dell&rsquo;incontro con la letteratura, pare a noi ovvio; sicch&eacute; davvero possiamo dire che l&rsquo;incontro &egrave; tema ermeneutico per eccellenza. L&rsquo;ermeneutica &egrave;, filosofia o letteratura, l&rsquo;interpretazione delle scritture (del passato), garante in ogni caso della tradizione non come mera conservazione, ma come luogo di produzione di significato: ci&ograve; che molto si attaglia, io credo, al lavoro di Luperini, nella prospettiva che Gadamer chiama di &laquo;fusioni di orizzonti&raquo;, storici e dunque di senso, e che forse io chiamerei definizione di un piano prospettico in grado di attualizzare senza rinunciare a storicizzare nella comprensione del tempo e della storia come di un processo che l&rsquo;ermeneutica &ndash; in particolare nel caso di Luperini &ndash; vede come dialettica di continuit&agrave; e discontinuit&agrave;;</p>
<p><strong>2)</strong> il secondo punto &egrave; che Luperini si limita programmaticamente e lo dichiara a una serie ridotta di testi;</p>
<p><strong>3)</strong> che sono cronologicamente e geograficamente contigui e</p>
<p><strong>4)</strong> di sicuro valore artistico;</p>
<p><strong>5)</strong> e che dunque si offrono come insieme unitario o comunque unificabile dall&rsquo;angolatura del tema, in realt&agrave;, forse dell&rsquo;analisi, e cio&egrave; dal punto di vista attraverso cui il tema viene valutato.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il punto di vista, ovviamente &egrave; influenzato dalla quantit&agrave; di memoria che l&rsquo;interprete, cio&egrave; Luperini ha a sua disposizione (molta, certamente), e da un&rsquo;idea &lsquo;forte&rsquo; che riguarda non tanto l&rsquo;incontro, ma l&rsquo;incontro come segno di un altro tema interconnesso e cio&egrave; il destino, e la storia delle sue figurazioni e percezioni in tempi moderni da <em>I promessi sposi</em>, attraverso <em>L&rsquo;Educationsentimentale</em> come materiali ermeneutici per la parte prima: <em>Incontri e forma del contenuto, fra incontri essenziali e incontri inessenziali</em> - per giungere, attraverso Maupassant, Verga, Musil, Kafka, Proust, Svevo, Joyce, Pirandello, Tozzi, fino alla met&agrave; del Novecento (Calvino, Fenoglio) e ben oltre (Roth), il che sta a dire i <em>monumenta</em> letterari della modernit&agrave;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Saggi molto belli, veri incontri ermeneutici, che aprono in testi canonici dimensioni altre e nuove, straniate. Un&rsquo;idea forte dunque, e una storia del destino anche se <em>per fragmenta</em>, ma attraverso una campionatura di sicuro valore artistico. Non a caso Luperini usa il termine di &laquo;Monumenti&raquo;: ci&ograve; che evidentemente evoca <em>Tradition and Individual Talent</em> in cui T. S. Eliot, come tutti ricordano, vede la tradizione occidentale come una serie di monumenti a cui si aggiungono nuovi monumenti che modificano. nell&rsquo;aggiungersi, la serie, svelandone, o aggiungendo, nuovi significati, sicch&eacute; &egrave; forse implicitamente un insieme che viene costruendosi &ndash; anche per decostruzione &ndash; come un&rsquo;ermeneutica progressiva. Ma a noi viene in mente anche quella grande e importante serie di seminari che &egrave; <em>Mimesis</em> di Auerbach; cos&igrave; come quell&rsquo;altro grande saggio di Auerbach su &ldquo;Figura&rdquo; e prefigurazione come fondamento teorico, io credo, non solo dei suoi <em>Studi danteschi</em><a href="#nota5"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[5]</span></sup></span></a>, ma come fondamento teorico <em>tout court</em>, e fondamento, per quel che si diceva, ermeneutico consapevole delle discontinuit&agrave; sullo sfondo, tuttavia, sulle costanti.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ecco dunque un primo punto di riflessione forte e di certo fascino. Luperini, direi, ha la stessa concezione monumentale della storia letteraria e di ogni suo pezzo canonico che aveva Eliot; ci&ograve; che implica il giudizio di valore, implicito, che elimina ogni <em>dross</em>, ogni scoria, come inimportante se non del tutto ininfluente ai fini dell&rsquo;interprete. Questa &egrave; la prima, forte e importante, linea di scelta che non pu&ograve;, evidentemente, non costituire la prospettiva prima e condizionante, il fondamento vero, semplice e forte, lo ripeto dell&rsquo;ermeneutica in questione, il giudizio di valore espresso, non tanto personalmente ma dalla tradizione stessa. A Luperini interessa delimitare il campo d&rsquo;indagine in senso disciplinare diciamo, e pare insensibile, se non contrario, alle attrattive di un altro tipo di analisi che opera per attraversamento di confini disciplinari e che trova in questa strategia una poetica della complessit&agrave; che procede continuamente per forme di straniamento e di dislocazione, di sconfinamenti. Romano giudica assai duramente i trasgressori che identifica in certi studi di genere, nei <em>cultural studies</em>, e in certi studi tematici. Ma certo non si riferisce a Said che di questi sconfinamenti fa la sua ragione prima e sente la letteratura non come letterariet&agrave; &ndash; a me pare &ndash; ma come insieme complesso ed eterogeneo attraverso cui si compone la testualit&agrave; occidentale e che si pu&ograve; comprendere a pieno solo attraverso incroci e rispecchiamenti con testi non-letterari o, diciamo cos&igrave;, a basso tenore di letterariet&agrave;. C&rsquo;&egrave; dunque una forma di contrariet&agrave;, chiaramente espressa, nei confronti degli studi tematici, anche se Luperini scrive che la sua, oltre che una pratica ermeneutica, &egrave; anche un lavoro di critica tematica che si fonda in sostanza &laquo;sul rapporto tra incontro e trama (intreccio) nella storia della narrativa dal 1820 al 1920, e sull&rsquo;altro rapporto tra incontro e la nascita di una nuova antropologia dell&rsquo;uomo occidentale&raquo;<a href="#nota6"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[6]</span></sup></span></a>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Luperini ha ragione a dire che ci&ograve; gli consente di connettere l&rsquo;analisi dei contenuti a quella delle forme, lanciando nel contempo una sua invettiva contro l&rsquo;analisi tematica frequentata dai <em>cultural studies</em> o dai <em>gender studies</em> &ndash; certo non da quelli veramente importanti - e che, a suo modo di vedere, salta a pi&egrave; pari la questione della storicit&agrave; &laquo;inseguendo magari un riferimento da Omero, o dalla Bibbia al romanzo moderno e postmoderno (o al cinema contemporaneo) e privilegiando le costanti quasi che il tema fosse un archetipo fuori dalla storia, impermeabile alle ideologie e alle visioni del mondo religiose, politiche e filosofiche, o per dimenticare che il rilievo tematico acquista importanza artistica solo passando attraverso un processo di formalizzazione e concretizzandosi in una costruzione estetica dotta di una propria individualit&agrave; &ndash; costituendo pur sempre &ndash; ogni prodotto letterario &ndash; un unicum&raquo;. E continua Romano dicendo che &laquo;i testi letterari non possono essere considerati alla stregua di documenti, essi sono monumenti (sottolineato) in cui si deposita un particolare valore che va ri-negoziato ogni volta&raquo;<a href="#nota7"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[7]</span></sup></span></a>. Soprattutto siamo d&rsquo;accordo sul fatto che le variabili vanno valutate e apprezzate, nelle loro componenti formali, e di significato, sul filo della storia e sullo sfondo degli avvenimenti, piccoli e grandi che definiscono le condizioni del variare, del mutare di un tema. Ma si deve dire che si tratta, in ogni caso, di ci&ograve; che si intende fare. A tematica preferirei tematologia che indica, a partire da Elisabeth Frenzel, da Raymond Trousson e Herbert Frenzel<a href="#nota8"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[8]</span></sup></span></a>, proprio il mutare di un tema nella storia, a testimonianza della stessa. Tuttavia aggiungerei che si tratta delle finalit&agrave; che ogni analisi tematica si propone: si pu&ograve; fare della critica tematica di un singolo testo, per esempio, considerandone temi e motivi come ricorrenze musicali (come capita con il libretto di Ivan F&ograve;nagy, <em>La ripetizione creativa</em><a href="#nota9"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[9]</span></sup></span></a>); si pu&ograve; fare critica tematica applicandone i <em>principia</em> a un testo, non tanto descrivendone &ldquo;il contenuto&rdquo;, ma tentando di mostrarne significati inediti proprio a partire dal ricorrere e variare delle figure tra il testo in analisi e altri testi coevi, o che l&rsquo;hanno preceduto; si pu&ograve; fare critica tematica considerando un insieme di testi connessi per contiguit&agrave; epocale e per genere o modo di scrittura, per tentare di afferrarne la <em>quidditas</em>; si pu&ograve; anche fare della critica tematologica a partire da una figura ricorrente transgenerica e transepocale analizzata nelle sue variazioni storicamente determinate per capirne il senso, il senso stesso della tradizione, o scoprirne altre valenze; oppure anche, a seconda delle intenzioni dell&rsquo;interprete e dell&rsquo;uso, dell&rsquo;utile che ne vuole trarre, si pu&ograve; analizzare una figura, o pi&ugrave; figure interconnesse in un <em>cluster</em>, per capire quale sia il senso di quella ricorrenza nel contesto della tradizione, di un&rsquo;epoca; si pu&ograve; anche infine analizzare un tema come ricorrente attraverso variazioni significative in tutta la tradizione, come per esempio capita se si vuole scrivere una voce di dizionario tematico: in questo caso il problema che ci si pone &egrave; quello dell&rsquo;informazione, ma senza rinunciare a un disegno ermeneutico che non riguarda i singoli testi, ma il macrotesto della tradizione, pur nella consapevolezza che si sta mettendo a punto uno strumento d&rsquo;analisi pi&ugrave; che un&rsquo;analisi in s&eacute;<a href="#nota10"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[10]</span></sup></span></a>. Dipende, lo ripeto, dal fine che ci si propone e che definisce anche la priorit&agrave; e dunque i materiali d&rsquo;analisi, che possono essere un singolo testo, una serie di testi epocalmente contigui, appartenenti a uno o pi&ugrave; generi, un <em>cluster</em> tematico (pi&ugrave; temi interconnessi in una singola opera o in un gruppo di opere), o lo sviluppo di un tema come elemento costitutivo dell&rsquo;immaginario collettivo e della tradizione. Ognuno di questi approcci, a mio modo di vedere, pu&ograve; avere la sua utilit&agrave;, e nessuno io lo definirei sbagliato in principio. Sbagliato, anche a nostro avviso, &egrave; considerare, consapevolmente o meno, il tema come archetipo immutabile al di fuori della storia. Luperini parla del tema come della &laquo;forma del significato&raquo; (&egrave; il titolo della parte prima: Inco<em>ntri e forma del contenuto</em>: una formulazione chiusa in qualche modo nel significante, laddove io preferirei parlare di &ldquo;forma dell&rsquo;esperienza&rdquo;, o di modi storicamente determinati e variabili della percezione e formulazione di un&rsquo;esperienza, di un <em>Erlebnis</em> che pu&ograve; essere storicamente delimitato, o attraversare l&rsquo;intero della tradizione rappresentativa. Ci&ograve; che mi interessa della tematologia, nel mio credo comparatista, &egrave; che il testo letterario non pu&ograve; che essere considerato all&rsquo;interno di un insieme (religione, politica, economia, filosofia, l&rsquo;insieme della storia delle idee che danno forma a una percezione della vita di cui l&rsquo;opera d&rsquo;arte, quale che sia il suo statuto e il suo modo e strumento d&rsquo;espressione, &egrave; testimone &ndash; per un verso o per quello esattamente opposto). La prospettiva ermeneutica, la produzione di significati, ci&ograve; che comunque pu&ograve; essere un&rsquo;ermeneutica, o presupporre o sviluppare un&rsquo;ermeneutica, non pu&ograve; che essere esaltata dal rapporto complesso della parte (opera, figura, gruppo di testi) con l&rsquo;insieme, o sottoinsieme a cui appartiene. Non sono convinto che sia utile porre la questione del giudizio di valore, estetico, contro il valore puramente documentario: a me pare che, in realt&agrave;, la verit&agrave; delle cose, la verit&agrave; contenuta o allo stesso modo taciuta in una data testualit&agrave; &egrave; possibile da intravedere, in modo sempre fuggevole, illusorio, nello spostarsi ermeneutico dell&rsquo;interrogazione, solo nella complessit&agrave;, attraverso la complessit&agrave; del viluppo testuale, dei rapporti tra un testo e l&rsquo;insieme testuale, alla tradizione, o a una porzione della tradizione, al quale appartiene. Il giudizio estetico, del resto, la monumentalit&agrave; stessa &egrave; soggetta alla storia e al variare dei gusti, anche se &egrave; vero che la nostra identit&agrave; si compone nella tradizione che &egrave; l&rsquo;insieme anche dei <em>monumenta</em> artistici e letterari a cui la storia stessa d&agrave; valore permanente (il canone certamente, che non &egrave; messo in dubbio e letteralmente distrutto nella tarda modernit&agrave; americana, dai <em>cultural studies</em> che non sono una causa, ma un sintomo di una esigenza di diverse prospettive che si originano in nuove condizioni del vivere sociale). Il valore monumentale permanente, io credo, sta proprio nella capacit&agrave; di ogni singolo testo o monumento di rapportarsi con l&rsquo;intero, l&rsquo;insieme a cui appartiene, o la serie di sottoinsiemi ai quali appartiene e che dunque testimonia nel silenzio, nelle cicatrici e nelle zone di opacit&agrave; che pongono al lettore un&rsquo;interrogazione che &egrave; esattamente l&rsquo;interrogazione ermeneutica che non si d&agrave;, come ben sappiamo, come semplice descrizione &ndash; se mai questo fosse veramente possibile - di quel che si vede, ma proprio invece come capacit&agrave; di vedere soprattutto ci&ograve; che il testo sottace o semplicemente rimuove, e anche ci&ograve; che nel testo muta e sotterraneamente mina le ideologie e assiologie della sua contemporaneit&agrave;: ci&ograve; che lo rende l&rsquo;<em>unicum</em> di cui parla Romano. Ho mente un passo da <em>Nietzsche, l&rsquo;id&eacute;ologie l&rsquo;histoire</em> che mi ha sempre colpito, fin dagli anni Settanta e che &egrave; stata per me una rivelazione che dunque ho preso come viatico ed esergo per tutto quello che ho fatto. Vi si dice di che cosa sia un <em>bon historien</em>, uno che vede la storia come mascherata, un gran carnevale<a href="#nota11"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[11]</span></sup></span></a>; e io ho l&rsquo;impressione dunque, che ci&ograve; coinvolga anche la letteratura come gioco di maschere, di silenzi e di parole, di occultamenti, di infingimenti strategici che sappiano a un tempo occultare e disvelare, con lo stesso gesto, ci&ograve; che, per varie ragioni, pi&ugrave; o meno consapevoli, non pu&ograve; essere detto. Bene, io penso che Luperini abbia proprio questa vista penetrante che sa rendere trasparente proprio ogni zona di opacit&agrave; nel testo. Io credo tuttavia che questo possa essere fatto anche, e a buona ragione, attraverso il non letterario, ci&ograve; che non &egrave; letteratura, anche se, temo, io tendo a considerare letteratura praticamente tutto ci&ograve; che &egrave; scritto, e la scrittura stessa della storia stessa. Capisco bene &ndash; almeno lo spero - che vi sono differenze di valore e di pregnanza; ma la mia priorit&agrave; non tanto &egrave; il testo &ndash; a meno che io non sia impegnato in qualche impresa di natura filologica ovviamente &ndash; ma la tradizione stessa, non tanto il monumento, ma l&rsquo;insieme dei monumenti nelle loro interconnessioni con ci&ograve; che non &egrave; monumentale, che non lo &egrave; mai stato o che ha cessato di esserlo. Sicch&eacute;, in fondo, anche io come altri, ho continuato a studiare la lingua dei morti, e anche le voci pi&ugrave; umili, meno apparentemente interessanti, materiali d&rsquo;analisi poveri, e di nessun pregio apparente, magari in apparenza inaffidabili, eppure per me utilissimi nella loro dialettica e nelle interconnessioni con le voci pi&ugrave; distinte, distinguibili, i testi per noi pi&ugrave; ricchi e preziosi.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La formulazione, usata da Romano a proposito di quel che capita dopo le rivoluzioni del 1848, &ldquo;la privatizzazione del destino&rdquo; &egrave; sicuramente germinata tra il Luk&aacute;cs del <em>Romanzo storico</em> in cui Luk&aacute;cs parla di &ldquo;privatizzazione della storia&rdquo;, ma intende abbastanza ovviamente la privatizzazione del destino, o forse, anche pi&ugrave; semplicemente, la richiesta di destino avanzata dopo la rivoluzione francese, e frustrata dagli esiti delle rivoluzioni quarantottarde, e la dura critica di Luk&aacute;cs nei confronti della <em>Lebensphilosophie</em>, da Kierkegaard a Jaspers e Heidegger in <em>Die Zerst&ouml;rung der Vernunft</em><a href="#nota12"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[12]</span></sup></span></a>, a partire dallo stesso principio che spiegherebbe l&rsquo;origine dell&rsquo;irrazionalismo che Luk&aacute;cs vede all&rsquo;opera in quegli autori. Giungo alla seconda citazione che avevo annunciato nel mio incipit: la conclusione del libro di Luperini:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Il modernismo costituisce dunque una svolta nella storia della modernit&agrave;, uno spartiacque &ndash; direi &ndash;assai pi&ugrave; decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda met&agrave; del Novecento. Fra la finedell&rsquo;Ottocento e gli inizi del nuovo secolo &egrave; nato un tipo di societ&agrave;, un modo di incontrarsi e di rapportarsi, che segnala una difficolt&agrave; un malessere profondo e un alto grado di problematicit&agrave; nel rapporto con la realt&agrave;, in quello fra lo scrittore e la societ&agrave; edegli uomini fra loro. Il destino dell&rsquo;uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima della rivoluzione industriale, si &egrave; deciso in quegli anni, e ne portiamo ancora oggi il segno<a href="#nota13"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[13]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;A me pare una formulazione davvero magistrale, soprattutto assai vera. Mi rimane da annotare in margine che la <em>Privatizierung</em> della storia di cui parla Luk&aacute;cs ha avuto il suo esito. Mi spiego Luk&aacute;cs parla di privatizzazione della storia in <em>Der Historische Roman</em><a href="#nota14"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[14]</span></sup></span></a> nel contesto della sua analisi di <em>A Tale of Two Cities</em> di Dickens, ma &egrave; evidente che si tratta di un giudizio su di un ripiegarsi sul privato degli affetti famigliari, nel ritrarsi dall&rsquo;incubo sanguinoso della storia, che ha, per esempio, un effetto similare in un romanzo novecentesco come il <em>Dottor %u017Divago</em> di Pasternak, e che aveva gi&agrave; avuto, prima del 1848 e appena dopo la fine delle guerre napoleoniche, il suo sviluppo nella Germania Biedermeyer. Questa privatizzazione della storia e dunque del destino &egrave; un effetto di <em>desenga&ntilde;o</em>; la privatizzazione della storia &egrave; un effetto di <em>containment</em> della paura della storia come dimensione di trascendenza pratica che macina l&rsquo;individuo e il suo destino, e anche dunque la filosofia dell&rsquo;individuo che la storia stessa, giusta la prospettiva di Hegel, pareva affermare. Da una parte abbiamo l&rsquo;affermazione, come dire, di un diritto al destino individuale negato proprio dalla trascendenza pratica della storia che fa del destino individuale, paradossalmente, un destino seriale e massificato; dall&rsquo;altra parte, come dice Luperini, un ripiegamento narcisistico del soggetto su di s&eacute;, quello gi&agrave; annunciato dal Kierkegaard di <em>Aut Aut</em>:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Quando l&rsquo;individuo si &egrave; affermato nel suo valore eterno, questo lo sommerge con tutta la sua pienezza. Le cose di questo mondo scompaiono per lui [&hellip;] ci&ograve; che la temporalit&agrave; gli pu&ograve; dare [&hellip;] gli pare insignificante in confronto a quanto possiede eternamente. Tutto si ferma per lui, egli &egrave; quasi giunto all&rsquo;eternit&agrave; prima del tempo. Si sprofonda in contemplazione, fissa se stesso [&hellip;] come Narciso si &egrave; innamorato di se stesso<a href="#nota15"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[15]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>Di questo stesso fenomeno, cos&igrave; appariscente nella letteratura e nella cultura europea, con diversa datazione, per esempio si occupa Auerbach nella chiusa all&rsquo;analisi che chiude anche il libro, al &laquo;Calzerotto marrone&raquo;, da <em>Gita al faro </em>di Virginia Woolf nel contesto della discussione sullo spostamento del &laquo;centro di gravit&agrave;&raquo; per il quale &laquo;si attribuisce meno importanza alle grandi svolte esteriori e ai colpi di destino&raquo;, perch&eacute; questo segnano evidentemente le grandi vite, mentre l&rsquo;enfasi, ora &egrave; posto sulla vita quotidiana, sulle piccole vite, sul tempo ordinario della memoria comune. In realt&agrave;, si potrebbe dire, quel ripiegarsi narcisistico del soggetto su di s&eacute;, che fonda, certamente, anche la nuova scrittura del moderno, , quel sovrapporsi di tempi, quella molteplicit&agrave; e simultaneit&agrave; di cui parla Auerbach, e che segnano profondamente <em>To the Lighthouse,</em> <em>Mrs. Dalloway</em> di Virginia Woolf, cos&igrave; come <em>Ulysses</em> di Joyce, nella tradizione romanzesca, e <em>The Waste Land </em>di Eliot in quella poetica, hanno precedenti soprattutto negli anni della <em>belle &eacute;poque</em> in Francia, come ben argomentano gli autori de <em>Le Roman c&eacute;libataire</em>, attraverso testi come <em>Paludes</em> di Gide, <em>A rebours </em>di Huysmans, <span style="text-decoration: underline;">Sixtine</span> di Gourmont, <em>Les lauriers sont coup&eacute;s</em> di Dujardin, e ancora Poictevin, Paul Adam, Lorrain, De L&rsquo;isle Adam, Barr&egrave;s, Schwob<a href="#nota16"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[16]</span></sup></span></a>.</p>
<p>Scrive Luperini:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Cambia il concetto di destino. Quello dell&rsquo;individuo non sta pi&ugrave; in una vicenda oggettiva, in una traiettoria sociale, in un processo di formazione che possa concludersi con un matrimonio o con il successo di una carriera, bens&igrave; nel riconoscimento di una spinta solo interiore, del valore subliminale di un&rsquo;esperienza, o addirittura della segreta alleanza fra caso, corpo e pulsioni inconsce, Il destino insomma si privatizza. Il momento pubblico e ideologico perde gran parte del suo precedente rilievo. Si afferma, a partire dalla grande lezione di Proust, una cultura della vita privata che privilegia emozioni, sensazioni segrete, sussulti della memoria involontaria. Con Proust, Musil, Joyce, Svevo nasce una nuova antropologia, per cui il desiderio, il corpo, il sogno possono avere la stessa dignit&agrave; della volont&agrave; e della scelta consapevole, la vita notturna diventare pi&ugrave; importante di quella diurna<a href="#nota17"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[17]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Non c&rsquo;&egrave; davvero molto da aggiungere a una formulazione cos&igrave; efficace e interessante; potremmo forse dire che l&rsquo;esperienza della Comune, nel 1870 (ci&ograve; che Luk&aacute;cs ancora non manca di notare), e il suo fallimento, &egrave; forse un altro momento importante in questo che forse non chiameremmo mutamento antropologico, ma che certo definisce una crisi di fine e inizio d&rsquo;epoca, e la cesura tra il declino e l&rsquo;apocalisse della civilt&agrave; aristocratica, e l&rsquo;inizio del moderno, nel senso pi&ugrave; forte del termine; sicch&eacute; rimaniamo indecisi, poich&eacute; forse si potrebbe anche dire che la letteratura degli anni che vanno in specie tra il 1870 e i primi anni venti, marca da una parte proprio l&rsquo;implosione narcisistica della crisi aristocratica e dall&rsquo;altra, come faceva pensare D&rsquo;Annunzio al suo Sperelli nel <em>Piacere</em>, l&rsquo;avvento del &laquo;grigio diluvio dimocratico&raquo;. Ci&ograve; che &egrave; sicuro, come dice Luperini, &egrave; che ne portiamo ancora il segno. &laquo;La scrittura &egrave; solo l&rsquo;esercizio solitario di un artista che non ha legami n&eacute; con la propria comunit&agrave; n&eacute; con le cose. Perci&ograve; la verit&agrave; del mondo non le appartiene pi&ugrave;&raquo;<a href="#nota18"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[18]</span></sup></span></a>. Questo &egrave; ci&ograve; che scrive Luperini a proposito di Kafka e delle sue vuote allegorie, e che scrive anche a proposito del proprio libro, della propria scrittura. Che grande differenza rispetto a quanto scriveva Auerbach, meditando su quegli scrittori che attorno alla prima guerra mondiale avevano trovato un metodo per dissolvere la realt&agrave; rifranta nel prisma della coscienza<a href="#nota19"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[19]</span></sup></span></a>. Auerbach finiva ponendo l&rsquo;accento sulla crisi di mutamento testimoniata dalla <em>Selbstanschauung</em> che caratterizzava la nuova scrittura che in inglese veniva definita come <em>stream of consciousness</em> e che segnalava certamente la sfiducia in una qualsiasi via d&rsquo;uscita dalla crisi e un senso d&rsquo;avversione contro la civilt&agrave; ai limiti dell&rsquo;auodistruittivit&agrave; e del negativo. Ma Auerbach segnalava anche qualcosa di diverso, proprio a partire da Virginia Woolf, una speranza che quella scrittura segnalasse una via intravista verso &laquo;il livellamento economico e culturale&raquo;, e una &laquo;vita in comune degli uomini sulla terra&raquo; (<em>gemeinsamen leben der Menschen auf der Erde</em>), e dunque una sorta d&rsquo;utopia che certo non osava pienamente pronunciarsi in quella chiusa. E certamente l&rsquo;idea che la scrittura non avesse perso la realt&agrave;, ma l&rsquo;avesse anche pi&ugrave; pienamente conquistata nella rappresentazione, laddove la scrittura del Moderno, per Luperini, &egrave; una scrittura di perdita della realt&agrave;, poich&eacute; &laquo;la verit&agrave; del mondo non le appartiene pi&ugrave;&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<a href="#nota20"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[20]</span></sup></span></a>La verit&agrave; del mondo, io credo, la letteratura in un modo o nell&rsquo;altro continua a rappresentarla, anche in un mondo di infinit&agrave; complessit&agrave;. Abbiamo necessit&agrave; di memoria, come esemplarmente testimonia il libro di Luperini. Abbiamo necessit&agrave; di imparare a leggere in modo complesso, stratificato, i rapporti tra le cose. Muore la critica? O chiede, come dice Mario Lavagetto, l&rsquo;eutanasia? Io veramente non credo sia vero nemmeno questo, e che non sia vero nemmeno per Lavagetto. La crisi annunciata da Segre gi&agrave; nel 1993<a href="#nota21"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[21]</span></sup></span></a>, a me pare, ora come allora, del tutto determinata dalla crisi di una particolare idea di critica, dal suo esaurirsi. Non abbiamo pi&ugrave; pubblico? Io non direi. Il numero degli studenti che irragionevolemente insistono a iscriversi alle nostre facolt&agrave; mi fa pensare che il pubblico ci sia, e che il discorso intellettuale sia ben vivo, e che la letteratura e la lettura, e la scrittura siano ancora, come sempre, divertimento, emozione intellettuale, e anche sofferenza, e per&ograve; balsamo, gioia e dolore, soprattutto passione. Si tratta o di resistere ai mutamenti del mondo, ci&ograve; che a me pare comunque perdente in principio, o di capirne le ragioni, e fare anche di questo, se non di questo in primis, il nostro soggetto d&rsquo;analisi, magari per allegoria, certo, dicendo questo per intendere altro, parlando del passato avendo in mente il presente, dando nel passato in realt&agrave; figura al presente. Gli scribi &ndash; come ben si capisce dal libro di Siracide che ne fa l&rsquo;elogio - ci sono fin da quando c&rsquo;&egrave; la scrittura: ermeneuti, esegeti, commentatori, glossatori; io non credo proprio che gli scribi scompariranno con noi, con noi scomparir&agrave; una tipologia di intellettuale, o si evolver&agrave; in qualche altra figura. La crisi della critica di cui si parla &ndash; in diverso modo in diversi paesi &ndash; &egrave; una crisi di trasformazione, perch&eacute; questa, la trasformazione, &egrave; davvero ci&ograve; che non ci &egrave; consentito evitare. La nuova storia, la microstoria, la nuova antropologia, persino le scienze, gli studi interculturali hanno, planetariamente una forte rilevanza per chi si occupa di letteratura. Capisco bene che si tratta di fenomeni della tarda modernit&agrave; e che verrebbe spontaneo a chi proviene dalla tradizione italiana di studi, o anche da quella francese, evidentemente, rifiutarli in blocco; io credo invece che in tutte queste cose ci siamo prospettive e strumenti di grande interesse e che si tratta di adeguarli a ci&ograve; che noi intendiamo ricavarne. A me questa parrebbe una saggia cosa, e non priva, io credo, di vantaggi ermeneutici. Quello che forse pi&ugrave; interessa in questo contesto &egrave; un&rsquo;altra cosa: interessandomi di temi sono andato sempre pi&ugrave; affondando in una poetica critica della complessit&agrave; per la quale, un poco parafrasando Clifford Geertz, un antropologo! (<em>Die Welt in Stuecke</em><a href="#nota22"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[22]</span></sup></span></a>), nessun fenomeno sociale &egrave; comprensibile se isolato, o &egrave; comprensibile solo in modo piatto: ci&ograve; che occorre &egrave; una capacit&agrave; di <em>Thick Description</em>, di descrizione densa che ponga virtualmente in connessione molteplice ogni fenomeno con ogni altro fenomeno<a href="#nota23"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[23]</span></sup></span></a>. Tanto pi&ugrave; questo diventa vero nella societ&agrave; dell&rsquo;informatica e della globalizzazione, poich&eacute;, invero, pare a me, siamo di fronte a un mutamento antropologico ed epistemologico di enorme rilevanza, nel quale siamo immersi e che forse non riusciamo ancora a percepire in tutta la sua imponenza.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;altra questione che debbo porre in gioco &egrave; l&rsquo;ossessione del potere che in diversa misura e secondo diverse modalit&agrave; accomuna un neostorico come Greenblatt, e il vero fondatore degli studi postcoloniali, Edward Said, sulla base di considerazioni che vanno fatte a partire da Foucault, certamente, e da Bourdieu, ma anche da Gramsci, la cui idea di egemonia, attraverso Raymond Williams, pare ancora oggi paradigmatica, come ci facciamo insegnare, io temo, soprattutto dagli anglosassoni<a href="#nota24"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[24]</span></sup></span></a>. Il testo, e anche il macrotesto della tradizione, i monumenti, si formano in base a pressioni esterne e interne come campo di forze, o di poteri in una dialettica di conflitto e mutevoli alleanze; Per questo io vedo ogni analisi, ogni ermeneutica, non solo come dovere della memoria, ma anche come dovere politico. La crisi della critica in Italia, io credo, e anche in Francia &ndash; dove pi&ugrave; forte &egrave; stata negli anni Settanta l&rsquo;intenzione politica &ndash; e questa certamente pu&ograve; essere la ragione del disimpegno al quale io attribuisco anche la condizione dichiarata di crisi-, &egrave; da inquadrare in una pi&ugrave; generale crisi degli intellettuali. Non si tratta di una mancanza di pubblico, che abbiamo, o che molti di noi hanno, se solo si pensa alle centinaia di studenti che si trovano a lezione. Si tratta invece della perdita di prestigio della professione di scriba nella nostra tarda modernit&agrave;, e nel mondo dell&rsquo;utopia inverata, o quasi, del mercato (vado per approssimazione &ndash; su questo ci sarebbe, come si sa, molto da discutere). Ma noi <em>scribi</em> conserviamo un nostro potere: non tanto quello dei giornali e di un influenza sull&rsquo;editoria &ndash; pochi di noi l&rsquo;hanno conservato, pochi sono sempre stati quelli che l&rsquo;hanno avuto, ma un potere di parola e di analisi del gran teatro dell&rsquo;<em>agor&agrave;</em>, come dice Platone nell&rsquo;<em>Eutidemo</em>. Rinunciare a questo, per darsi a giochi formalistici, o rinserrarsi nei valori, nei grandi valori del testo che ci si pone come banco di prova, o dire, anche, pertanto, con qualche snobismo, che la letteratura, e la critica non servono, non devono servire a nulla facendo parte del superfluo, comunque e sono estranee allo spirito borghese dell&rsquo;utile, &egrave; sbagliato ed equivale a farsi del male. Io direi che letteratura e dunque critica (che ne &egrave; parte ovviamente), specie la critica conserva una sua capacit&agrave; di essere utile o di fare danno &ndash; si tratta di capire a chi l&rsquo;utile a chi il danno &ndash; e di allearsi o entrare in conflitto con altri poteri nel proprio campo di potere, e anche di invaderne altri. Insegnare a leggere, a scrivere anche, in modo critico, a misurarsi con la storia, la tradizione che fa la nostra identit&agrave;. Io credo che dovremmo rivendicare con forza questa potenzialit&agrave; che abbiamo di essere buoni o, certo, anche cattivi maestri, e di confliggere con altri poteri che certo, nel mondo delle comunicazioni di massa, si servono di ben pi&ugrave; potenti strumenti di persuasione, di creazione di consenso. Io continuo a pensare che, a partire dal Moderno, l&rsquo;intellettuale, il critico, sia di fatto una creatura del dissenso, un <em>dissenter,</em> per il semplice fatto che, ermeneuta, deve saper rendere strano e diverso il famigliare, l&rsquo;ovvio, e raccontare ogni vecchia storia in diversa prospettiva, per avere diritto alla storia e perch&eacute; essa non sia lasciata nella signoria dei poteri costituiti, e diritto al destino, certo, che da ci&ograve; dipende sempre di pi&ugrave; e in pi&ugrave; larga misura, e viene formato anche attraverso la creazione di consenso e dissenso attorno alle idee ricevute, e un destino non privatizzato, poich&eacute; i poteri si costituiscono anche, se non soprattutto per preformare e uniformare i destini individuali, ci&ograve; che meglio evita ogni dissenso nell&rsquo;utopia del conformismo. Ampliare la consapevolezza, formare gli strumenti della comprensione profonda e complessa. Ci&ograve; &egrave; per pochi, mi si dir&agrave;, con qualche ragione. Ma io penso che dobbiamo continuare a tenere accesi piccoli fuochi &ndash; come disse una volta Deleuze, se non sbaglio &ndash; i piccoli fuochi dell&rsquo;intelligenza. A me non parrebbe poco.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Scriveva bene, assai bene, Said che restituisco nella mia per quanto inadeguata traduzione:</p>
<blockquote style="margin-right: 0px;" dir="ltr">
<p>Per come &egrave; praticata, la critica &egrave; cosa accademica, remota dai problemi che si trovano sui quotidiani. E questo, fino a un certo punto, va anche bene, ma il fatto &egrave; che abbiamo raggiunto uno stadio in cui specializzazione e professionalizzazione, alleati al dogma culturale [e noi intendiamo qui la dogmatica culturale, e cio&egrave; la cultura che si istituisce come una serie di dogmi che per loro natura si danno per inanalizzabili], a un etnocentrismo appena sublimato, al nazionalismo, insieme a insistenti e sorprendenti forme semireligiose di quietismo, hanno trasportato il critico letterario accademico e professionale [&hellip;] del tutto in un altro mondo relativamente quieto e segregato in cui non pare esservi alcun contatto con il mondo degli eventi e delle societ&agrave; che la storia moderna, gli stessi intellettuali e critici hanno di fatto costruito. In realt&agrave; la critica contemporanea &egrave; un&rsquo;istituzione che afferma pubblicamente il valori della nostra, e cio&egrave; europea, <em>&eacute;lite</em> culturale dominante, salvo scatenarsi privatamente in interpretazioni sfrenate di un universo predefinito come infinito errore di lettura di un&rsquo; interpretazione errata [<em>endless misreading of a misinterpretation</em>]. Il risultato di tutto questo &egrave; una regolata per non dire calcolata, irrilevanza della critica, a cui si riconosce una mera funzione ornamentale alle transazioni dei poteri nella moderna societ&agrave; industriale: l&rsquo;egemonia del militarismo, una nuova guerra fredda, la depoliticizzazione dei cittadini, la generale complicit&agrave; della classe intellettuale alla quale i critici appartengono<a href="#nota25"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[25]</span></sup></span></a>.</p>
</blockquote>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;S&igrave;, molto ben detto, a partire dal Benda de <em>La Trahison des clercs</em>, anche se, ovviamente, la nuova guerra fredda di cui diceva Said nell&rsquo;83, proprio fredda oggi non la si potrebbe certo definire. Io credo che, se non cambia l&rsquo;atteggiamento di noi scribi, ci&ograve; di cui, al momento molto dubito, l&rsquo;irrilevanza della nostra attivit&agrave; &egrave; il nostro destino, non ci&ograve; che abbiamo forgiato con le nostre mani, ma ci&ograve; che le nostre mani sono state destinate a forgiare da quella specie di trascendenza pratica che &egrave; l&rsquo;egemonia che fa s&igrave; che vi sia un discorso egemone, e ogni altro discorso dunque o direttamente espulso, o subalterno, autosubalternizzato, di fatto snaturato e falsificato attraverso un qualche negoziato che permette l&rsquo;esistenza di quel discorso solo all&rsquo;interno del discorso egemone. Sottolineerei che la letteratura &egrave; un sistema di rappresentazioni gerarchicamente disposte in un discorso formato dall&rsquo;interazione di poteri, in una complessa e mutevole dialettica di opposizioni e alleanza; come dice Said, trovo che attraversare confini e delimitazioni sia il modo per identificare gerarchie e limiti esattamente come strategie egemoniche.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In <em>Siracide</em>, il libro biblico dell&rsquo;educazione, troviamo l&rsquo;elogio dello Scriba che deve per&ograve; essere letto alla luce dell&rsquo;elogio dell&rsquo;umilt&agrave; del saggio: cos&igrave; mi ripeto spesso: &laquo;Non cercare le cose troppo difficili per te, non indagare le cose per te troppo grandi. Bada a quello che &egrave; ti &egrave; comandato: non ti devi occupare delle cose misteriose. Una mente saggia medita le parabole&raquo;. Interessante, ci pare, che l&rsquo;umilt&agrave; sia soggezione alla verit&agrave;; il problema naturalmente &egrave; che la verit&agrave; per noi ha statuti epocali e locali e l&rsquo;umilt&agrave; deve dunque rinviare all&rsquo;accettazione dei propri limiti di comprensione, e alla semplicit&agrave;, alla materialit&agrave; del vero, attenti alle tentazioni riduzionistiche. Lo scriba, dunque, medita la legge del Signore, e cerca nella sapienza degli antichi, dedicandosi allo studio delle profezie, capace dunque di legare il passato con il futuro attraverso il presente, e lo deve fare, secondo il libro di Siracide, in umilt&agrave;, senza occuparsi degli <em>arcana</em>, forse proprio degli <em>arcana imperii</em>, perch&eacute; certo lo scriba ha una condizione servile nei confronti dei potenti, e non a caso lo scriba &egrave; associato nei Vangeli sempre al fariseo. Ha ragione Said quando in fondo si stupisce che gli intellettuali e fra loro quelli pi&ugrave; esercitati nella lettura e nell&rsquo;esegesi, i critici letterari, abbiano accettato di elaborare nelle loro pratiche l&rsquo;irrilevanza calcolata, regolata della loro stessa funzione, per poi rimanere attoniti nel constatare l&rsquo;ovvio risultato che ne consegue. Ecco io penso che dovremmo almeno cessare di teorizzare e praticare la nostra irrilevanza, anzi denunciarne meccanismi ed effetti, ieri anche per oggi: ci&ograve; che formidabilmente, e atrabiliarmente, certo, fa il bel libro di Romano Luperini.</p>
<p><strong>Mario Domenichelli (Universit&agrave; di Firenze)</strong></p>
<p><a name="nota1"><span style="color: #000000;">(1)</span></a> Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2007 <br /><a name="nota2"><span style="color: #000000;">(2)</span></a> <em>Ibidem</em>, p. 36. <br /><a name="nota3"><span style="color: #000000;">(3)</span></a> <em>Ibidem</em>, p. 4. <br /><a name="nota4"><span style="color: #000000;">(4)</span></a> H. G. Gadamer, <em>Warheit und Methode,</em> T&uuml;bingen, Mohr, 1960 (tr.it. di Gianni Vattimo, <em>Verit&agrave; e metodo</em>, Milano, Bompiani, 1983; Idem, Hermeneutik, in J. Ritter, <em>Historisches Wortebuch Philosophie</em>, Basel-Stuttgart, Schwab, 1974; Paul Ricoeur, <em>Le conflit des int&eacute;rpretations. Essai d&rsquo;Herm&eacute;neutique</em>, Paris, Seuil, 1969; Sul problema esiste una fitta bibliografia; ricorderemo solo G. Ebeling, <em>Hermeneutik</em> in <em>Die Religion in Geschichte und Gegenwart</em>, T&uuml;bingen, 1959; K. Kerenyi, <em>Origine e senso dell&rsquo;Ermeneutica </em>(1963), ora in <em>Scritti Italiani, </em>a cura di E. P. Moretti, Napoli, Guida, 1993, pp. 99-122. <br /><a name="nota5"><span style="color: #000000;">(5)</span></a> Erich Auerbach, <em>Figura, &ldquo;Archivum romanicum&rdquo;, 22 (1938, pp. 436-489, poi Neue Dantenstudien</em>, &ldquo;Istambuler Schriften&rdquo;, 5, Istambul, 1944; tr. it. di Dante della Terza e Maria Luisa de Pieiri Bonino in Erich Auerbach, <em>Studi su Dante</em>, Milano, Feltrinelli, 2005, pp. 176-226. <br /><a name="nota6"><span style="color: #000000;">(6)</span></a> Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, cit., p. 4.<br /><a name="nota7"><span style="color: #000000;">(7)</span></a> Ibidem, pp. 7-8.<br /><a name="nota8"><span style="color: #000000;">(8)</span></a>&nbsp;Elisabeth Frenzel, <em>Stoffe der Weltliteratur.</em> Stuttgart: Kr&ouml;ner, 1962; Idem, <em>Stoff-, Motiv- und Symbolforschung,</em> Stuttgart, Metzler, 1966; Idem, <em>Motive der Weltliteratur,</em> Stuttgart, Kr&ouml;ner, 1976; Herbert Frenzel, Adam J Bisanz, - Raymond Trousson, <em>Elemente der Literatur. Beitr&auml;ge zur Stoff-, Motiv- und Themenforschung. Elisabeth Frenzel zum 65. Geburtstag, </em>Stuttgart, Kr&ouml;ner, 1980.<br /><a name="nota9"><span style="color: #000000;">(9)</span></a>&nbsp;Ivan F&ograve;nagy, <em>La ripetizione creativa. Ridondanze espressive nell&rsquo;opera poetica</em>, Bari, Dedalo, 1982.<br /><a name="nota10"><span style="color: #000000;">(10)</span></a>&nbsp;Mi riferisco ai non numerosissimi dizionari tematici, o tematologicicome per esempio il gi&agrave; citato dizionario di Elisabeth Frenzel, <em>Stoffe der Weltliteratur</em>, o quello di Horst e Ingrid Daemmrich, <em>Themen and Motive in der Literatur: ein Handbuch.</em> T&uuml;bingen: Francke, 1987; nonch&eacute; a Remo Ceserani, Mario Domenichelli, Pino Fasano, <em>Dizionario dei temi letterari</em>, Torino, UTET, 2007.<br /><a name="nota11"><span style="color: #000000;">(11)</span></a> Michel Foucault, &laquo;Nietszche, l&rsquo;id&eacute;ologie, l&rsquo;histoire&raquo;<em> </em>(1971), recueilli dans M. Faucault, <em>Microfisica del potere</em>, a c. di A. Fontana e P. Pasquino, Torino, Einaudi, 1977 et dans <em>Dits et &eacute;crits</em>, 2 voll., Paris, Gallimard, (1994), 2001, vol. 2, p. 1019 ss.<br /><a name="nota12"><span style="color: #000000;">(12)</span></a> Gy&ouml;rgy Luk&aacute;cs, <em>Die Zerst&ouml;rung der Vernunft</em>, Berlin, Aufbau-Verlag, 1955; tr.it.: <em>La distruzione della ragione</em>, 2 voll., Torino, Einaudi, 1959.<br /><a name="nota13"><span style="color: #000000;">(13)</span></a> Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, cit., p. 319.<br /><a name="nota14"><span style="color: #000000;">(14)</span></a> Gy&ouml;rgy Luk&aacute;cs, <em>Der Historische Roman</em>(1957), tr. it.: <em>Il romanzo storico</em> Torino, Einaudi, 1965, p. 333.<br /><a name="nota15"><span style="color: #000000;">(15)</span></a>S&oslash;ren Kierkegaard, <em>Enten-Eller</em> (1843), tr. it., <em>Aut-Aut</em>, Milano, Mondadori, 1974, p. 109.<br /><a name="nota16"><span style="color: #000000;">(16)</span></a>Jean-Pierre Bertrand, Michel Biron, Jacques Dubois, Jeannine Paque, <em>Le roman c&eacute;libataire</em>, Paris, Corti, 1996<br /><a name="nota17"><span style="color: #000000;">(17)</span></a> Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, cit., p. 21.<br /><a name="nota18"><span style="color: #000000;">(18)</span></a> <em>Ibidem</em>, p. 308.<br /><a name="nota19"><span style="color: #000000;">(19)</span></a> Erich Auerbach, <em>Mimesis. Dargesstellte Wirklichkeit in den Abendl&auml;ndischen Literatur</em>, Bern, A. Francke Verlag, 1946, p.491; tr. it., Torino, Einaudi, vol. II, p. 335-6. <br /><a name="nota20"><span style="color: #000000;">(20)</span></a> Mario Lavagetto, <em>Eutanasia della critica</em>, Torino, Einaudi, 2005.<br /><a name="nota21"><span style="color: #000000;">(21)</span></a> Cesare Segre, <em>Notizie dalla crisi</em>, Torino, Einaudi, 1993.<br /><a name="nota22"><span style="color: #000000;">(22)</span></a> C. Clifford Geertz, &laquo;Eine Welt in St&uuml;cken&raquo;<em> </em>, in Idem, <em>Welt in St&uuml;cken. Kultur und Politik am Ende des 20. Jahrhunderts</em>, Wien, Passagen Verlag, 1996, p.16-17<br /><a name="nota23"><span style="color: #000000;">(23)</span></a> C. Geertz, <em>The Interpretation of Cultures</em>, New York, Basic Books, 1973 (si tratta del titolo del primo capitolo).<br /><a name="nota24"><span style="color: #000000;">(24)</span></a> Ma voglio ricordare il libro fresco di stampa di Bartolo Anglani, <em>Solitudine di Gramsci. Politica e poetica dal carcere</em>, Milano, Donzelli, 2007; Gramsci, comunque, &egrave; l&rsquo;auctor fondamentale per esempio per Edward Said: si veda al proposito, per esempio, l&rsquo;introduzione a <em>The World, the Text and the Critic, </em>Cambridge (Ma.), Harvard University Press, 1983 (pp. 168-172; oppure l&rsquo;enfasi di fondamento posto da Said su Gramsci nell&rsquo;introduzione a <em>Orientalism</em>, London, Routledge and Kegan Paul, 1978,pp. 6-7.<br /><a name="nota25"><span style="color: #000000;">(25)</span></a> Cf. Edward W. Said, <em>the World, the Text and the Critic, cit.</em>,p. 25.</p>]]></description>
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<title>Alberto Cadioli su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=62</link>
<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>ROMANO LUPERINI, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2007.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I tanti incontri che, tratti da pagine di narrativa otto-novecentesca, entrano negli undici capitoli di <em>L&rsquo;incontro e il caso.</em> <em>Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, recentemente pubblicato da Romano Luperini con Laterza (in un&rsquo;edizione ben realizzata e corredata da un <em>Indice dei nomi e dei titoli</em> e da un <em>Indice delle cose notevoli</em>), sono l&rsquo;occasione per un&rsquo;analisi che si avvale di precisi riferimenti a un &lsquo;tema&rsquo; (quello dell&rsquo;incontro, appunto) ma non della metodologia della critica tematica, almeno come &egrave; ormai convenzionalmente intesa. Lo afferma, nella prima frase di un&rsquo;introduzione ricca di molti spunti di natura metodologica e di precise argomentazioni sulle scelte compiute, lo stesso Luperini, che pi&ugrave; avanti lo conferma, sgombrando il campo da possibili attese: &laquo;il lettore non trover&agrave; ambizioni di tassonomia, n&eacute; volont&agrave; di creare dei sistemi e di orientare la ricerca secondo metodi rigorosi di scientificit&agrave;&raquo; (p. 4). La ragione di questa scelta &egrave; motivata dalla volont&agrave; di radicare l&rsquo;analisi dei testi nella storia e di evitare il rischio, che la critica tematica molto spesso corre, di trasformare il &lsquo;tema&rsquo; in un &lsquo;archetipo&rsquo; astorico, eludendo &laquo;la questione della storicit&agrave;&raquo; (p. 7). Questo non toglie, tuttavia, l&rsquo;importanza assegnata alla costruzione del racconto, individuando nell&rsquo;incontro non tanto un evento che accade (da leggere sul piano dell&rsquo;<em>inventio</em>), quanto un &laquo;artificio della trama&raquo;, che, nella sua necessit&agrave;, e nel suo essere componente fondamentale della <em>dispositio</em>, &laquo;permette di connettere l&rsquo;analisi dei contenuti a quella delle forme&raquo; (p. 7).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&laquo;Storia&raquo; e &laquo;discorso narrativo&raquo; sono dunque i due cardini intorno ai quali si sviluppano le pagine di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, con i nomi di Gy&ouml;rgy Luk&aacute;cs e di Peter Brooks come emblematici punti di riferimento: in particolare, rispettivamente, per il saggio <em>Narrare o descrivere?</em> (raccolto nel volume <em>Il marxismo e la critica letteraria</em>, I trad. it., Torino, Einaudi, 1953) e <em>Trame. Intenzionalit&agrave; e progetto del discorso narrativo</em> (I trad. it., Torino, Einaudi, 1995).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nell&rsquo;introduzione Luperini richiama il nome di Luk&aacute;cs a proposito del fallimento della rivoluzione democratica del 1848, origine della frattura della modernit&agrave; con la &lsquo;svolta modernista&rsquo;, legata alla nascita &laquo;della nuova figura, separata e specializzata, dello scrittore&raquo; (p. 8). In <em>Narrare o descrivere?</em> (che porta il sottotitolo <em>Contributo alla discussione sul naturalismo e il formalismo</em>), Luk&aacute;cs aveva infatti individuato proprio nelle trasformazioni del rapporto degli scrittori con la realt&agrave; l&rsquo;origine del mutamento di scrittura che, investendo le modalit&agrave; stesse della narrazione, aveva favorito il passaggio dal &lsquo;narrare&rsquo; al &lsquo;descrivere&rsquo;. Mettendo a confronto la corsa di cavalli in <em>Nana</em> di Zola e in <em>Anna Karenina</em> di Tolstoj, Luk&aacute;cs aveva scritto che &laquo;I compiti completamente diversi a cui assolvono le scene dei due romanzi si riflettono in tutta l&rsquo;esposizione. In Zola la corsa &egrave; descritta dal punto di vista dello spettatore; in Tolstoj &egrave; narrata dal punto di vista del partecipante<a href="#nota1"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[1]</span></sup></span></a>&raquo;. E aggiungeva, alcune pagine dopo: &laquo;Il contrasto tra partecipare e osservare non &egrave; casuale, poich&eacute; risale alla posizione di principio assunta dagli scrittori verso la vita, verso i grandi problemi della societ&agrave;, e non soltanto all&rsquo;uso di un diverso metodo di rappresentazione del contenuto, o di parti di esso&raquo;<a href="#nota2"><span style="text-decoration: underline;"><sup><span style="color: #000000;">[2]</span></sup></span></a>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ci&ograve; che a Luk&aacute;cs importava sottolineare era la necessit&agrave; che la narrazione esprimesse i rapporti degli uomini tra di loro, con le istituzioni sociali, con le forze naturali. In quanto erede dell&rsquo;epica, il romanzo &egrave; infatti vocato alla rappresentazione della storia dell&rsquo;uomo, ed &egrave; &lsquo;grande&rsquo;, appunto, se d&agrave; conto della &lsquo;prassi&rsquo; dell&rsquo;uomo nella sua storia: in quanto attenti a questo aspetto sono dunque &lsquo;grandi&rsquo; Walter Scott, Balzac, Tolstoj (e, con Luperini, andr&agrave; aggiunto Manzoni); Flaubert, Zola, gli scrittori del realismo moderno del Novecento, invece, proprio perch&eacute; si limitano all&rsquo;osservazione, non sono in grado di cogliere la realt&agrave; dell&rsquo;uomo nei suoi tratti pi&ugrave; profondi.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Questa frattura, introdotta nella letteratura dal modernismo, &egrave; uno nodi centrali anche della riflessione di Luperini, che, almeno da questo punto di vista, fa proprio l&rsquo;assunto lukacsiano: lo spartiacque della modernit&agrave; (&laquo;assai pi&ugrave; decisivo e radicale di quello segnato dal cosiddetto postmoderno nella seconda met&agrave; del Novecento&raquo;, come si legge nelle ultime righe della &lsquo;Conclusione&rsquo;, a p. 319) si manifesta con quegli scrittori che affidano alla pagina un &laquo;malessere profondo&raquo; e l&rsquo;&laquo;alto grado di problematicit&agrave;&raquo; nei confronti della realt&agrave;, dando voce alla pi&ugrave; generale difficolt&agrave; degli uomini nell&rsquo;instaurare tra loro corrette relazioni. Scrive Luperini: &laquo;Il destino dell&rsquo;uomo occidentale [&hellip;] si &egrave; deciso in quegli anni, e ne portiamo ancora oggi il segno&raquo; (p. 319).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le ultime affermazioni, pienamente calate dentro il presente, sono, paradossalmente, sia il punto di arrivo di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, sia il punto di partenza: se &egrave; lo sguardo sul presente dei rapporti umani lacerati o impossibili a dettare la scelta del tema, l&rsquo;analisi critica torna all&rsquo;oggi dopo aver percorso i mutamenti degli incontri nelle pagine di romanzi e racconti, e avere indagato il rapporto tra incontro e costruzione del racconto, a partire dalla sua collocazione nelle &lsquo;trame&rsquo; (per richiamare il titolo del libro di Brooks) dei singoli libri e dei vari autori, ben visibile nello scheletrico ma emblematico percorso tracciato nella voce &ldquo;trama&rdquo; dell&rsquo;<em>Indice delle cose notevoli</em>.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con queste premesse vengono quindi condotte le letture degli incontri, avvenuti o impossibili, nei <em>Promessi Sposi,</em> nell&rsquo;<em>&Eacute;ducation sentimentale</em> di Flaubert, in <em>Une partie de campagne</em> [Scampagnata] di Maupassant, in <em>Senilit&agrave;</em> di Svevo, nel primo volume della <em>Recherche</em> proustiana; e ancora nel capitolo IV di <em>Mastro don Gesualdo</em>,<em> </em>in <em>Die Vollendung der Liebe</em> [Il compimento dell&rsquo;amore] di Musil, in <em>Auf der Galerie</em> [In galleria] di Kafka, in <em>Bestie</em> e in <em>Un pezzo di lettera</em>, di Federigo Tozzi, nell&rsquo;opera complessiva di Joyce e Pirandello.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se gli incontri dei <em>Promessi Sposi</em>, nel primo capitolo, vengono posti sotto l&rsquo;insegna dell&rsquo;essenzialit&agrave;, quelli dell&rsquo;<em>&Eacute;ducation sentimentale</em> di Flaubert, nel secondo, sono significativamente indicati, gi&agrave; nel titolo del capitolo, come &laquo;inessenziali&raquo;. E infatti, per dare un esempio, mentre l&rsquo;incontro di Lucia con l&rsquo;innominato, &laquo;modifica profondamente la trama del romanzo, alterando la condizione non solo dei suoi due protagonisti, ma anche di tutti gli altri personaggi&raquo; (p. 68), gli incontri di Fr&eacute;d&eacute;ric di fatto non cambiano nemmeno la sua vita, per cui anche il rapporto folgorante, ed eccezionale, con M.me Arnoux, risulta nient&rsquo;altro che una esaltazione di stampo romantico facilmente cancellabile.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I romanzi che vengono dopo <em>I promessi sposi</em> non narrano pi&ugrave; i conflitti dell&rsquo;uomo o le tensioni suscitate dai rapporti di potere, ancora ben presenti nelle pagine manzoniane. Se nei primi due capitoli dedicati a Manzoni e a Flaubert, Luperini misura la necessit&agrave; degli incontri in rapporto alla necessit&agrave; della trama <em>(Incontri e forma del contenuto</em> &egrave; il titolo della prima parte), le analisi dei capitoli successivi sottolineano piuttosto come proprio i cambiamenti che investono gli incontri rivelino l&rsquo;affermarsi di una &laquo;nuova antropologia&raquo;, fondata esclusivamente sulla vita privata e sul singolo individuo, che, sottratto al sistema dei rapporti con gli altri, &egrave; estraneo a ogni dimensione storica: &laquo;La storia &ndash; ci racconta <em>L&rsquo;&eacute;ducation sentimentale</em> &ndash; non procede pi&ugrave;, &egrave; diventata (o ridiventata) natura&raquo; (p. 101).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Le trasformazioni nei rapporti tra i personaggi (che da un certo punto in poi non riescono nemmeno pi&ugrave; a incontrarsi: il capitolo 5, dedicato a Proust, porta il titolo <em>Swann, Odette e l&rsquo;incontro mancato</em>) permettono di approfondire un&rsquo;altra istanza critica, che proprio Luperini, ormai da anni, suggerisce come modello anche attraverso le riviste da lui promosse o dirette: quella che si fonda sulla figura dell&rsquo;allegoria e che porta a dire (ancora nell&rsquo;introduzione di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>) che &laquo;ogni discorso critico &egrave; un discorso allegorico&raquo;, e quindi &laquo;si parla di <em>questo,</em> il letterario, per parlare di <em>altro</em>&raquo; (p. 36). Si potrebbe a questo punto introdurre qui, un po&rsquo; schematicamente (e forse troppo schematicamente), anche il nome di Walter Benjamin, richiamando in particolare la &laquo;Premessa&raquo; gnoseologica al <em>Dramma barocco tedesco</em> (I ediz. it. Torino, Einaudi, 1971), che riconduce l&rsquo;allegoria moderna alla rottura del rapporto tra soggetto e oggetto.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questa prospettiva l&rsquo;incontro, o, meglio, la mancanza o l&rsquo;impossibilit&agrave; dell&rsquo;incontro, soprattutto nei testi di fine Ottocento e primi decenni del Novecento, porta in risalto il destino dell&rsquo;uomo occidentale che, privo di verit&agrave; sulle quali confrontarsi, non potrebbe fare altro che parlare di s&eacute;, in una situazione di separatezza dal mondo. Paradossalmente, negli ultimi capitoli di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em> sembra quasi manifestarsi un distacco dallo stesso tema posto al centro dell&rsquo;attenzione, mentre si impone la domanda, sottesa a tutte le pagine, sul significato dell&rsquo;uomo e della sua esistenza, in un &laquo;mondo in cui ogni individuo &egrave; isolato, il destino &egrave; diventato cosa privata, la dimensione della collettivit&agrave;, della storia e della vita pubblica si sta dissolvendo, l&rsquo;uomo non &egrave; pi&ugrave; in grado di controllare la traiettoria sociale della propria esistenza e la casualit&agrave; sembra dominarla&raquo; (p. 35).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;C&rsquo;&egrave; un&rsquo;ultima osservazione che occorre riportare in chiusura, bench&eacute; solo come enunciato: la constatazione, ricorrente anche in queste pagine di Luperini, come in molte alte da lui firmate negli ultimi anni, che il ruolo del critico, socialmente funzionale a una comunit&agrave; cui si rivolge per dialogare sul destino comune, nel contesto odierno si &egrave; indebolito o &egrave; addirittura scomparso, cos&igrave; che la stessa critica perde, o rischia di perdere, ogni valore e significato. Anche quest&rsquo;ultimo spunto di riflessione, che di nuovo spinge a riflettere sul presente, permette di sottolineare l&rsquo;importanza di <em>L&rsquo;incontro e il caso</em>, confermando come la lettura di questo libro apra molteplici approfondimenti, e possa porre le affermazioni di Luperini al centro di un necessario (ancorch&eacute; spesso trascurato) dibattito.</p>
<p><a name="nota1"><span style="color: #000000;">(1)</span></a>&nbsp;&nbsp;Gy&ouml;rgy Luk&aacute;c, <em>Narrare o descrivere? Contributo alla discussione sul naturalismo e il formalismo</em>, in Id., <em>Il marxismo e la critica letteraria</em>, Torino, Einaudi, PBE, 1977<sup>8</sup>, p.270.</p>
<p><a name="nota2"><span style="color: #000000;">(2)</span></a>&nbsp;&nbsp;Ivi, p. 276.</p>
<p><strong>Alberto Cadioli</strong></p>]]></description>
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<title>Prefazione a Macchina</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=63</link>
<pubDate>Mon, 07 Sep 2009 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<h4>Romano Luperini: nota critica</h4>
<p>Erminia Passannanti, <em>Macchina</em>, Manni, Lecce 2000.</p>
<h5>1. Il titolo</h5>
<p>Il titolo del libro &egrave; preso dal primo componimento della serie &laquo;In Jugoslavia con i piedi per terra&raquo;. La macchina di cui qui si parla dapprima sembra collocata in una corsia d&rsquo;ospedale (quasi macchina di rianimazione): condiziona l&rsquo;orizzonte percettivo, &egrave; un filtro che perde pezzi, non funziona pi&ugrave;, determinando nel soggetto afasia, umiliazione, senso di annientamento, incapacit&agrave; non solo di parlare, ma di vedere; poi diventa la macchina da cucire e il termine di un confronto (svantaggioso per l&rsquo;io) fra madre e figlia; infine macchina da scrivere. In ogni caso &egrave; una sorta di protesi dell&rsquo;io, di strumento di mediazione, di percezione e anche di comunicazione; ma si tratta comunque di una protesi inerte, inefficace. Il risultato &egrave; una sensazione di stordimento, di oppressione, di mancanza di intimit&agrave; e di identit&agrave; in un mondo di frastuono e di incubo (si veda la strofa finale di <em>Macchina</em>).</p>
<h5>2. La dedica</h5>
<p>Il libro &egrave; dedicato alla madre. La quale &egrave; insieme specchio di una dissociazione e di una impotenza e luogo dell&rsquo;origine e dell&rsquo;identit&agrave; perdute. La madre &egrave; stata pure lei colpita da immobilit&agrave;, impotenza, afasia, dissociazione e in questo &egrave; un &ldquo;doppio&rdquo; del soggetto poetico (&laquo;dura madre/ priva di nucleo&raquo;); e tuttavia &egrave; anche il primo anello di una catena, di un legame vitale che si &egrave; smarrito. L&rsquo;episodio della sottana trasmessa alla figlia e da lei perduta in qualche albergo assume un valore emblematico: quello di un lascito tradito (cfr. <em>Cedendo</em>). La ricerca ossessiva di una storia familiare, di un Principio, che coinvolge gli &laquo;avi&raquo;, le figure genitoriali, la sorella, &egrave; la conseguenza di un sentirsi &laquo;orfana&raquo;, abbandonata sulla scena di un mondo ostile; deriva da un bisogno di consistenza, da un&rsquo;alienazione da se medesima e dunque dal senso di una perdita del s&eacute; (vd. per esempio: &laquo;voglio essere membro di Mia sorella/ non membro dissestato di me stessa&raquo;).</p>
<h5>3. L&rsquo;esergo</h5>
<p>In limine, in esergo, alcuni versicoli pongono il tema del libro: la frantumazione dell&rsquo;io (&laquo;frantumata bimba&raquo;) non &egrave; che il riflesso di una frantumazione della realt&agrave;, di un suo collassarsi. La figlia (il soggetto si vive prevalentemente come figlia, pi&ugrave; raramente come madre, reiterando la ricerca dell&rsquo;identit&agrave; in quella delle figure genitoriali) da piccola ha vissuto un trauma che si ripete, producendo una condizione di marasma, dallo sdoppiamento (cfr. <em>Mia sorella</em>) alla perdita di contatto con la realt&agrave; e con gli altri, sino all&rsquo;autodissoluzione (&laquo;cerco ogni notte/ il mio correlativo esatto&raquo;). La condizione di disorientamento &egrave; fronteggiata dalla memoria. Tema, questo, gi&agrave; shakespeariano: &laquo;Memory, the warder of the brain&raquo; (Shakespeare, <em>Macbeth</em>). L&rsquo;identit&agrave; in crisi ricerca una continuit&agrave; dell&rsquo;io nel ricordo, sola garanzia di durata e consistenza, di presenza del soggetto a se stesso. Per questo molte di queste poesie sono dei ricordi (d&rsquo;infanzia soprattutto). In <em>Lumaca</em>, in <em>Soffitta</em> e in numerosi altri testi, perdita di memoria e perdita di s&eacute; coincidono, producendo una smemoratezza che talora pu&ograve; persino essere beata (perch&eacute; pu&ograve; coincidere con un fluttuare irresponsabile, con una felicit&agrave; &laquo;animale&raquo;), ma comunque ha sempre qualcosa di vergognoso (&laquo;Cado/ nel fango, il fango/ dell&rsquo;oblio&raquo;). A volte nel ricordo si annida un&rsquo;immagine (di nuovo, dell&rsquo;infanzia) che spiega tutto il non-senso dell&rsquo;esistenza, come accade in una delle poesie pi&ugrave; belle, <em>Al frantoio</em>.</p>
<h5>4. La prima poesia, il &laquo;buio&raquo; e il &laquo;fossato&raquo;</h5>
<p>Nel primo testo del libro la condizione del soggetto &egrave; gi&agrave; chiara. Il tema &egrave; quello dello sguardo nel buio, di chi guarda per capire e non intende. D&rsquo;altronde lo sguardo stesso &egrave; sbilenco o &laquo;storto&raquo;: non illumina la realt&agrave;, ma ne resta come allucinato. Per questo lo sguardo &egrave; esso stesso, in molte poesie, tematizzato: &egrave; problematico, posto in questione. Il mondo &egrave; visto in visione, attraverso stati di frantumazione onirica. Lo strumento poetico non &egrave; rivelazione orfica di nulla. In un&rsquo;altra poesia, <em>Fossato</em>, l&rsquo;illusione di una espressione poetica naturale e assoluta crolla di fronte al &laquo;fossato&raquo; che divide il poter essere dall&rsquo;essere, il sogno dalla realt&agrave;. La condizione grottesca del soggetto (si veda la conclusione) non concede alcuna autenticit&agrave; di canto. Il testo che comincia in prima persona si chiude in terza. L&rsquo;io si sdoppia umoristicamente; e l&rsquo;atto di vedersi nel grottesco quotidiano funziona da duro contravveleno scacciando ogni aspirazione romantico-simbolistica.</p>
<h5>5. Surrealismo, onirismo: la scena dell&rsquo; assurdo</h5>
<p>La condizione di allucinazione e marasma si riflette in quella onirica, fantastico-delirante, di molti testi: &laquo;io stava come presa da un delirio di voci&raquo;. Donde gli esiti apertamente surreali del libro. Ci&ograve; non significa per&ograve; che la realt&agrave; sia assente. Anzi, duri, concretissimi lacerti di realt&agrave; oggettiva fluttuano ovunque, ma come assorbiti in una dimensione allucinata (magari, talora, anche allegramente allucinata), frastornata e frastornante. I dati reali si caricano cos&igrave; di assurdit&agrave;. La realt&agrave; dell&rsquo;assurdo e l&rsquo;assurdo della realt&agrave; sono una cosa sola. Immagini violente di forza e di crudelt&agrave; si intrecciano ad altre di piet&agrave; amorosa su uno sfondo di campagne meridionali, con i loro animali (gli asini, il mulo, il cane), le loro viottole, i carri, ma anche, pi&ugrave; raramente, di case urbane, di aeroporti, di metropoli. Sono immagini in cui la violenza espressionistica pu&ograve; persino conciliarsi con una nitidezza quasi classica (come nella bellissima conclusione di <em>L&rsquo;evento</em> ) e l&rsquo;onirismo assumere una perturbante bellezza come nell&rsquo;<em>explicit </em>di <em>Aurora</em>: &laquo;Raccolgo/ ai piedi di quell&rsquo;erta/ un sacco strepitante, mi slaccio/ il corsetto, gli offro il mio capezzolo&raquo;.</p>
<p>Lo spazio di queste poesie &egrave; fra Sylvia Plath e Amelia Rosselli, ma con in pi&ugrave; una concretezza (talora persino luminosa) tutta mediterranea. Averla unita al senso di vertigine e di spaesamento: sta qui l&rsquo;originalit&agrave; della scommessa poetica di Erminia Passannanti (della sua doppia natura, direi, di meridionale oxfordiana). Quella luminosit&agrave; mediterranea s&rsquo;incontra e si scontra con una foschia nordica, e ne risulta perci&ograve; come straniata e persa. E tuttavia resta l&igrave;, come una possibilit&agrave; frantumata, come un&rsquo;eco di un mondo possibile e ormai perduto.</p>
<p>&copy;Romano Luperini, 2000.</p>
<p>dal sito: <a href="http://erminiapassannanti.blogspot.com/" target="_blank">Erminia Passannanti</a></p>]]></description>
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<title>Emanuele Zinato intervista Romano Luperini </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=64</link>
<pubDate>Mon, 24 Aug 2009 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p><strong>Domanda di Zinato:<br />1) Fare critica letteraria a cavallo del &rsquo;68; farlo oggi: cosa &egrave; rimasto in piedi, nel lavoro critico, e cosa &egrave; crollato?</strong>Risposta di Luperini:<br />&Egrave; cambiato tutto: sono cambiati la societ&agrave;, il ruolo del critico, i lettori. Il mio primo libro su Verga era la mia tesi di laurea; usc&igrave; senza alcun contributo finanziario; per quanto io fossi del tutto sconosciuto e l&rsquo;editore fosse specializzato esclusivamente in pubblicazioni accademiche, ebbe numerosissime recensioni su quotidiani e settimanali; suscit&ograve; un &ldquo;caso critico&rdquo;. Nessuna di queste cose oggi sarebbe possibile; &egrave; ormai difficilissimo trovare editori che pubblichino senza contributi finanziari libri di giovani destinati al mondo accademico, e comunque &egrave; quasi impossibile che una volta pubblicati essi provochino discussioni e dibattiti. Oggi manca, intorno ai critici, una societ&agrave; civile: il critico ha intorno a s&eacute; il vuoto.</p>
&nbsp;
<p><strong>2 D.) Insegnamento della letteratura nella scuola e critica della letteratura, l&rsquo;hai scritto pi&ugrave; volte, sono per te strettamente intrecciati. Questo &egrave; valido anche per l&rsquo;insegnamento accademico? L&rsquo;universit&agrave; ha oggi una qualche prospettiva? <br /></strong><strong>R) </strong>Critica letteraria e insegnamento della letteratura sono sempre state strettamente intrecciate, a partire almeno dal modello di De Sanctis. Anche per questo la scuola e soprattutto l&rsquo;universit&agrave; costituiscono la riserva indiana all&rsquo;interno della quale oggi il critico pu&ograve; sviluppare ancora una sua funzione, seppure in modo sempre pi&ugrave; precario. Il fatto &egrave; che scuola e universit&agrave; sono sempre pi&ugrave; marginali, sempre pi&ugrave; umiliate e depresse. La progressiva tecnicizzazione e burocratizzazione dell&rsquo;insegnamento tanto nella scuola media quanto nell&rsquo;universit&agrave; sta colpendo alla radice questo legame fra critica e insegnamento. In particolare il sistema accademico sta scindendosi: da un lato la minuta pratica didattica nella maggior parte dei centri universitari, dall&rsquo;altro la ricerca in poche scuole di eccellenza. &Egrave; una scissione che non giover&agrave;, temo, n&eacute; alla didattica n&eacute; alla ricerca e dunque n&eacute; all&rsquo;insegnamento n&eacute; alla critica.&nbsp;</p>
<p><strong><br /><br />3 D.)</strong> <strong>Il tuo ultimo libro &egrave; anche un libro di critica tematica: <em>L&rsquo;incontro e il caso</em> (Laterza, 2007). Un buon tema letterario si colloca sempre all&rsquo;incrocio fra antropologia e storia, ci parla dunque del nostro passato culturale ma anche del nostro presente esistenziale. Oggi sono ancora possibili incontri significativi? </strong><br /><strong>R.)</strong> Il Novecento, soprattutto dopo Kafka, sembra negarlo&hellip; Nel mio libro faccio una constatazione: gli incontri significativi, capaci di trasmettere esperienze reali, diventano sempre pi&ugrave; rari nella narrativa europea del Novecento, se si escludono alcuni momenti eccezionali (per esempio, la guerra, la Resistenza ecc.). Da questo punto di vista il romanzo modernista (e prima ancora la lezione flaubertiana dell&rsquo;<em>&Eacute;ducation sentimentale</em>) rappresenta una svolta decisiva.<em> </em>Con ci&ograve; non voglio affatto affermare che incontri di questo tipo siano impossibili nella narrativa contemporanea. Tutto dipende dalle situazioni storiche. Ho l&rsquo;impressione che la crisi economica, i conflitti militari, le tensioni interetniche, le emigrazioni possano produrre, e in parte stiano gi&agrave; producendo, un &ldquo;ritorno alla realt&agrave;&rdquo; capace di contrastare l&rsquo;effetto ideologico di derealizzazione che certamente &egrave; in atto. Osservo di passaggio che una cosa &egrave; la derealizzazione, un&rsquo;altra la scomparsa della realt&agrave;. Confonderle, come oggi si usa fare, mi sembra mistificante. In questa nuova situazione non mi sento affatto di escludere che la situazione dell&rsquo;incontro interpersonale come esperienza dotata di senso e di valore &ndash; mai venuta meno, peraltro, nella narrativa americana, anche la pi&ugrave; recente - possa di nuovo riprodursi nel romanzo italiano dei nostri anni. &nbsp;</p>
<p><strong>4 D.) Anche in seguito al tuo articolo del 2005 sull&rsquo;Unit&agrave; riguardo al degrado culturale italiano, si &egrave; resa sempre pi&ugrave; evidente una spaccatura tra scrittori delle giovani generazioni e critici. La cosa si &egrave; ripetuta nel 2008 a proposito della questione del &ldquo;ritorno alla realt&agrave;&rdquo;. Il dibattito sulle riviste in rete, con toni aspri, sembra non lasciare spazio alcuno al dialogo, al passaggio di testimone tra le generazioni. Non ci sono a tuo parere pi&ugrave; possibilit&agrave; di incontro e di scambio di esperienze tra gli scrittori e i critici quarantenni e quelli settantenni? <br /></strong><strong>R.)</strong> Non ho molta fiducia nella generazione che oggi ha fra i trentacinque e i cinquanta anni (parlo in generale: fortunatamente non mancano le eccezioni). &Egrave; una generazione che si &egrave; formata nell&rsquo;ilare nichilismo degli anni ottanta e novanta, e ne porta il segno. E oggi teorizza, fra vittimismo e autoconsolazione, di essere una generazione post-trauma, incapace di vivere il trauma perch&eacute; questo sarebbe sempre &ldquo;differito&rdquo; o mediato dagli strumenti massmediologici. Perch&eacute; non lo va a dire agli emigranti che rischiano la pelle per attraversare il Mediterraneo o alle famiglie che non arrivano alla quarta o alla terza settimana del mese? Posizioni come queste esprimono solo il lusso dell&rsquo;Occidente. L&agrave; dove le contraddizioni sono sempre state forti e si &egrave; sempre avuta una percezione planetaria dei problemi, negli Stati Uniti voglio dire, il romanzo continua a mettere in scena l&rsquo;esperienza del trauma. Ho pi&ugrave; fiducia nei giovani che conoscono il mondo del precariato, e di cui Saviano &ndash; non per nulla tanto inviso ai critici quarantenni &ndash; &egrave; il rappresentante naturale. Con lui, per esempio, il dialogo, l&rsquo;incontro e lo scambio fra le generazioni mi paiono assai spontanei e produttivi. Il fatto &egrave; che Saviano &egrave; un intellettuale, e costoro invece sono dei letterati.&nbsp;&nbsp;</p>
<p><strong>5 D.) Hai pi&ugrave; volte accennato, anche a proposito degli scrittori, della critica e della cultura, a un&rsquo;Italia &ldquo;berlusconizzata&rdquo;. &Egrave; possibile oggi, per scrittori e critici, una qualche forma di &ldquo;impegno&rdquo;? <br /></strong><strong>R.) </strong>Il postmodernismo ha favorito una &ldquo;anestetizzazione&rdquo; della vita sociale. A ci&ograve; si &egrave; aggiunto nel nostro paese un degrado civile rapidissimo. Tutto ci&ograve; ha reso inattuale l&rsquo;&rdquo;impegno&rdquo;. Credo per&ograve; che l&rsquo;inasprirsi delle condizioni materiali, indubbiamente in atto, favorisca una ripresa di posizioni, diciamo cos&igrave;, &ldquo;impegnate&rdquo; (il termine meriterebbe una serie di puntualizzazioni che qui non &egrave; possibile fare). Ma ci&ograve; accadr&agrave;, e in parte sta gi&agrave; accadendo, in forme molto diverse dal passato. La figura storica dell&rsquo;intellettuale legislatore &egrave; durata un secolo (dall&rsquo;<em>Affaire Dreyfus</em> all&rsquo;<em>Affaire Moro</em>), ma si &egrave; estinta negli anni settanta e ottanta del Novecento, con gli ultimi suoi rappresentanti (Pasolini, Volponi, Fortini, Calvino, Sciascia; in fondo Sanguineti &egrave; il loro ultimo erede), e oggi non &egrave; pi&ugrave; proponibile. L&rsquo;intellettuale che parla in nome dell&rsquo;universale e a cui viene riconosciuta una missione generale e per questo incide sulla opinione pubblica &egrave; stato sostituito dalla televisione e dagli altri mass media. Pasolini, Fortini, Sciascia volevano occupare il centro della scena e potevano farlo; gli scrittori della neoavanguardia avevano lo stesso obiettivo e sono riusciti a scalzarli e a sostituirli; ma uno scrittore d&rsquo;oggi sa che il centro della scena non gli spetta pi&ugrave;. Anche quando ha successo, &egrave; un marginale. La condizione dell&rsquo;intellettuale si avvicina sempre di pi&ugrave; a quella del precario. Per questo, come aveva intuito Said, il nuovo intellettuale pu&ograve; diventare esemplare: non in quanto rappresentante dell&rsquo;universale, come voleva Bourdieu, ma in quanto rappresentante di tutti gli esclusi. L&rsquo;intellettuale &egrave; oggi un lavoratore della conoscenza marginalizzato. Questo intellettuale delle periferie pu&ograve; riscoprire l&rsquo;&rdquo;impegno&rdquo;, ma sar&agrave; comunque un impegno assai diverso &ndash; per esempio, assai meno ideologico &ndash; da quello dei suoi maestri.</p>
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<p><strong>6 D.) Di recente i critici sono sempre pi&ugrave; tentati dall&rsquo;esperienza della scrittura creativa e dall&rsquo;autobiografia. A tuo giudizio, perch&eacute;? I tuoi&rdquo; I salici sono piante acquatiche&rdquo; e &ldquo; L&rsquo;et&agrave; estrema&rdquo; rientrano nel genere della scrittura creativa dei professori? In cosa se ne distaccano? </strong><br /><strong>R.) </strong>Non credo che esista una categoria omogenea che unifichi la produzione creativa dei professori. Semmai &egrave; vero che la crisi della critica e l&rsquo;indebolimento del ruolo sociale del critico spingono quest&rsquo;ultimo a cercare altri terreni, diversi da quello saggistico, per entrare in contatto con il pubblico e per esporre la propria concezione delle cose. Ma, detto ci&ograve;, i professori che scrivono romanzi e poesie lo fanno ognuno in modo diverso.</p>
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<p><strong>7 D.) &Egrave; vero che ormai tra noi e i classici moderni la distanza &egrave; stellare? Tra gli autori da te pi&ugrave; studiati (Verga, Pirandello, Montale, Tozzi, Fortini) quale proporresti per primo a un giovane di vent&rsquo;anni oggi e perch&eacute;? </strong><br /><strong>R.) </strong>Non vedo, almeno all&rsquo;universit&agrave;, questa distanza stellare. I giovani si interessano ai classici se il professore riesce a interessarli. Certo il linguaggio letterario &egrave; sempre pi&ugrave; estraneo alla cultura giovanile, e questa &egrave; indubbiamente una difficolt&agrave; oggettiva; ma poi &egrave; vero che Verga o Pirandello o Montale toccano questioni di fondo della condizione umana, proprio quelle questioni che potenzialmente interessano proprio gli adolescenti e i giovani in via di formazione.</p>
<p>&nbsp;<strong>8 D.) La tua proposta teorica &egrave; stata denominata come &ldquo;ermeneutica materialistica&rdquo;. Potresti spiegare in sintesi perch&eacute;? </strong><br /><strong>R.) </strong>Molto sommariamente. La critica non &egrave; una scienza, come si pensava negli anni sessanta, ma una ermeneutica, arte della interpretazione, momento interdialogico. L&rsquo;ermeneutica di cui parlo &egrave; materialistica perch&eacute;: 1. parte dal riconoscimento della materialit&agrave; del testo e della sua storia e dunque &egrave; consapevole del valore imprescindibile del commento filologico; 2. sa tuttavia, con Benjamin, che il contenuto di verit&agrave; non &egrave; deducibile meccanicamente dal contenuto di fatto, e che scopo del critico &egrave; enucleare quei significati dell&rsquo;opera che ne legittimano la sopravvivenza e il valore nel mondo attuale; 3. formula una ipotesi di senso, o meglio di coerenza di senso dell&rsquo;opera, collegandola a una congettura storica, e cio&egrave; elaborandone una spiegazione genetica; 4. &egrave; consapevole che ipotesi di senso e ipotesi genetica sono sempre conoscenza per la prassi in quanto si inseriscono in una proposta culturale ed educativa, in un conflitto interpretativo e in una lotta per l&rsquo;egemonia; 5. dichiara pertanto la propria parzialit&agrave; e quella dell&rsquo;intero assetto culturale, e prima ancora sociale e civile, in cui essa si colloca: l&rsquo;arte e la cultura dell&rsquo;Occidente sono il risultato di una storia di conflitti e anche di barbarie che va decostruita criticamente.</p>
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<p><strong>9 D.) Per alcuni critici autorevoli (Mengaldo, Ferroni) non c&rsquo;&egrave; nessuna voce letteraria oggi in grado di rappresentare l&rsquo;Italia. Tu valuti positivamente <em>Gomorra</em>. A parte il caso Saviano, ti sembra ci siano altre forze narrative in gestazione che val la pena di seguire?</strong><br /><strong>R.)</strong> Mi pare che in poesia ci siano diversi ottimi esempi. Per la narrativa il discorso &egrave; diverso; ma qui un ruolo negativo viene svolto dalla editoria, che seleziona il materiale da pubblicare e dunque in buona misura determina il canone basandosi su criteri troppo rozzi di profitto immediato. Mi capita spesso di chiedermi se oggi scrittori come Tozzi e Gadda troverebbero un editore disposto a rischiare&hellip;&nbsp;&nbsp;</p>
<p><strong>10 D.) Qualche anno fa hai pubblicato un libro dal titolo <em>La fine del postmoderno</em>. Personalmente, ho letto questo testo con gli studenti e ne &egrave; scaturita una discussione interessante. Se la tesi che vede la cosiddetta &ldquo;fine della Storia e delle ideologie&rdquo; come una chimera conseguente alla narcosi pubblicitaria &egrave; parsa quasi sempre condivisibile, non &egrave; stato cos&igrave; per la pervasivit&agrave; dei media, del sensorio virtuale, delle culture dei consumi, che agli studenti &egrave; sembrata lungi dal dissolversi e anzi pi&ugrave; viva che mai. E dunque la condizione postmoderna, nell&rsquo;era della globalizzazione, &egrave; sembrata loro ancora viva e vegeta, magari nelle forme della rete o dei &ldquo;rapporti liquidi&rdquo;. Come puoi rispondere a questa obiezione? <br /></strong><strong>R.) </strong>Credo che sia necessario distinguere <em>condizione postmoderna</em> da <em>ideologia del postmodernismo</em>. In Europa, a partire dagli anni settanta, si &egrave; aperta un periodo storico nuovo che, se si vuole, possiamo chiamare anche postmoderno. &Egrave; il periodo del tardo capitalismo planetario, ed &egrave; destinato a durare a lungo. Gli pertiene la <em>condizione postmoderna</em>, con quei caratteri che indichi (pervasivit&agrave; dei media, sensorio virtuale ecc.). Il postmodernismo, con la sua ideologia e la sua cultura specifiche, ha caratterizzato solo la prima fase di questo periodo, che ha coinciso grosso modo con l&rsquo;ultimo quarto del Novecento. Quando parlo di fine del postmodernismo alludo al tramonto di questa ideologia (pensiero debole, nichilismo morbido, crisi delle ideologie, fine delle contraddizioni e parallelamente, in letteratura, primato del linguaggio come <em>primum</em> ontologico, citazionismo. riscrittura, teoria della intertestualit&agrave; infinita&hellip;). Esso &egrave; stato provocato dalla situazione drammatica (e non prevista da quella ideologia) delle condizioni materiali a livello planetario. In questi anni sta nascendo una fase nuova, in cui la condizione postmoderna &egrave; costretta a convivere con spinte e controspinte di ben diversa natura: si pu&ograve; ben dire, come accennavo sopra, che la virtualit&agrave; della vita ha abolito l&rsquo;esperienza del trauma, ma se ti cade sulla testa una bomba o muori di fame che ne sar&agrave; di quella virtualit&agrave;?</p>
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<p><strong>11 D.) La prospettiva postcoloniale &egrave; oggi abbastanza di moda. Non credi vi siano dei limiti in questa prospettiva? Come bisognerebbe affrontare, in sede letteraria, la questione dell&rsquo;Altro?</strong> <br /><strong>R.)</strong> Questa domanda mi permette di riprendere e meglio precisare quanto detto rispondendo alla domanda n. 8, relativa all&rsquo;ermeneutica materialistica. Uno dei limiti teorici dell&rsquo;ermeneutica dominante &egrave; di dare per scontata la dialettica del dialogo. Ma una civilt&agrave; del dialogo oggi non esiste. L&rsquo;ermeneutica, si dice, intende prefigurarla. D&rsquo;accordo. Ma ci&ograve; sar&agrave; possibile solo se essa sapr&agrave; assumere anche le forme della critica dell&rsquo;ideologia e anche della critica dell&rsquo;ideologia dell&rsquo;ermeneutica stessa. In particolare la critica all&rsquo;ideologia ermeneutica non pu&ograve; che denunciarne il carattere conciliatorio di una concezione del dialogo che ignora i conflitti reali e l&rsquo;esistenza delle condizioni materiali che di fatto ne rendono impossibile la realizzazione. Non basta dire che l&rsquo;altro &egrave; il testo; l&rsquo;altro &egrave; anche ci&ograve; che il testo esclude.</p>]]></description>
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<title>Silvana La Porta intervista Romano Luperini </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=65</link>
<pubDate>Mon, 25 Aug 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Prof. Luperini, dunque il critico letterario diventa narratore. Oggi lei, per la seconda volta dopo <em>I salici sono piante acquatiche</em> (Manni, 2002) si cimenta nella scrittura letteraria. Quali i motivi di questa scelta?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> In realt&agrave; questa opera narrativa &egrave; il rovescio di &ldquo;L&rsquo;incontro e il caso&rdquo;, uscito da Laterza lo scorso anno. Svolge sul piano letterario-artistico lo stesso tema della crisi dell&rsquo;Occidente che in quel libro si sviluppava sul piano della critica letteraria. Certe cose, certe sfumature, che non si possono dire saggisticamente possono essere invece dette se si scrive &ldquo;en artiste&rdquo;. La sfera esistenziale e il suo collegamento con quella politica possono essere trattati solo affondando nel terreno della invenzione narrativa. Ma faccio sempre lo stesso discorso: quello di un nichilismo tragico che cerca di indicare tuttavia un filo di speranza.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Il suo racconto ha come protagonista un maturo professore d&rsquo;italiano in un&rsquo;universit&agrave; americana. Sappiamo che Marcel della Recherce di Proust non &egrave; tout court Marcel Proust; ma quanto di Romano Luperini c&rsquo;&egrave; nel suo personaggio?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> Nel libro c&rsquo;&egrave; certamente un aspetto autobiografico: in effetti mi trovavo negli Stati Uniti subito dopo l&rsquo;11 settembre, dato che insegnavo a Los Angeles all&rsquo;University of California. L&rsquo;atmosfera di paura che descrivo l&rsquo;ho vissuta allora. Per&ograve; la vicenda &egrave; ambientata dieci anni dopo (nel 2011) e la trama (gli attentati, l&rsquo;amore fra il vecchio e la giovane Claudine) &egrave; ovviamente inventata. Anche il protagonista &egrave; pi&ugrave; vecchio di me. E tuttavia alcune sue considerazioni sulla vecchiaia e sul rapporto uomo-donna, maschile-femminile, riflettono indubbiamente mie sensazioni private e infatti si ricollegano a quanto avevo gi&agrave; scritto in &ldquo;I salici sono piante acquatiche&rdquo;, opera invece prevalentemente autobiografica.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Il suo scritto &egrave; ambientato nel 2011 in occasione dell&rsquo;anniversario dell&rsquo;attentato terroristico alle Torri gemelle. Lei scrive che nessuno prende gli aerei in quel giorno, ma la vita quotidiana degli americani non sembra toccata per il resto da quell&rsquo;evento luttuoso. Tutto scorre come prima. Com&rsquo;&egrave; oggi l&rsquo;America? Che percezione ha di un fatto epocale come l&rsquo;11 settembre?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> Anche nel mio racconto tutto procede come prima, e tuttavia la paura strisciante (Bauman parla di &ldquo;paura liquida&rdquo;) &egrave; una caratteristica dei nostri tempi. Basta vedere quanto spazio ha in Italia, che pure non ha subito attentati, la questione &ldquo;sicurezza&rdquo;. E poi prevedo &ndash; d&rsquo;accordo con recenti documenti dell&rsquo;ONU &ndash; una situazione di crisi per i paesi dell&rsquo;Occidente non solo per il terrorismo, che in fondo non &egrave; che una conseguenza di altri fenomeni, ma per i cambiamenti climatici, lo spopolamento dell&rsquo;Africa, le emigrazioni dei popoli, il razzismo che rinasce, i conflitti di civilt&agrave; ecc. In questo racconto non intendo tanto rappresentare gli Stati Uniti quanto una condizione occidentale condivisa anche da molti paesi europei.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> La vecchiaia &egrave; l&rsquo;altro grande tema del suo libro. La senilit&agrave; di un uomo e di tutta un&rsquo;epoca. E oltre &ldquo;una generazione al di l&agrave; della disperazione e della speranza&rdquo;. Ne esce un ritratto impietoso di un mondo cui non importa n&eacute; il passato, n&eacute; il futuro. E&rsquo; dunque un messaggio nichilista il suo?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> S&igrave;, c&rsquo;&egrave; una sorta di nichilismo, ma tragico e non rassegnato. Al nichilismo ontologico &ndash; che considera i limiti della condizione umana in quanto tale - si accompagna qui infatti una forma di impegno &ldquo;politico&rdquo;, proiettato soprattutto nella figura femminile di Claudine, che ha il coraggio di puntare ancora sul futuro, ma evidente anche nel modo negativo con cui &egrave; tratteggiato il marito di lei, Giorgio, che rappresenta, lui s&igrave; davvero, &ldquo;una generazione al di l&agrave; della disperazione e della speranza&rdquo;.</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>D:</strong> Uno scrittore, consapevolmente o inconsapevolmente, strizza sempre l&rsquo;occhio a qualche autore precedente. Figuriamoci un critico letterario che della letteratura ha fatto la sua vita. A quali classici paga il suo tributo con &ldquo;L&rsquo;et&agrave; estrema&rdquo; Romano Luperini?</p>
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<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>R:</strong> In generale, non ho modelli. Certo la tradizione toscana, da Tozzi a Bilenchi, penso abbia influito inavvertitamente su una certa mia essenzialit&agrave; lirica. E poi c&rsquo;&egrave; la lezione &ldquo;negativa&rdquo; di Verga, fatalmente. In generale non ho mirato alla narrativit&agrave;, ma a una intensit&agrave; rappresa in frammenti duri, ora lirici, ora &ldquo;cattivi&rdquo; e aspramente &ldquo;filosofici&rdquo;. Tutto ci&ograve; che non era intenso ed essenziale l&rsquo;ho scartato. Tutto ci&ograve; che era opaco, mera trama, l&rsquo;ho abolito. Cos&igrave; un romanzo che era di duecento pagine si &egrave; ridotto a una sorta di racconto lungo molto concentrato.</p>]]></description>
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<title>Fra antico e moderno: l'incontro con i morti</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=20</link>
<pubDate>Tue, 22 Apr 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;1.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ogni cultura si definisce nel rapporto con il passato e con il mondo dei morti. Opera una selezione, elabora memorie, relega nell&rsquo;oblio. Si racconta la propria storia. Per questo le opere letterarie di ogni tempo hanno spesso assunto il confronto con i morti a fondamento delle proprie costruzioni. D&rsquo;altronde il nostro stesso lavoro di studiosi (umanisti, ma non solo) non &egrave; forse un dialogo continuo con i morti?&nbsp; Non ci confrontiamo con autori e opere, con culture, documenti e codici, scomparsi da secoli o da decenni, che la selezione del canone e il ri-uso operato dalla tradizione hanno salvato, seppure in modo mai definitivo, da una perdita irreparabile?&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Antico e moderno ritornano perci&ograve; con costante ostinazione sul grande tema dell&rsquo;incontro con i morti, facendovi confluire aspetti psicologici e storici, individuali e collettivi, mitico-simbolici e ideologici, antropologici e politici. Si potrebbe anzi dire che &egrave; attraverso questo tema che &egrave; passata una ricerca del senso della vita e di una civilt&agrave;, si &egrave; realizzato un bisogno di identit&agrave; individuale e collettiva.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La parabola stessa della civilt&agrave; greca &egrave; segnata dall&rsquo;incontro nell&rsquo;Ade con gli eroi dell&rsquo;antichit&agrave; (Agamennone, Aiace, Achille), all&rsquo;inizio, con Omero, per fondare una mitologia, alla fine, con Luciano, per distruggerla nel riso e nel sarcasmo. Fra l&rsquo;<em>Odissea</em> e il <em>Dialogo dei morti</em> si avverte uno scarto che pu&ograve; ben essere rappresentato dalla diversa funzione che nelle due opere assume la figura dell&rsquo;indovino Tiresia: nella prima egli annuncia in modo profetico il destino di Ulisse, nella seconda esorta Menippo a trarre ogni vantaggio dall&rsquo;attimo che passa, &laquo;di quasi tutto ridendo, e nulla prendendo sul serio&raquo; (in <em>Menippo e la negromanzia</em>, II [38], 22). Passeranno alcuni secoli e Leopardi, che a Luciano si ispira per le <em>Operette</em>, riprender&agrave; puntualmente questi propositi, inserendo per&ograve; nel suo sistema filosofico aspro e oggettivo una nota soggettiva di malinconia nera ignota all&rsquo;autore greco e tipica invece della modernit&agrave; e &ndash; soprattutto &ndash; prendendo atto tragicamente della nascita di un&rsquo;epoca nuova segnata dalla rottura con il circolo vitale morti-vivi che era proprio dei classici antichi (e non, ovviamente, di Luciano, il cui nichilismo cinico si limita a constatarne sardonicamente gli effetti).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Negli autori classici, da Omero a Dante passando per Virgilio, l&rsquo;incontro con i morti assume la funzione ideologica di una grande narrazione mitica che definisce il senso di una civilt&agrave; e di un destino, disegna una continuit&agrave; e una tradizione, costruisce un futuro scegliendo un passato. Aveva ragione Vico: i corsi e i ricorsi della storia sono gli emblemi di una storia del potere e, insieme, di una antropologia, portano entro di s&eacute; come marche distintive simboli ed enigmi, e anche segni e ideologie, attraverso cui si cementano egemonie culturali, sistemi di potere, codici sociali di comando e di obbedienza, riti e costumi, e insomma i grandi apparati della memoria, della censura e della rimozione collettive.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;2.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;incontro con i morti nel canto XI dell&rsquo;<em>Odissea</em> risulta indubbiamente composito, rivelando fonti diverse e successive sovrapposizioni. Nondimeno, nelle sue varie parti, mostra una propria coerenza di fondo. Le sconcordanze di contenuto non alterano affatto la comune ispirazione mitopoietica, che collega strettamente destino pubblico e destini privati sia nel disegno stesso della composizione (a Tiresia e Anticlea essendo riservato quello individuale dell&rsquo;eroe protagonista, alle eroine e agli eroi quello collettivo del popolo greco), sia nelle singole parti di essa e dunque anche quando queste riguardino la sorte di Ulisse. Mentre nella comune concezione omerica le ombre dei morti non hanno n&eacute; pensieri n&eacute; sentimenti n&eacute; voce, qui il sortilegio sciamanico del sangue delle vittime bevuto dalle anime dei defunti concede loro non solo la parola, ma la forza della verit&agrave;. A Ulisse i morti non rivelano niente di meno che il senso della propria vita. Le parole di Tiresia, di Anticlea, di Agamennone e di Achille, e le storie varie delle diverse eroine, hanno in comune un&rsquo;attenzione specifica e costante per la trafila delle generazioni, per il rapporto madre-figli o padre-figlio o nonno-padre-nipote (Laerte, Ulisse e Telemaco; oppure Peleo, Achille e Neottolemo; oppure Agamennone-Oreste, e cos&igrave; via). &Egrave; una continuit&agrave; che non riguarda solo un sentimento individuale, ma un insieme di valori condivisi, e che comunque interessa sempre una porzione significativa di una storia collettiva di una famiglia, di un clan o di un popolo. Lo stesso Elpenore, il primo dei morti a presentarsi davanti a Ulisse, invoca un segno di cittadinanza fra i vivi, un sepolcro che anche gli uomini futuri possano vedere e riconoscere. Il destino dell&rsquo;uomo &egrave; sempre inserito in un mondo di segni comuni ai mortali e agli dei e in un orizzonte di circolarit&agrave; del senso. Come nella <em>Genesi</em> biblica il servo di Abramo, alla ricerca di una sposa per Isacco, sa riconoscere il segno di Dio nel gesto della fanciulla che offre da bere non solo a lui ma anche ai suoi cammelli, cos&igrave; Ulisse &ndash; profetizza Tiresia &ndash; potr&agrave; riconoscere il segno (&sigma;%u03AE&mu;&alpha;, v.126) della sua riconciliazione con Poseidone incontrando un viandante che ignori l&rsquo;uso del remo e lo scambi con un ventilabro. Lo stesso discorso di Anticlea al figlio, pure cos&igrave; carico di sentimenti privati, &egrave; stato probabilmente letto dalla critica novecentesca in una chiave eccessivamente modernizzante. In effetti Ulisse le chiede s&igrave; la causa che ne ha provocato la morte, ma anche e soprattutto una conferma di quanto gli &egrave; stato appena annunciato da Tiresia, e cio&egrave; se Laerte e Telemaco (il padre e il figlio, dunque) conservino il loro privilegio reale e se Penelope non abbia per caso sposato un nobile Acheo facendogli perdere cos&igrave; la propria posizione di potere a Itaca. Nella risposta Anticlea, dopo avere attestato la fedelt&agrave; della sposa, mette al primo posto la descrizione della vita di Laerte, che si &egrave; ritirato in campagna rinunciando ai simboli del potere, e quella di Telemaco che invece ha conservato le prerogative del proprio rango; e solo nella parte finale accenna al dolore per la lontananza del figlio come causa della propria morte. Beninteso, il momento degli affetti personali per il marito e soprattutto per il figlio &egrave; ben rilevato, ma &egrave; pur sempre inserito in un gioco di parallelismi in cui la prospettiva delle gerarchie sociali e del potere politico non viene mai dimenticata: Laerte dorme con i servi, mentre Telemaco banchetta con i primi della citt&agrave;; Penelope consuma le notti e i giorni piangendo, ma non ha consentito a nessuno di togliere a Ulisse il privilegio reale.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;3.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se nell&rsquo;<em>Odissea</em> l&rsquo;incontro con i morti illustra una trafila delle generazioni che fonda una mitologia e insieme il senso comune di una civilt&agrave;, nel canto VI dell&rsquo;<em>Eneide</em> sancisce piuttosto un patto fra le generazioni e la trasmissione di una egemonia e di un potere, capace di collegare immediatamente il mito alla storia. La continuit&agrave; non &egrave; pi&ugrave; solo quella di una nobile casata, ma investe il destino dei popoli. La trasmissione patrilineare si prolunga nel futuro, e passa dall&rsquo;Oriente all&rsquo;Occidente. E infatti ora l&rsquo;eroe compie un viaggio nell&rsquo;aldil&agrave; alla ricerca non di un indovino, come nell&rsquo;<em>Odissea</em>, ma del proprio padre; ed &egrave; appunto Anchise, non la madre come accadeva invece a Ulisse, a rivelargli non solo ci&ograve; che lo attende, ma quanto accadr&agrave; alla sua discendenza. Non per nulla sin dall&rsquo;inizio Anchise si presenta al figlio mentre, in una verde valletta, &laquo;omnem suorum/forte recensebat numerum carosque nepotes/fataque fortunasque virum moresque manusque&raquo; (vv. 682-684). Anchise passa in rassegna i cari nipoti, le fortune e i destini, e anche i costumi e le imprese delle genti e degli eroi futuri. Si squadernano cos&igrave; davanti a Enea, insieme, vichianamente, verrebbe voglia di dire, una mitologia, una storia e una antropologia (&laquo;moresque manusque&raquo;), una profezia politica che trasmette la continuit&agrave; di un prestigio e di un potere e un insegnamento etico che riguarda i comportamenti e i costumi. L&rsquo;annuncio della gloria futura (&laquo;Nunc age, Dardaniam prolem quae deinde sequatur/gloria, qui maneant Itala de gente nepotes,/inlustris animas nostrumque in nomen ituras,/expediam dictis et te tua fata docebo&raquo;, vv. 756-759) s&rsquo;inscrive in una continuit&agrave; fra le generazioni. Romolo, Remo, Cesare, Augusto e Marcello, successivamente evocati in modo pi&ugrave; o meno esplicito, erano attesi, avrebbe detto Benjamin, sui colli di Roma.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I sentimenti privati di Enea &ndash; l&rsquo;amore per il padre, il rimorso per il suicidio di Didone &ndash; sono cos&igrave; inseriti nella cornice di una storia collettiva e di un progetto politico. L&rsquo;apparizione stessa di Didone corrucciata e ostile (&laquo;aversa [&hellip;] inimica&raquo;, vv. 469 e 472) travalica la vicenda personale e allude alla vendetta cartaginese e a un confitto che insanguiner&agrave; il Mediterraneo per oltre un secolo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;4,</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Anche Dante vuole scrivere un poema sulla scorta di quelli antichi, e dell&rsquo;<em>Eneide</em> soprattutto. Una prospettiva epica percorre la <em>Commedia</em>; ma si tratta, questa volta, di un&rsquo;epica nuova, cristiana. &nbsp;Il viaggio di Dante replica quello di Enea nell&rsquo;Ade, ma anche quello che Paolo aveva compiuto nel terzo cielo o addirittura, secondo le leggende medievali, nell&rsquo;Inferno stesso. Fonti classiche e medievali vengono egualmente riprese per trovare nuova legittimazione al tema dell&rsquo;incontro con i morti. Anzi, questo viene assunto come struttura fondante del disegno di una nuova civilt&agrave; cristiana capace di recuperare anche le istanze vitali del passato antico e pagano e di selezionare comunque dalla storia trascorsa e dalla cronaca del presente figure (anche nel senso messo in luce da Auerbach) che anticipino un futuro di possibile salvazione. Con Dante l&rsquo;incontro con i morti cessa di essere un episodio e diventa la base strutturale della narrazione e, insieme, di un intero progetto religioso ed etico-politico. Il metodo figurale &egrave; un tentativo grandioso di reinterpretazione del passato. Riposa sulla convinzione della presenza di Dio e della sua verit&agrave; nella storia e nei singoli dettagli delle vicende umane, sulla certezza che nel particolare ci sia gi&agrave; un&rsquo;ombra dell&rsquo;universale. Il senso si d&agrave; perch&eacute; &egrave; gi&agrave; nelle cose accadute; preesiste al singolo uomo che deve solo trovarlo negli esempi positivi e negativi che il mondo dei morti gli presenta; e non riguarda tanto o soltanto la felicit&agrave; del singolo, quanto la sorte del mondo.&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nessun incontro pu&ograve; perci&ograve; essere casuale. Ogni stazione della discesa e poi dell&rsquo;ascesa &egrave; necessaria, voluta da Dio, inscritta nella prospettiva universale della storia dell&rsquo;umanit&agrave;. La stessa immagine del pellegrino protagonista rappresenta l&rsquo;intero genere umano alla ricerca del significato trascendente della vita. Ogni incontro con i morti rivela un determinato aspetto, una situazione storica, un carattere e un costume specifici, in cui&nbsp; si riverbera tuttavia la luce assoluta del vero. Pone in luce un individuo, una personalit&agrave; ben definita, e nello stesso tempo una prospettiva pubblica e collettiva e una verit&agrave; generale. Nei diversi faccia a faccia che si succedono soprattutto nelle prime due cantiche, &egrave; possibile addirittura riconoscere lo schema tripartito definito dalla <em>Poetica</em> aristotelica, e cio&egrave; il riconoscimento, lo sviluppo dell&rsquo;azione e lo scioglimento, i caratteri, insomma, di una concretezza drammatica ben pi&ugrave; risentita e incisiva che nel modello virgiliano. Eppure gli aspetti concreti e individuali, e i sentimenti privati del pellegrino, sempre dichiarati, vengono immediatamente proiettati sullo scenario dei destini complessivi dell&rsquo;umanit&agrave;. Fra concreto e astratto, fra particolare e universale, fra individuale e collettivo, fra privato e pubblico, c&rsquo;&egrave; insomma un legame sempre strettissimo e, per dir cos&igrave;, obbligato.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella vita di coloro che ci hanno preceduto in questa esistenza mondana si rivela, a chi la guarda dall&rsquo;aldil&agrave;, il senso autentico del loro passaggio su questa terra. I morti sono i mediatori di questa trasmissione del significato vero della vita. In questo modo l&rsquo;intero mondo dei defunti diventa un libro aperto capace di comunicarci il valore presente dell&rsquo;esistenza e il progetto salvifico in cui trover&agrave; adempimento la storia del genere umano.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;5.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con i <em>Paralipomeni</em>, e precisamente con i canti VI e VII dedicati alla discesa nell&rsquo;Ade, Leopardi compie, nei confronti della <em>Commedia</em> dantesca, la stessa operazione, critica e parodica, che Luciano aveva compiuto con il <em>Dialogo dei morti</em> nei confronti dell&rsquo;<em>Odissea</em>. E se Luciano, irridendone i miti, segna la conclusione della civilt&agrave; greca, Leopardi, egualmente colpendo le illusioni religiose e politiche, chiude analogamente un ciclo, denunciando l&rsquo;interruzione di quel circolo vitale fra morti e vivi, fra passato presente e futuro, che i classici dell&rsquo;antichit&agrave; e il poema dantesco avevano cercato di fondare. A differenza di Luciano, per&ograve;, Leopardi non si limita a chiudere un&rsquo;epoca; n&rsquo;apre una nuova: quella della modernit&agrave;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I defunti sono presentati da Leopardi silenziosi e gravati da un torpore fisico che li rende insensibili e del tutto estranei all&rsquo;esistenza dei vivi.&nbsp; Quando Leccafondi, come Enea, vorrebbe interrogare i morti sul destino della patria &ndash; e, in cifra, sugli sviluppi del processo risorgimentale -, l&rsquo;unica risposta che essi possono dargli &egrave; una irrefrenabile risata in cui si esprime la loro totale alterit&agrave; alle sorti umane. Abissale &egrave; la distanza non solo da Dante e dai classici del mondo greco e latino ma anche dagli autori stessi della generazione che lo precede &ndash; per esempio, da Foscolo che nei <em>Sepolcri</em> ancora puntava su una continuit&agrave; di valori fra passato e presente trasmessa dalle tombe -. Nei <em>Paralipomeni</em> come nel <em>Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie</em> i morti sono voci del nulla, non comunicano n&eacute; valori, n&eacute; ricordi, n&eacute; emozioni. &laquo;Quando anche potessimo [sott.: parlare], non sentiresti nulla; perch&eacute; non avremmo che ci dire&raquo;, &egrave; la battuta che il Morto rivolge a Ruysch. Per Leopardi l&rsquo;aldil&agrave; dei morti &egrave; ancora quello degli antichi; ma i defunti sono ormai diventati figure del nulla, immagini non pi&ugrave; della mediazione e della trasmissione del significato, ma di una interdizione e di una frattura.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;6.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In una delle ultime poesie degli <em>Ossi di seppia</em>, intitolata appunto <em>I morti</em>, Montale riprende il tema dei defunti silenziosi, incapaci ormai di comunicare con i vivi. I morti, vi si legge, sono &laquo;fiati/senza materia o voce&raquo;, &laquo;larve&raquo; perturbanti che sfiorano l&rsquo;esistenza dei sopravvissuti, ancora &laquo;rimorse dai ricordi umani&raquo;, ma impossibilitate a stabilire con chi resta una relazione che vada al di l&agrave; di una sensazione di oscuro timore o di angosciosa inquietudine. Il rapporto con i morti &egrave; diventato ormai del tutto soggettivo e unilaterale, persiste unicamente nel ricordo dei vivi, all&rsquo;interno di una sfera privata ed esistenziale: in <em>A mia madre</em> il figlio dichiara che la vita di lei non pu&ograve; avere alcun prolungamento oltre la morte, anzi si esaurisce in &laquo;se stessa&raquo;, riducendosi ai frammenti di una memoria che pu&ograve; conservare e isolare solo &laquo;un gesto&raquo;, &laquo;un volto, <em>quelle </em>mani, <em>quel</em> volto&raquo;. Nella grande poesia del Novecento, a partire da Pascoli e poi da Montale a Sereni e Caproni, il rapporto con i morti diventa vicenda esclusivamente individuale; il patto fra le generazioni, la dimensione pubblica, la trasmissione di un progetto o anche solo di una prospettiva collettiva si allontanano sin quasi a sparire. Inoltre, mentre in Leopardi i morti mantenevano una loro oggettivit&agrave;, questa va ora perduta. L&rsquo;incontro con loro non comporta pi&ugrave; un interscambio, un dialogo, un confronto fra passato e presente. Si smaterializza, cessa di essere una esperienza che mette di fronte interlocutori dotati di una propria autonomia. Anzi, si passa dall&rsquo;<em>incontro</em> con i morti al <em>ritorno</em> dei morti. I defunti diventano dei <em>revenant</em>. Emergono con un brivido dal fondo dell&rsquo;inconscio, ri-appaiono inquietanti, lividi o sorridenti, teneri o minacciosi, come proiezioni e segni di una privata rielaborazione del lutto. Pascoli segna questa svolta.&nbsp; I morti ritornano: &laquo;entrano&raquo;, sono &laquo;muti&raquo;, non ricordano il mondo terreno (&laquo;Oh! non ricordano i morti, /i cari, i cari suoi morti!&raquo;, in <em>La tovaglia</em>) o non vogliono ricordarlo (&laquo;Non vogliono ricordare&raquo;, in <em>L&rsquo;or di notte</em>) o, se finalmente rammemorano, lo fanno a fatica, con stento (come nell&rsquo;ultima strofa di <em>La tovaglia</em>) oppure piangono inconsolati e si rivolgono ai vivi solo per lamentare il proprio sacrificio e la propria sofferenza di esclusi dalla vita (<em>Il giorno dei morti</em>).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;I morti si trasformano in fantasmi interiori. Ed &egrave; significativo che, in una delle liriche pi&ugrave; note di Sereni, possano riacquistare la parola e tornare a indicare una prospettiva collettiva di tipo etico solo come utopia, come possibilit&agrave; proiettata nel futuro: sono le &laquo;toppe d&rsquo;inesistenza, calce o cenere /pronte a farsi movimento e luce&raquo; che un giorno torneranno a parlare: &laquo;Non /dubitare &ndash; m&rsquo;investe della sua forza il mare &ndash; /parleranno&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In due grandi testi montaliani &ndash; <em>Incontro</em>, appunto, e <em>Voce giunta con le folaghe</em> - viene s&igrave; ripresa la tipologia tradizionale dell&rsquo;incontro con il morto, non senza echi virgiliani e danteschi, ma l&rsquo;ombra che si rivela &egrave; solo una evocazione: nasce e si esaurisce all&rsquo;interno dell&rsquo;io. Arletta &egrave; una epifania, e l&rsquo;epifania, si sa, non &egrave; che una figura modernista della soggettivizzazione del significato. La metamorfosi delle foglie in capelli (altra eco classica) &egrave; provocata dalla immaginazione, si produce in modo istantaneo e si brucia in un attimo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Si profila qui, direbbe Taylor, una nuova antropologia, alternativa a quella degli antichi. &Egrave; cambiato radicalmente il modo di dare significato al mondo e alla vita. Il senso non si d&agrave; pi&ugrave;, non preesiste al soggetto; ma questi deve cavarlo da se stesso, deve cercarlo dentro di s&eacute;, elaborarlo al proprio interno per attribuirlo poi al mondo. Si assiste a una nuova dislocazione del senso che ormai si colloca nella mente di un soggetto isolato. A dare significato all&rsquo;esistenza non &egrave; pi&ugrave; una grande narrazione collettiva che coinvolge cielo e terra, uomini e divinit&agrave;, gli individui e il genere umano; ma ogni singolo uomo deve narrarsi una propria storia nel tentativo di trovare una identit&agrave; divenuta sempre pi&ugrave; incerta e precaria. L&rsquo;uomo isolato rivolge al defunto una domanda che resta senza risposta, rivelando il vuoto di senso che circonda la parabola della vita.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Beninteso, questa soggettivizzazione dell&rsquo;esperienza fa parte del genere lirico, anche antico, e lo differenzia nettamente da quello epico dei classici greci e latini e di Dante. Resta per&ograve; il fatto che i classici &ndash; quelli che fondano una civilt&agrave; - per la modernit&agrave; sono i poeti lirici, mentre per il mondo antico sono i poeti epici; che diversa &egrave; la modalit&agrave; dell&rsquo;attribuzione del senso; e che nei lirici antichi l&rsquo;aspetto perturbante del morto rievocato o ri-apparso &egrave; meno pronunciato e comunque appare inserito in contesti rituali che rinviano a pratiche culturali e sociali di tipo comunitario.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il carattere spiccatamente moderno dell&rsquo;attribuzione del senso si conferma anche quando l&rsquo;incontro con il morto riguarda la figura paterna e si inserisce consapevolmente in una tradizione che risale ai classici. &Egrave; il caso di <em>Voce giunta con le folaghe</em>, dove si prospetta uno scenario apertamente dantesco e si ripete il gesto vano di abbracciare l&rsquo;ombra del genitore. A differenza del modello omerico, virgiliano e dantesco, e in accordo, di nuovo, con Leopardi, il padre &egrave; senza voce, &egrave; &laquo;il muto che risorge&raquo;. Di pi&ugrave;: l&rsquo;errore che Clizia aspramente gli rimprovera &egrave; di non avere rinunciato a ricordare il mondo dei vivi e di pensare ancora ai figli: &laquo;Ancora questa rupe/ti tenta? [&hellip;] Io le rammento quelle/mie prode e pur son giunta con le folaghe/a distaccarti dalle tue. Memoria/non &egrave; peccato fin che giova. Dopo/&egrave; letargo di talpe, abiezione/che funghisce su s&eacute;&hellip;&raquo;. La poesia termina ricordando &laquo;il vuoto inabitato/che occupammo e che attende fin ch&rsquo;&egrave; tempo/di colmarsi di noi, di ritrovarci&raquo;. Il nulla trionfa. L&rsquo;unica &laquo;persistenza&raquo;, lo sappiamo da <em>Piccolo testamento</em>, &laquo;&egrave; solo l&rsquo;estinzione&raquo;. Prima e dopo la morte c&rsquo;&egrave; soltanto il vuoto. Nessuna continuit&agrave;, nessuna trasmissione. Resta solo, quando resta, una memoria frantumata che si fissa su pochi frammenti scampati alla rapina del tempo e non dotati di particolare significato: qui sull&rsquo;immagine del padre all&rsquo;alba, su uno sfondo marino, &laquo;erto ai barbagli,/senza scialle e berretto&raquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Nella modernit&agrave; la morte si privatizza, e non appare neppure pi&ugrave; in grado di comunicare una risposta al bisogno di significato. Il morto non ci parla pi&ugrave;. L&rsquo;interrogazione che il vivo gli rivolge scopre un vuoto &ndash; quel vuoto che Leopardi e Montale denunciano. Il senso &egrave; diventato precario o enigmatico, mentre una problematicit&agrave; sempre pi&ugrave; ansiosa e scettica ha preso il posto di ogni possibile certezza.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Una rivoluzione copernicana si &egrave; compiuta. Il moderno ha elaborato una nuova cultura della vita privata e nuovi valori; ma altri &ndash; e forse ancora pi&ugrave; decisivi per la nostra vita &ndash; ne ha perduti.</p>]]></description>
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<title>Michela Sacco su &quot;L'incontro e il caso&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=66</link>
<pubDate>Mon, 17 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Se non sono mancati, negli anni Novanta, autorevoli inviti a tornare a interrogarsi sulla critica da parte, ad esempio, di Cesare Segre (<em>Notizie dalla crisi</em>), di Giulio Ferroni (<em>Dopo la fine</em>) nonch&eacute; dello stesso Luperini con le sue riflessioni sulla moderna ermeneutica ne <em>Il dialogo e il conflitto, </em>questo saggio,<em> L&rsquo;incontro e il caso</em>, va oltre tali riflessioni perch&eacute; non si limita a intervenire, con una lunga introduzione, sul dibattito teorico, ma tende a verificare in una numerosa serie di saggi sulla letteratura europea, dal primo Ottocento al primo Novecento, da Manzoni a Musil, nuovi approcci metodologici come la critica tematica, pur ponendo nei suoi confronti dei precisi paletti .</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Egli considera, infatti, imprescindibile da ogni operazione ermeneutica il rapporto fra supporto tematico e organizzazione testuale, fra tematica e storia culturale. Prende dunque le distanze da certi esiti nati sul filo dell&rsquo;orientamento saggistico dei <em>cultural studies</em>, dai <em>gender studies</em> e dalla critica postcoloniale (Bremond, Pavel, Brooks), pur tenendo conto di alcune loro prospettive. Ha ben presente, peraltro, due grandi esempi di critica tematica nella tradizione degli studi italiani, quello graziano (<em>La carne, la morte, il diavolo</em>) e il pi&ugrave; recente orlandiano (<em>Oggetti desueti </em>Orlando in <em>Costanti tematiche, varianti estetiche e precedenti storici</em>).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma la sua preoccupazione &egrave; legata soprattutto al rischio che l&rsquo;approccio tematico (<em>Treni di carta</em> di Ceserani, <em>Dizionario dei temi letterari</em> a c. di Domenichelli, Fasano, Ceserani) tenda a far perdere la fisionomia peculiare e irripetibile di ogni opera, sottolineata dallo studioso nella struttura per saggi separati dedicati ai singoli autori.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Luperini si sente lontano da chi applica la critica tematica puntando sulle leggi di combinazione e di aggregazione come elementi costitutivi di un tema che lo rapportano ad altri temi, come fa Rousset, che pu&ograve; attraversare, colla tematica del primo sguardo (<em>Gli occhi s&rsquo;incontrano. La scena del primo sguardo nel romanzo</em>, 1981) anche diversi secoli.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quello di Luperini &egrave; un complesso discorso critico che, alla maniera di Wilson, insiste sul contesto delle condizioni che hanno determinato l&rsquo;attivit&agrave; fantastica dell&rsquo;uomo. E lo soccorrono, in questa direzione, teorici come Luk&agrave;cs di <em>Narrare o descrivere?</em> (che decreta la morte della totalit&agrave; romanzesca di primo Ottocento in favore della frammentariet&agrave; descrittiva otto-novecentesca) e Taylor delle <em>Radici dell&rsquo;io</em> (per la dislocazione del senso dal pubblico al privato entro il processo di costruzione dell&rsquo;identit&agrave; moderna), che forniscono una precisa fisionomia a questa ricerca, per certi versi appartenente alla critica tematica ma da cui la distanza &egrave; tanta. Ce lo dimostra gi&agrave; la scelta dell&rsquo;argomento particolarmente denso di significato, &ldquo;l&rsquo;incontro&rdquo;, nel quale - in continuit&agrave; e in coerenza colle riflessioni precedenti sul tema del dialogo, del conflitto e dell&rsquo;allegoria, il critico riesce a scalfire la forma del saggio di tipo scientifico- monologico, chiusa alla relazione col punto di vista altrui, per proporre qualcosa di pi&ugrave; perch&eacute; il tema scelto esce dalla letteratura, la attraversa per diventare visione del mondo, invito al dialogo, fiducia in esso come intesa fra gli uomini. E&rsquo; questa una sollecitazione a interrogarsi sulla vita, a scommettere su un suo possibile senso, secondo il percorso luperiniano rivolto, negli anni, ad approfondire la esigenza di comunicazione cogli altri).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;<em>incontro,</em> posto in rapporto al caso e, questo, al destino, &egrave; infatti tema generatore d&rsquo;intreccio come il cronotopo bachtiniano della strada che ci porta all&rsquo;incrocio fra un tempo e uno spazio ben determinati (ad esempio il castello e quella stanza trasformata in prigione in quella notte a proposito dell&rsquo;incontro fra Lucia e l&rsquo;Innominato come Ganzir&igrave;a coi simboli della roba in quella notte di luna, nel dialogo fra Gesualdo e Diodata).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;L&rsquo;incontro &egrave; peraltro un evento che presuppone un movimento e un interscambio di segni, quindi &egrave; anche artificio della trama; &egrave; un nodo dell&rsquo;intreccio narrativo; fa parte dell&rsquo;<em>inventio</em> e della <em>dispositio</em>; contribuisce a strutturare la trama come contenuto e forma del contenuto in una semantica dell&rsquo;intreccio. L&rsquo;<em>incontro</em> &egrave; dunque studiato, nel suo farsi testualit&agrave; specifica in opere letterarie che attraversano l&rsquo;arco di un secolo, dal 1820 al 1920, comportando trasformazioni essenziali del tema prescelto. La grande metafora dell&rsquo;<em>incontro</em> comporta infatti una parabola che, dalla fiducia nella libert&agrave; e responsabilit&agrave; dell&rsquo;uomo, approda alla sfiducia nel dialogo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Studiato in rapporto al caso, esso diventa occasione decisiva per l&rsquo;inveramento di un destino nel Manzoni dei <em>Promessi Sposi</em>; si fa invece occasione mancata gi&agrave; in Flaubert de <em>L&rsquo;education sentimental</em>. Infatti dopo il 1848 l&rsquo;eroe appare privo della spinta propulsiva propria dell&rsquo;incontro che, nelle narrazioni epiche e religiose alle origini della civilt&agrave; occidentale, aveva avuto un ruolo fondamentale; ora diventa coscienza dilacerante di un altrove nel Maupassant di <em>Une partie de campagne</em> o nel <em>Mastro don Gesualdo</em> di Verga in cui l&rsquo;incontro &egrave; allegoria, forma della frattura fra le cose e le parole o, ancora, rappresenta una ulteriore possibilit&agrave; di senso pur senza alcun esito di svolta in autori come Pirandello, Joyce, Tozzi ma anche in Svevo e Proust, i cui personaggi sono immersi in un reale scisso e deprivato di segni riconoscibili, nell&rsquo;accezione debenedettiana di una condizione di rottura fra l&rsquo;uomo e il proprio destino.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Quindi, importante la partizione tra la parte prima su <em>Incontri e tema del contenuto</em>, la seconda <em>Incontro d&rsquo;amore: nascita di una nuova antropologia</em> e la terza <em>Al di l&agrave; dell&rsquo;esperienza: incontri epifanici, incontri allegorici, incontri sostituiti e impossibili</em>, che scandisce il percorso verso esperienze sempre pi&ugrave; deprivate di significativit&agrave; fino allo scatto utopico finale ispirato anche dal racconto di Musil, <em>Compimento dell&rsquo;amore,</em> (anch&rsquo;esso oggetto di approfondite considerazioni critiche).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Intanto risalta da questa impostazione l&rsquo;attenzione alla storia, al contesto in cui nascono le diverse opere, analizzate ognuna in un capitolo separato, ad indicare la unicit&agrave; di ogni esperienza ma insieme la possibilit&agrave; di creare dei rapporti e dei riferimenti per cui in opere di area europea, francese, inglese tedesca, italiana si possono trovare elementi comuni che illuminino reciprocamente testi letterari di diversa origine ponendo quelli di autori italiani nello stesso orizzonte culturale degli altri, pur senza voler fare analisi trasversali proprie di una certa metodologia in gran voga.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Volendo, piuttosto, sottolineare, fra la fine dell&rsquo;Ottocento e gli inizi del nuovo secolo, la grande svolta modernista, dai significati dirompenti, da cui &egrave; nato un tipo di societ&agrave;, un modo di incontrarsi e di rapportarsi che segnala una difficolt&agrave;, un malessere profondo e un alto grado di problematicit&agrave; nel rapporto con la realt&agrave;, in quello fra lo scrittore e la societ&agrave; e degli uomini fra loro.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Insomma &egrave; nata con la modernit&agrave; una nuova antropologia, che ha deciso in quegli anni del destino dell&rsquo;uomo occidentale, quale era stato avviato un secolo prima dalla rivoluzione industriale. Essa &egrave; connotata dalla impotenza a cogliere il senso dell&rsquo;esistenza, dalla mancanza di significazione per cui il desiderio, il sogno sostituiscono una realt&agrave; ormai imprendibile nella quale la meta dell&rsquo;esistere &egrave; dietro le spalle; ed &egrave; allora che pu&ograve; nascere un personaggio che vive per la morte, come Matt&igrave;a Pascal.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;E di questo cambiamento noi portiamo ancora il segno per cui per Luperini sarebbe la modernit&agrave; la svolta che ci tocca in modo pi&ugrave; radicale rispetto a quella, da altri considerata epocale, del postmoderno del secondo Novecento.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In questa situazione di <em>d&eacute;b&acirc;cle</em> di ogni possibilit&agrave; del rapporto con l&rsquo;altro proprio della modernit&agrave;, lo studioso punta beniaminianamente a uno scatto utopico ipotizzando una resistenza a tale stato di cose, una scommessa per superare la accidentalit&agrave; e l&rsquo;inessenzialit&agrave; dell&rsquo;<em>incontro</em> per cui l&rsquo;altro non sia solo alterit&agrave; ma polo di un dialogo. Il libro si chiude dunque con un invito a vivere come possibile questa utopia, non rinunziando alla possibilit&agrave; di trovare il filo che ci consenta di uscire dal <em>balletto dell&rsquo;insignificanza.</em></p>
<p><strong>La rivista &egrave; disponibile in formato PDF sul sito "Annali d'Italianistica - The University of North Carolina at Chapel Hill".</strong></p>
<p><a href="http://www.ibiblio.org/annali/2007/bookshelf_2007.pdf" target="_blank">Per visualizzare la rivista on-line, fai clic qui.</a></p>]]></description>
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<title>Alberto Casadei su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=67</link>
<pubDate>Tue, 05 Feb 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 344&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Romano Luperini nel suo nuovo studio <em>L&rsquo;incontro e il caso</em> si avvicina alle modalit&agrave; della critica tematica, che per&ograve; viene usata come un mezzo e non come un fine. Sin dalla densa <em>Introduzione</em>, infatti, viene specificato che &lsquo;l&rsquo;incontro&rsquo; &egrave; s&igrave; un evento che pu&ograve; essere ritrovato in testi di epoche e generi diversi, ma si deve evitare di farne un <em>passepartout</em> che elimini le differenze storiche e impedisca di cogliere le complessit&agrave; delle singole costruzioni testuali. Rispetto alle tendenze consuete della critica tematica, Luperini adotta subito due importanti correttivi: da un lato limita la sua analisi a un periodo piuttosto definito (grosso modo, dal 1820 al 1920) e alla narrativa (sia breve che lunga), escludendo a priori altre forme letterarie; dall&rsquo;altro, prende in esame testi completi, che mostrano concretamente come, in ambito europeo, l&rsquo;incontro &egrave; diventato, da elemento decisivo e fortemente strutturante come nei <em>Promessi sposi</em>, un evento vuoto, un&rsquo;allegoria sempre pi&ugrave; indecifrabile come in Kafka, una funzione del Caso, sostitutivo di ogni razionalit&agrave; e pragmaticit&agrave;, come in Pirandello.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Con la consueta incisivit&agrave;, e anche con una <em>vis</em> polemica implicita, Luperini sviluppa la sua indagine per dimostrare come, dietro le svolte della trama, stia sempre una molteplicit&agrave; di ragioni prima di tutto storiche: l&rsquo;analisi tematica serve in fondo a trovare un filo per unire di nuovo interno ed esterno, <em>mimesis</em> del mondo e realt&agrave; storicamente interpretabile. Contro la mera schedatura di luoghi ed immagini ricorrenti, viene qui proposta una strenua attenzione al significato contestuale che gli incontri esaminati assumono: in questo, risultano salvaguardati anche gli aspetti di disamina formale-narratologica che, pur non essendo pi&ugrave; (e finalmente) feticizzati e assolutizzati, non possono essere abbandonati come meri orpelli classificat&ograve;ri.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Il problema che, grazie anche alla riscoperta di Auerbach, viene in fondo posto da Luperini, cos&igrave; come da altri studi sulla narrativa anche recente, &egrave; quello delle modalit&agrave; di esecuzione del realismo, quando ormai la nozione stessa di realt&agrave; appare come un mito pi&ugrave; che come un concetto. Il critico, sulla scorta di molti suoi lavori recenti (da <em>L&rsquo;allegoria del moderno</em>, 1990, sino a <em>La fine del postmoderno</em>, 2005, e <em>L&rsquo;autocoscienza del moderno</em>, 2006), sostiene qui con forza che la letteratura mantiene, almeno nel periodo preso in esame, una piena valenza interpretativa della realt&agrave;, salvo vederla sfuggire nella sua essenza; comunque, lo statuto di &lsquo;monumento&rsquo; e non di mero &lsquo;documento&rsquo; di un grande testo letterario pu&ograve; consentire di parlare non solo del brutto e del reietto, ma persino del vuoto che si coglie dietro o addirittura dentro le vicende narrate. Anche da questo punto di vista, in implicita polemica con i sostenitori dei <em>Cultural studies</em>, Luperini rivendica la funzionalit&agrave; di una nozione (quella di &lsquo;monumento&rsquo;) da tempo messa in discussione; tuttavia, contrariamente a quanto avviene in molte altre parti del libro, questa posizione non viene argomentata, mentre proprio su come individuare una specificit&agrave; del libro-&lsquo;monumento&rsquo; si deve adesso ragionare, in un campo di forze letterario che mostra, soprattutto in Italia, il prevalere netto di testi che non problematizzano la realt&agrave;, ma si limitano a riprodurla passivamente in forme largamente accettate (come il poliziesco).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Sono invece delimitati con grande attenzione i confini entro cui si deve tenere l&rsquo;esame del tema-cartina di tornasole &lsquo;incontro&rsquo;. Sempre nell&rsquo;<em>Introduzione</em> viene chiarita bene l&rsquo;opposizione fra l&rsquo;incontro cos&igrave; come &egrave; stato rappresentato dall&rsquo;antichit&agrave; sino alla met&agrave; dell&rsquo;Ottocento (pi&ugrave; precisamente, sino alla svolta del 1848), ricco di implicazioni per i personaggi e per la trama, e l&rsquo;incontro di tipo moderno, o meglio modernista, quando i personaggi sono sempre pi&ugrave; dominati da pulsioni inconsce e quindi in mano a un Caso che si distingue dal loro destino. La lezione debenedettiana viene ripresa, ma Luperini fonda il suo discorso su precise tappe storiche anzich&eacute; su movimenti archetipici, e comunque coglie nei testi esempi molto variegati delle modalit&agrave; espositive a lui pi&ugrave; care, come l&rsquo;allegoria, che ad esempio permette di connettere, almeno a livello tipologico, il <em>Mastro-don Gesualdo</em> alla tradizione modernista del primo Novecento (Joyce, Tozzi, Pirandello, Kafka) piuttosto che al naturalismo di Maupassant o anche del primo Svevo.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Viene inoltre giustamente sottolineata la specificit&agrave; della presenza della situazione-incontro nella lirica: come modello viene indicata <em>A une passante </em>di Baudelaire, che ha dato origine a tante varianti mitopoietiche. In generale, il tema dell&rsquo;incontro come <em>punctum</em>, momento decisivo ma purtroppo passeggero e spesso incomprensibile, viene mantenuto in altri lirici, come Montale, rapidamente ma opportunamente citato. Di certo, la densit&agrave; della lirica non pu&ograve; essere &lsquo;mimata&rsquo; nella narrativa, se non in condizioni particolari (ma delle epifanie gloriose di Dedalus, l&rsquo;<em>Ulisse</em> si fa beffe, specie nell&rsquo;episodio dell&rsquo;incontro a distanza fra Leopold Bloom e Gerty MacDowell, qui esaminato in un capitolo successivo). Poteva allora essere interessante delimitare la progressiva perdita di senso dell&rsquo;incontro anche sul versante del genere che, da un certo punto di vista, proprio su incontri si fonda, ossia il teatro. Esso in effetti si evolve in una direzione complanare a quella individuata da Luperini: il non senso delle parole, rilevato da Szondi per Cecov, diventa il non senso delle azioni, come sar&agrave; evidente nel teatro beckettiano. E si potrebbe aggiungere, tenendo presente il Peter Brooks dell&rsquo; <em>Immaginazione melodrammatica</em>, che l&rsquo;intersezione fra romanzo e teatro &egrave; stato a lungo importante nella modalit&agrave; di rappresentazione dell&rsquo;incontro: una forte teatralizzazione degli incontri, come quello fra l&rsquo;innominato e Lucia, attentamente sondato nel primo capitolo del volume, &egrave; il primo segnale della loro importanza a livello di trama.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&Egrave; qui impossibile ripercorrere in dettaglio tutti i saggi proposti, suddivisi in tre grandi parti: <em>Incontri e forma del contenuto</em>, <em>Incontri d&rsquo;amore: nascita di una nuova antropologia</em> e <em>Al di l&agrave; dell&rsquo;esperienza: incontri epifanici, incontri allegorici, incontri sostituiti e impossibili</em>. Giustamente Luperini ricolloca la narrativa italiana nell&rsquo;ambito di quella europea, con la quale essa si confronta costantemente e con risultati nient&rsquo;affatto inferiori, anche se spesso, nel periodo in esame, rimanendo al seguito di movimenti nati altrove. In particolare, le analisi delle implicazioni degli incontri, tra l&rsquo;ironico e il tragico (rimosso), nell&rsquo; <em>Educazione sentimentale</em> risultano fondamentali per comprendere l&rsquo;allontanamento da un&rsquo;idea di Storia sorta in rapporto a quella di Rivoluzione: come scriveva Luk&aacute;cs a proposito dello &lsquo;spazio bianco&rsquo; che occupa la vita di Fr&eacute;d&eacute;ric dopo la conclusione dell&rsquo;esperienza rivoluzionaria, finisce in questo non-racconto la fase del romanzo tipicamente &lsquo;realistico&rsquo;, in cui di fatto l&rsquo;azione coincideva con la storia; e si apre gi&agrave; lo spazio narrativo della <em>Recherche</em>, narcisistico, snobistico e condizionato da forze implicite anzich&eacute; esplicite. Si potrebbe aggiungere, citando il <em>Faust</em>, che il mito dell&rsquo;Azione, tipico della modernit&agrave; nei suoi aspetti antropologici, economici e tecnologici, si &egrave; svuotato, ossia &egrave; diventato pura dinamica sociale, priva di un senso ulteriore. Tale senso dovr&agrave; allora essere cercato all&rsquo;interno dell&rsquo;individuo, e finalmente nelle profondit&agrave; dei desideri, come mostra benissimo l&rsquo;analisi qui proposta di <em>Un amour de Swann</em>, un &lsquo;romanzo nel romanzo&rsquo; all&rsquo;insegna della gelosia e della menzogna (evidenziata da Luperini anche a livello simbolico).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Oltre a esaminare in dettaglio i testi, Luperini sfrutta la possibilit&agrave; di fruttuosi confronti interdisciplinari, per esempio con la pittura impressionista nell&rsquo;analisi di un racconto di Maupassant ( <em>Une partie de campagne</em>), oppure con quella tra divisionismo ed espressionismo nella disamina della &lsquo;parabola&rsquo; <em>Auf der Galerie</em> di Kafka. Il risultato &egrave; comunque la consapevolezza che il destino dell&rsquo;uomo occidentale perde progressivamente tutti i contatti con la Grande storia, e si chiude nel privato, salvo poi non trovare pi&ugrave; punti di appiglio per afferrare l&rsquo;&lsquo;esterno&rsquo;: si svuotano quindi i presupposti per descrivere le esistenze nei termini di trame e incontri. Ci&ograve; risulta assai evidente, in Italia, esaminando i processi di straniamento messi in atto da Tozzi in <em>Bestie</em>, oppure le costruzioni volutamente artificiose dei romanzi pirandelliani: Luperini analizza i <em>Quaderni di Serafino Gubbio</em>, ma il procedimento &egrave; gi&agrave; palese nel <em>Fu Mattia Pascal</em>. Forse si poteva sottolineare che, in una tradizione umoristico-sterniana, &egrave; la trama stessa come &lsquo;sintassi&rsquo;, organizzazione logica degli eventi, a essere revocata in dubbio, e perci&ograve; diventa difficile comprendere quali sono gli incontri decisivi e quali no: almeno quello con Anselmo Paleari di Mattia-Adriano sembra, per esempio, portatore di singolari &lsquo;verit&agrave;&rsquo; sui fondamenti del vivere moderno, all&rsquo;insegna della precariet&agrave; e insieme vincolato alle apparenze dei &lsquo;fatti&rsquo;.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;In conclusione, oltre a molte altre interpretazioni efficaci (come quelle riguardanti <em>Senilit&agrave;</em> o i due racconti di Musil intitolati <em>Vereinigungen</em> - <em>Incontri</em> o, meglio, <em>Congiungimenti</em>), va segnalato che il libro di Luperini risponde in pieno alle esigenze di un esame critico che legga i testi con consenso, quanto al valore, ma senza accondiscendenza quanto a parametri interpretativi. La ricerca a suo modo utopica di un mondo diverso da quello individuato nel destino modernista resta alla base del lavoro dell&rsquo;interprete che, con Adorno, dovrebbe ancora individuare nelle opere letterarie come nella realt&agrave; le tracce di un&rsquo;incompiutezza. In questo senso, la <em>Conclusione</em> risulta quanto mai aperta, e anzi offre spunti &lsquo;per continuare&rsquo;: se anche negli Stati Uniti di Philip Roth &ldquo;il destino dei personaggi &egrave; <em>dato</em>. Nessuno esce da se stesso&rdquo; (p. 316), certo lo scacco pare inevitabile. Tuttavia sono molte le occasioni storiche di incontri che possono decidere di effettivi cambiamenti: Luperini cita esempi da Fenoglio o da Calvino, specie in rapporto alla stagione della Resistenza. Ma forse adesso, in un&rsquo;epoca che siamo tenuti, in mancanza di meglio, a chiamare postmoderna, gli incontri-eventi fanno parte di un intreccio ancora pi&ugrave; ampio, assumono valori allegorici &lsquo;pieni&rsquo; pur partendo dal virtuale, dalla (presunta) non-esperienza del mondo tipica della <em>visual culture</em>. Il DeLillo di <em>Underworld</em> e, in misura di poco inferiore, del recente <em>Falling man</em> ci insegna che &egrave; possibile ottenere un nuovo realismo unendo pezzi di esistenze e di eventi a prima vista insensati e irrelati. Questa capacit&agrave; demistificatoria e ricostruttiva &egrave; una potenzialit&agrave; tuttora attiva e notevole nel romanzo scritto (molto meno ampia nel montaggio di tipo visivo): a questa potenzialit&agrave; deve forse rivolgersi la critica, per indicare valori che siano condivisi da una comunit&agrave; presente e a venire, come a pi&ugrave; riprese auspica anche Luperini.</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;<strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Alberto Casadei</strong></p>]]></description>
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<title>&quot;Nel caso l'interiore destino&quot; di Andrea Cortellessa </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=68</link>
<pubDate>Wed, 02 Jan 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Cos&igrave; come nella narrativa, anche nella migliore saggistica risulta decisiva la distinzione fra contenuto e tema. Il <em>contenuto</em> dichiarato del nuovo libro di Romano Luperini &ndash; col quale uno dei nostri maggiori italianisti per la prima volta affronta moderni classici di altre letterature in un&rsquo;ottica, ancorch&eacute; non ortodossamente, comparatistica e tematica &ndash; &egrave; l&rsquo;<em>incontro</em> fra personaggi, motore strutturante della trama nella galassia narrativa che si estende dai <em>Promessi sposi</em> all&rsquo;<em>Ulisse</em> (all&rsquo;incirca fra 1820 e 1920, et&agrave; d&rsquo;oro del modernismo europeo). Dopo <em>Il dialogo e il conflitto</em>, dittologia che intitola un libro precedente di Luperini, si potrebbe allora intendere l&rsquo;<em>incontro</em> come sintesi dialettica. Ma se c&rsquo;&egrave; una dialettica, al fondo del suo risoluto materialismo, essa adornianamente non conosce sintesi: la sua lacerazione resta inconciliata. E il <em>tema</em> del libro, niente affatto segreto (se lo si trova enunciato fra titolo e sottotitolo) ma senz&rsquo;altro pi&ugrave; ambizioso, &egrave; il rapporto fra <em>destino</em> e <em>caso</em>: cos&igrave; come viene ridefinito dai capolavori della narrativa moderna. I quali sono dunque presi, oltre che nella loro autonomia di manufatti artistici, <em>anche</em> come grandi cartine di tornasole della nostra antropologia: secondo quella che &egrave; l&rsquo;abituale divisa politica, ed etica, dell&rsquo;autore, per cui &laquo;ogni discorso critico &egrave; un discorso allegorico &ndash; si parla di <em>questo</em>, il letterario, per parlare di <em>altro</em>&raquo;. (Non c&rsquo;&egrave; dubbio, per esempio, che con <em>L&rsquo;educazione sentimentale</em> Flaubert ci dica di pi&ugrave;, sull&rsquo;uomo occidentale, di intere biblioteche di storia della mentalit&agrave;).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;La tesi di fondo (mutuata dal Luk&aacute;cs meno dogmatico) &egrave; che nel periodo suddetto si passi da una dominante &laquo;narrativa&raquo; &ndash; che iscrive le vicende narrate in una coerenza di cause ed effetti, in un orizzonte di senso compiuto, appunto in un <em>destino</em> &ndash; a una &laquo;descrittiva&raquo;: nella quale prevale la casualit&agrave; di un&rsquo;esistenza slegata e incoerente, che &egrave; possibile solo interrogare e, al limite, repertoriare. Se il disegno storiografico va assunto con cautela (la stessa con la quale va inteso non pi&ugrave; che tendenziale ogni passaggio di stato di questa portata: &egrave; gioco facile indicare controtendenze anti-narrative, nel senso luk&aacute;csiano, in testi precedenti certo non minori quali <em>Don Quijote</em> o lo sterniano <em>Sentimental Journey</em>), non si pu&ograve; che concordare con la centralit&agrave; del tema individuato. Un tema che nella nostra tradizione critica ha conosciuto un interprete straordinario in Giacomo Debenedetti (modello la cui esemplarit&agrave; ormai da tempo Luperini indica alla critica contemporanea), specie in saggi tardi come la memorabile <em>Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo</em>. Che, si ricorder&agrave;, non temeva di confrontarsi coi &laquo;personaggi-particella&raquo;, in quanto tali soggetti al Principio d&rsquo;Indeterminazione, del <em>nouveau roman</em> o del cinema di Antonioni: cio&egrave; coi prodromi di quello che noi oggi chiamiamo postmoderno (il quale desta invece a Luperini, nell&rsquo;appendice che prolunga la trattazione sino ai giorni nostri, malcelate insofferenze). Basti pensare a un capolavoro della postmodernit&agrave; come <em>Fuori orario</em> di Martin Scorsese, deliberato <em>pastiche</em> di luoghi kafkiani, per constatare la persistente vitalit&agrave; del tema.<em></em></p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Lo stesso canone del <em>Romanzo del Novecento</em> debenedettiano viene mutuato da Luperini: dalle intermittenze proustiane alle epifanie di Joyce, passando per Svevo, Pirandello e Tozzi (anche se i saggi pi&ugrave; belli sono quelli dedicati a narrazioni brevi come <em>La scampagnata</em> di Maupassant e il vertiginoso <em>Compimento dell&rsquo;amore</em> di Musil). E si capisce, coll&rsquo;esteso ricorso alla categoria di epifania (in aggiunta e in correzione, diciamo, a quella &ndash; all&rsquo;autore come si sa carissima &ndash; di allegoria), che nella modernit&agrave; <em>caso</em> e <em>destino</em> non sono in realt&agrave; opposti come pensava Luk&aacute;cs. Nel <em>caso</em> si manifesta, il pi&ugrave; delle volte, quello che &egrave; un <em>destino</em> &ndash; segreto ma non, per questo, meno decisivo (&laquo;un destino interiore, come un flusso profondo o un condizionamento interno che marca la vita a nostra insaputa&raquo;).</p>
<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;Ma &egrave; con l&rsquo;ultimo saggio della serie, quello che analizza una mirabile prosa di Kafka (<em>In loggione</em>, da <em>Un medico di campagna</em>), che diviene evidente come la pi&ugrave; importante posta in gioco del libro sia ancora un&rsquo;altra. Quella dello spettatore che assiste alle evoluzioni di una cavallerizza sulla pista del circo si pu&ograve; interpretare, infatti, tanto come allegoria del rapporto fra lo scrittore e la realt&agrave; che fra il testo e il suo lettore: quest&rsquo;epifania, retroagendo sulle pagine precedenti, fa capire come il tema dell&rsquo;incontro sia in effetti servito a Luperini per costruire una grande <em>allegoria della lettura</em> (per dirla con Paul De Man). L&rsquo;auspicato <em>ritorno alla critica</em>, dopo la sua crisi sin troppo proclamata, equivale all&rsquo;esporsi una volta di pi&ugrave; alla forza spaventosa, demonica, di opere capitali, e decisamente non concilianti, come quelle qui passate in rassegna. E se<em> </em>ogni interpretazione degna di questo nome rappresenta davvero un <em>incontro</em>, fra chi legge e chi viene letto, nella dialettica non irenica di cui s&rsquo;&egrave; detto tale incontro &ndash; piuttosto che &laquo;fusione di orizzonti&raquo;, come lo definiva Gadamer &ndash; &egrave; un cozzare, una lacerazione che fa scintille; e che non ci pu&ograve; certo lasciare come eravamo <em>prima</em>. Del resto l&rsquo;aveva detto, Kafka: l&rsquo;incontro con un vero libro equivale a quello con un colpo d&rsquo;ascia. Il mare di ghiaccio viene fatto a pezzi &ndash; ma anche noi, difficilmente ne usciamo illesi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
<p>Romano Luperini, <em>L&rsquo;incontro e il caso. Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale</em>, Laterza, pp. 344, euro 35,00.</p>
<p><strong>Andrea Cortellessa</strong></p>]]></description>
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<title>Nicola Signorile su &quot;L'incontro e il caso&quot; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=articoli&amp;id=69</link>
<pubDate>Mon, 26 Nov 2007 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>La Gazzetta del Mezzogiorno, marted&igrave; 20 novembre 2007, pag. 23</p>
<p>Critica letteraria. Un libro di Romano Luperini</p>
<p><strong>La modernit&agrave;? Una sequenza di atti minuti e casuali</strong></p>
<p>Come &egrave; narrato il &laquo;destino dell&rsquo;uomo occidentale&raquo; in un tempo &laquo;frantumato&raquo;. Scrittori e scritture investigati dallo studioso in &laquo;L&rsquo;incontro e il caso&raquo;</p>
<p>di NICOLA SIGNORILE</p>
<p>&laquo;Poich&eacute; ignoro dove fuggi e tu non sai dove vado&raquo;. Una donna bella e misteriosa, in un lutto sontuoso, attraversa una strada assordante e poi scompare nella citt&agrave; che urla intorno. &Egrave; l&rsquo;incontro di Charles Baudelaire con una sconosciuta che finir&agrave; in un sonetto, famoso, dei <em>Fiori del male</em>, dedicato appunto <em>&Agrave; une passante</em>. Un incontro irrisolto, quasi mancato, come l&rsquo;incontro che non c&rsquo;&egrave; tra Swann e Odette nelle pagine di Proust.</p>
<p>Per Romano Luperini quei versi - pubblicati nel 1857 - costituiscono &laquo;anche per la produzione narrativa, una sorta di archetipo o di radice nascosta del tema moderno dell&rsquo;incontro con una donna portatrice di una inquietante seduzione erotica&raquo;. Ma in generale potremmo dire anche un modello della maniera tutt&rsquo;affatto nuovo di concepire l&rsquo;incontro nell&rsquo;epoca della modernit&agrave;. Cambia il paesaggio che non &egrave; pi&ugrave; quello &laquo;naturale&raquo; della campagna romantica ma &egrave; quello artificiale, macchinoso della citt&agrave;, al tempo stesso ostile ed ospitale. Cambia il tempo, oramai rapidissimo, che &laquo;si &egrave; frantumato, &egrave; fatto di unit&agrave; minime, discontinue e irrelate&raquo;. Cambia il modo, che sfugge alla strategia ed &egrave; governato dal caso, dall&rsquo;occasione fortuita. Cambia anche l&rsquo;attrazione sessuale che assume il carattere pubblico e ben si addice alla societ&agrave; di massa, portando con s&eacute; nella &laquo;mescolanza di perverso e di sacro&raquo; quel sentimento di lutto che seduzione ed eros comunicano &laquo;a causa della loro natura del tutto gratuita, precaria e transitoria&raquo;.</p>
<p>&Egrave; intitolato proprio cos&igrave;: <em>L&rsquo;incontro e il caso </em>l&rsquo;ultimo saggio di Romano Luperini, pubblicato da Laterza (pp. 344, euro 35). E il sottotitolo spiega: &laquo;Narrazioni moderne e destino dell&rsquo;uomo occidentale&raquo;, anticipando qual &egrave; il cuore della ricerca di Luperini, condotta attraverso l&rsquo;interrogazione di scrittori e scritture che hanno segnato il passaggio &laquo;dalla <em>narrazione</em> in cui ogni particolare &egrave; subordinato all&rsquo;universale (...) alla <em>descrizione</em>, in cui i particolari si accampano senza pi&ugrave; una motivazione organica e l&rsquo;incontro diventa momento inessenziale di una esistenza ridotta a sperpero di atti minuti e casuali&raquo;.</p>
<p>Luperini accetta e condivide la ben conosciuta tesi di Luk&aacute;cs che colloca la svolta del Moderno alla data del 1848, al fallimento della rivoluzione democratica che avrebbe segnato la nascita di una nuova figura di scrittore, con un ruolo sociale separato e specializzato. Sfilano cos&igrave; nel diorama di Luperini Marcel Proust e Italo Svevo, Gustave Flaubert e Giovanni Verga, Robert Musil e Guy de Maupassant, Federigo Tozzi, James Joyce, Luigi Pirandello e Franz Kafka. Rimangono fuori gli scandinavi e i grandi russi, ma per ragioni di semplice personale predilezione - confessa Luperini - e di competenza delle lingue originali. Comunque sia, l&rsquo;assortimento coincide (casualmente?) con un canone europeo della Modernit&agrave; industriale i cui confini esatti si possono discutere ma la cui immagine sostanziale non si pu&ograve; non condividere.</p>
<p>Dunque, il tema dell&rsquo;incontro - scelto fra tanti possibili perch&eacute; illumina con efficacia quale sia diventato infine il destino dell&rsquo;uomo occidentale - e gli autori interrogati in questo libro &laquo;parlano di un mondo in cui ogni individuo &egrave; isolato, il destino &egrave; diventato cosa privata, la dimensione della collettivit&agrave;, della storia e della vita pubblica si sta dissolvendo&raquo;.</p>
<p>L&rsquo;incontro non &egrave; solo un evento, ma anche l&rsquo;artificio della trama e cos&igrave; si confondono il contenuto e la forma del contenuto. Ed &egrave; attraverso questo passaggio che l&rsquo;incontro si offre come metafora del ruolo dello scrittore, della sua funzione e anche sua inadeguatezza. &Egrave; significativo il fatto che il volume di Luperini si concluda commentando un racconto di Franz Kafka, <em>Il silenzio delle sirene</em>, dove un Ulisse riesce a salvarsi nonostante le sirene gli oppongano non il loro canto ma il silenzio. &laquo;Il mondo non ci parla pi&ugrave;&raquo;, scrive Luperini, e perci&ograve; &laquo;non rivela pi&ugrave; neppure la <em>verit&eacute; noir </em>della propria insignificanza. L&rsquo;arte pu&ograve; solo testimoniare la scissione che la separa dalle cose&raquo;.</p>
<p>Se &egrave; vero che la letteratura &egrave; allegoria, anche &laquo;il discorso critico &egrave; un discorso allegorico&raquo;, dice Luperini, scoprendo il senso profondo e &laquo;militante&raquo; della sua ricerca sull&rsquo;incontro. Una riflessione sulle condizioni attuali della critica, sulla sua cittadinanza. &laquo;Il discorso critico - sostiene - &egrave; privo di garanzie. Trae la propria forza dall&rsquo;interpretazione e dalla argomentazione, dunque da un pubblico, da un contesto comunitario, che per&ograve; &egrave; sempre precario e mutevole. Quando questo, come oggi, &egrave; scarsamente presente o manca del tutto la critica perde, o rischia di perdere, ogni valore o significato. Ma tentare fa parte della sua scommessa ermeneutica&raquo;.</p>]]></description>
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<title>Un grande libro della letteratura italiana: I Malavoglia di Giovanni Verga </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=1</link>
<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p><strong>Romano Luperini</strong> al Liceo Scientifico <strong>Galileo Galilei</strong>, a Catania in via Vescovo Maurizio 73, introduce  alle<strong> ore 15</strong> del giorno <strong>25 marzo</strong>&nbsp;il <strong>laboratorio </strong>sui <strong>Malavoglia</strong> organizzato  dall'<strong>ADI </strong>per i docenti di Catania. <br /><br />La conclusione dei lavori,&nbsp; il giorno  successivo (<strong>26 marzo</strong>)&nbsp;alle ore <strong>17,30</strong> &egrave; affidata ancora a <strong>Romano Luperini</strong>. <br /><br />Interverrano anche <strong>Pietro Cataldi</strong>, <strong>Andrea Manganaro</strong>, <strong>Felice Rappazzo</strong> e <strong>Paola  Gibertini</strong>.<br /><br /><a href="http://www.palumboeditore.it/eventiculturali/tabId/154/itemId/312/default.aspx" target="_blank">Fare clic qui per conoscere i dettagli dell'evento.</a></p>]]></description>
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<title>Presentazione del libro &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=2</link>
<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il giorno <strong>24 ottobre</strong> alle <strong>17,00</strong> presso la <strong>libreria Feltrinelli, a Modena</strong>, "<strong>L'et&agrave; estrema</strong>" sar&agrave; presentato da Paola Gibertini, alla presenza dell'autore.</p>]]></description>
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<title>Presentazione del libro &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=3</link>
<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Sabato <strong>18 ottobre</strong> alle ore <strong>13,20</strong>, in occasione della <strong>Fiera del libro di Francoforte</strong>, sar&agrave; presentato <strong>presso l'Istituto italiano di cultura</strong> di questa citt&agrave; "<strong>L'et&agrave; estrema</strong>", alla presenza dell'autore. Il libro sar&agrave; presentato al <strong>Frankfurt&nbsp; Buchmesse</strong>, <strong>Forum Dialog</strong> (<strong>Halle 6.1</strong>, <strong>Stand E 913</strong>).</p>]]></description>
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<title>Presentazione di &quot;L'incontro e il caso&quot; e di &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=4</link>
<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il giorno <strong>8 ottobre</strong>, alle ore <strong>17,30</strong>, presso la <strong>Biblioteca Comunale dell'Oblate</strong>, <strong>via S. Egido 21</strong>, si terr&agrave;, nell'ambito dell'iniziativa intitolata "Leggere per non dimenticare", la presentazione di "<strong>L'incontro e il caso</strong>" e di "<strong>L'et&agrave; estrema</strong>". <br />I due libri saranno introdotti da Giulio Ferroni, sar&agrave; presente l'autore.</p>]]></description>
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<title>Presentazione &quot;L'et&agrave; estrema&quot;</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=5</link>
<pubDate>Tue, 05 Aug 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Giorno <strong>10 agosto</strong>, in Viale Ravenna, piazzale della Libreria Libriincontro a <strong>Milano Marittima</strong> (Cervia), alle ore <strong>21,30</strong> verr&agrave; presentato il libro <em><strong>L'et&agrave; estrema</strong></em>.</p>]]></description>
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<title>I salici sono piante acquatiche</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=6</link>
<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il 27 giugno 2008 la traduzione in russo di &ldquo;I salici sono piante acquatiche&rdquo;, appena uscita in Russia, verr&agrave; presentata a Mosca a cura dell&rsquo;Istituto italiano di cultura. Sar&agrave; presente l&rsquo;autore, Romano Luperini.</p>]]></description>
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<title>L'et&agrave; estrema</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=7</link>
<pubDate>Mon, 23 Jun 2008 00:00:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il giorno 17 luglio 2008 sar&agrave; in libreria in Italia il romanzo breve &ldquo;L&rsquo;et&agrave; estrema&rdquo;, edito da Sellerio.</p>]]></description>
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<title>Quando l'altro &egrave; in noi stessi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=8</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il&nbsp;<strong>27 marzo</strong> alle ore <strong>15, 00</strong>, nella <strong>Sala di Rappresentanza della Fondazione per la Scuola</strong>, a piazza Bernini 5, <strong>Torino</strong><span id="dnn_ctr995_dettaglio_rptSubEvento__ctl0_lblLocalizzazione"><strong>, </strong>Romano Luperini&nbsp;terr&agrave; un seminario&nbsp;con gli insegnanti sul tema <em>Quando l'altro &egrave; in noi stessi: l'incontro con i morti nella letteratura del Novecento (Pascoli, Joyce,&nbsp;Montale, Luzi, Sereni) e confronto con lo stesso topos&nbsp;nei classici dell'antichit&agrave; e del Medioevo</em>, organizzato dalla Fondazione della Scuola della Compagnia di San Paolo e dall'ADI-sd.<br /></span></p>]]></description>
</item>
<item>
<title>Letteratura, storia della letteratura, didattica della letteratura</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=9</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il <strong>14 marzo</strong> alle ore <strong>10, 00</strong>, nell'<strong>Auditorium dell'Universit&agrave; Kore</strong>, ad <strong>Enna Bassa</strong><span id="dnn_ctr995_dettaglio_rptSubEvento__ctl0_lblLocalizzazione"><strong>, </strong>Romano Luperini&nbsp;interverr&agrave; al convegno&nbsp;<em> Letteratura, storia della letteratura, didattica della letteratura: quale narrazione possibile oggi? </em>organizzato dall'ADI-sd e da <span id="dnn_ctr995_dettaglio_lblOrganizzatoDa" class="verdana10">G. B.&nbsp;</span>Palumbo editore.</span></p>
<p><span><a href="http://palumboeditore.it/eventiculturali/tabId/154/itemId/229/default.aspx" target="_blank">Fai clic qui per visualizzare il programma dei lavori.</a></span></p>]]></description>
</item>
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<title>La figura del giovane nella narrativa fra Otto e Novecento</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=eventi&amp;id=10</link>
<pubDate>Thu, 06 Mar 2008 00:00:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[<p>Il <strong>13 marzo</strong> alle ore <strong>16, 30</strong>, nell'<span id="dnn_ctr995_dettaglio_rptSubEvento__ctl0_lblLocalizzazione"><strong>Aula Magna &ldquo;Santo Mazzarino&rdquo;, nel&nbsp;Monastero dei Benedettini di Catania, </strong>Romano Luperini&nbsp;terr&agrave; una conferenza sul tema <em>La figura del giovane nella narrativa fra Otto e Novecento: da 'Ntoni a Remigio</em>, organizzata dall'ADI-sd e da <span id="dnn_ctr995_dettaglio_lblOrganizzatoDa" class="verdana10">G. B.&nbsp;</span>Palumbo editore.</span></p>
<p><span><span class="sottotitolo11"><span id="dnn_ctr995_dettaglio_lblSottoTitolo">La conferenza sar&agrave; preceduta da un saluto del professore <strong>Nicol&ograve; Mineo</strong> dell'Universit&agrave; di Catania.</span></span></span></p>
<p><span><a href="http://palumboeditore.it/eventiculturali/tabId/154/itemId/231/default.aspx" target="_blank">Fai clic qui per visualizzare il programma dei lavori.</a></span></p>]]></description>
</item>
<item>
<title>Commento al blog Intervista a Romano Luperini - Critica letteraria e democrazia</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=129</link>
<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 16:45:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA["Nessuno sembra interrogarsi più sulla funzione della critica" potrebbe sembrare un'affermazione estrema. Condivido spessissimo le posizioni del prof. Luperini, tuttavia, mi chiedo, non è, forse, il mondo della critica letteraria a tenersi lontano dalla dimensione civile? Non è, forse, quello dei cirtici, uno spazio chiuso e autoreferenziale, ancora orgoglioso della propria specificità e fatto di letture per fruitori elitari? C'è una nuova dimensione critica a cui, in alcune discussioni presenti in questo web, faceva riferimento Nicola Lagioia: si tratta di anobii, un mondo aperto e democratico però mai frequentato dai critici, solo affidato ai lettori comuni. Perché la critica susciti intersse e perché il mondo culturale abbia a cuore la funzione della critica, occorre superare la distanza che separa l'orizzonte civile da quello degli addetti ai lavori. Solo quando la critica diventerà democratica saranno possibili confronti aperti e problematici, patti tra le generazioni speranze per rinnovamenti etici e civili. La funzione della critica letteraria va letta anche nell'ottica del servizio, fornisce e moltiplica le chiavi di lettura, contribuisce a non lasciare senza orma il lavoro degli intellettuali, fa in modo che "ci ricorderemo dei nostri intellettuali".]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog Tra web e libri - Madame Bovary c'est moi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=21</link>
<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 22:31:41 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Non c'è dubbio sul fatto che la rivoluzione passi dal web. Ma un cosa è il passaparola mediatico, altro è la critica letteraria. Le recensioni su anobii sono interessanti, stimolano le letture, incuriosiscono, ma sono indicative e riguardano la sfera del gusti, del gradimento personale di chi scrive. La critica letteraria è quella che guarda oltre, svela gli ingranaggi dei testi, le architetture del pensiero degli scrittori, rivela perché il senso di un testo è specchio del mondo e della storia. Dissento da N. Lagioia: i commenti su anobii saranno pure appassionati e intelligenti, ma restano commenti, giudizi, opinioni. La critica offre, a mio parere, un servizio eccezionale, propone chiavi di lettura, suggerisce interpretazioni a lettori spesso disorientati. Non bisogna confondere il fascino della lettura, da cui sono spesso mossi i commentatori di anobii, con lo spirito analitico che è proprio dei critici. Se non fosse stato per il lavoro dei "soloni", noi non avremmo mai capito la sconcertante ammissione di Flaubert "Madame Bovary c'est moi" e staremmo qui a leggere, annoiati, gli amori infelici di Emma.
Naturalmente è un bene che i blog, i siti web si occupino di letteratura.]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - A proposito di manuali</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 17:57:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[Prendo parte al dibattito concordando con l’opinione del Prof. Luperini. Egli individua il problema della letteratura contemporanea nei programmi scolastici.
Tenendo conto del poco tempo a disposizione, per suscitare un interesse effettivo negli studenti, il docente dovrebbe, a mio parere, puntare alla qualità: compiere un’operazione selettiva per offrire il “meglio” di ciascun periodo storico, il “meglio” di ciascun autore. Tuttavia, per farlo, è necessario aver voglia di “rischiare”: proporre generi, opere e motivi letterari “diversi” senza, per questo, tradire un canone scolastico ben preciso.
A mio avviso ciò non è impossibile. Si prenda un autore tra tanti: Tozzi. Tozzi a scuola si studia con fatica perché è “difficile”, perché è “pesante” e, quindi, “lontano”. Ma di quale Tozzi si sta parlando? Perché non provare a proporre ai ragazzi la produzione novellistica dell’autore ancor prima dei romanzi?
Personalmente credo molto nella necessità di introdurre “Tozzi novelliere” nelle scuole: in primis perché la novella, in quanto genere, ha uno sviluppo più veloce, rappresenta i momenti più intensi e, per questo, attecchisce sul lettore in modo più immediato; inoltre i racconti tozziani meritano di essere presi in considerazione sia per lo stile con cui sono scritti, sia per i temi in essi contenuti.
Specificamente, mi riferisco alla raccolta Giovani (Treves, 1920): questa non è, in nessun modo, qualitativamente inferiore alla produzione romanzesca dell’autore; possiede dignità di opus e mette in luce il “Tozzi migliore”. Le novelle qui comprese presentano una scrittura espressionistica, straniante e coinvolgente: esse sono tutte caratterizzate da descrizioni grottesche e da finali perturbanti che possono indurre lo studente a riflettere, a porsi delle domande e, soprattutto, a rileggere.
In particolare, i temi sviluppati sono degni di interesse. I giovani di Tozzi e i giovani di oggi, a mio avviso, non si equivalgono ma si confrontano: le reazioni psicologiche dei personaggi tozziani e dei giovani del nuovo Millennio sono le medesime; a cambiare sono al massimo le “cause”. Sinceramente, se avessi avuto la possibilità di studiare “questo Tozzi”, mi sarei riconosciuta in quei “giovani” instabili e volubili.
Non mi sarei sentita particolarmente lontana da loro. Anch’io, in preda a stati d’animo contraddittori ed eccessivi, avrei compreso come l’amore (anche se solo per un amico) è inseparabile, soprattutto in una certa fase delle vita, dalla gelosia, dalla rivalità, dalla collera e, persino, dall’odio; sarei, forse, riuscita a motivare l’inquietudine o il senso di colpa che mi assaliva nel momento in cui non sapevo se obbedire alla legge dei miei genitori (a cui ero sempre stata abituata) o alla mia (che si stava facendo strada lentamente).
Se in terza liceo avessi letto Giovani, avrei capito prima che Tozzi non era solo un “grande classico del Novecento”; ma molto di più. Lo avrei apprezzato per la sua modernità, lo avrei sentito più vicino e la difficoltà sarebbe diventata secondaria o, addirittura, stimolante.
Mariazzurra Pascali. ]]></description>
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<title>Commento al blog Guardarsi indietro, consapevolmente - ancora indietro</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=11</link>
<pubDate>Sat, 10 Apr 2010 19:52:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[La ringrazio per il suo intervento.
La mia riflessione riguardava specificamente gli anni '80 e il "postmodernismo letterario", caratterizzato com'era appunto da un senso di totale spaesamento e confusione. A partire da questo, ho interpretato come un ottimo segnale quello che mi sembra il bisogno, da parte degli scrittori che quel periodo l'hanno vissuto e raccontato, di cambiare radicalmente punto di vista.
Un'analisi "in prospettiva" di un periodo abbastanza vicino per essere ancora poco capito è utile anche all'analisi del presente.
Riguardo alla questione "la letteratura come mero osservatorio", sono pienamente d'accordo con lei. E proprio per questo motivo ritengo i due romanzi interessanti: perché si sforzano di andare al fondo delle questioni.
Certamente è auspicabile che non ci si fermi qui. Non ho letto Emmaus, ma tendo a mantenere la speranza che i segnali di un nuovo sguardo "occhialuto" si stiano manifestando, da molteplici direzioni.

Silvia C.]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog Guardarsi indietro, consapevolmente - Letteratura: retrospettiva o prospettiva?</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=11</link>
<pubDate>Fri, 09 Apr 2010 21:03:00 +0200</pubDate>
<description><![CDATA[E' interessante che la letteratura sia diventata retrospettiva cosciente, ma - mi chiedo - tornerà ad essere prospettiva e proposta? Luperini ha messo in luce - in un intervento presente in questo blog - la necessità di recuperare gli "occhialini di Gramsci". Sono d'accordo con lui. Quello che è, infatti, si sa. Ma come uscirne? La letteratura come mero osservatorio ha il sapore di un atteggiamento dimissionario: non si può solo analizzare, occorre anche proporre strade percorribili, non risposte definitive, ma incoraggianti. Bisogna saper guardare la realtà attraverso una lente prospettica (appunto gli occhialini di Gramsci) con lo sguardo rivolto sì alle trasformazioni della società e della storia, ma anche al futuro. Analizzare il vischioso funzionamento del sistema è solo un primo passo: i lettori sono in buona parte giovani che hanno bisogno di indicazioni. Baricco in Emmaus si sforza di fondere lo sguardo retrospettivo con una proposta possibile. ]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - euquilibri</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Sun, 21 Mar 2010 00:20:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Solo per il fatto di aver introdotto in questa discussione, che partiva dai manuali per approdare al senso della contemporaneità, la distinzione tra donna e femmina ed averla utilizzata per le arti narrative meriteresti un mezzo plauso. Credo che il tuo sia tra i pochi interventi equilibrati, poco di parte, e poco allineati, che siano transitati su questo blog. Solo alcune cose: la scuola dà strumenti di analisi e di sintesi;finché il sole risplenderà sulle sciagure umane alla letteratura spetta narrare la vita ma essa è solo uno dei tanti modi possibili attraverso cui questo racconto puo' avvenire, percio' mettere gli alunni di fronte alla realtà è d'obbligo: il sistema schiaccia e schiaccerà per sempre cosi' è stato cosi' è.Ben venga Saviano autore e scrittore: il Saviano che vede, che scrive quel che vede, che analizza, che registra, in quanto all'uomo che è ha tutta la mia solidarietà ma bisognerebbe ricordarsi che è un essere umano tra esseri umani, evitare di sacralizzarlo, anche mediante sopraffine operazioni di marketing, xché rischiamo di relegarlo alla solitudine dell'eroe o del tuttologo, condizioni che non merita né lui né nessun altro.]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - contemporaneit&agrave; 2 </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 20:44:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Restano fuori di dubbio la necessità e l'obbligo di far leggere Saviano ai giovani come esempio di dovere civico, di eroica lotta alla mafia, del coraggio di una vita spesa per il bene pubblico: la scuola forma cittadini prima di tutto e sempre. E il documento umano non ha il dovere di essere bello.]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - contemporaneit&agrave; </title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Sat, 20 Mar 2010 20:21:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[E' difficile individuare un canone per la contemporaneità. Si può proporre - a mio avviso - suggerire, consigliare la lettura di Saviano, ma non si può ancora farlo studiare, credo. Occorre una certa distanza storica. Si possono apprezzare l'impegno eroico, la forza, la lucidità e il coraggio della denuncia. Ma, appunto, di denuncia si tratta, per ora. E "Gomorra" ha lo stile della denuncia. Ha lo scatto dinamico e attraente, la capacità di tenere in tensione il lettore, di fargli provare il necessario disgusto per un vischioso sistema: ha gli ingredienti giusti per somigliare ad una trasmissione di Santoro. Mi chiedo, però, se non valga anche per la letteratura ciò che considero appropriato per le arti figurative: fa più "donna" il pube femminile dipinto da Courbet oppure l'espressionistica e disarticolata solitudine della "Donna allo specchio" di Kirchner? Secondo me, la seconda è donna, ma anche uomo, è creatura sofferente, con una cognizione del dolore che le deriva da millenni di storia; anche se non ha la vis provocatoria della femmina di Courbet, ti resta dentro e non te ne liberi, perchè supera la contingenza. Ebbene Saviano piace, ma non a tutti, perciò mi chiedo se piacerà sempre: affida parole di cambiamento e di speranza a un prete che però muore; visita la tomba di Pasolini lasciando che si legga, in questo, che la coscienza intellettuale sia sepolta lì. Un adolescente impara, allora, che il sistema schiaccia?
Leggere "Gomorra" a scuola, non ancora: Saviano sì, ma dopo Dante, Gramsci, Vittorini, Pasolini. Si può fare denuncia con l'arte, ma lo stile documentario e giornalistico di Saviano è altra cosa. La scuola è ancora il luogo in cui si impara per tappe e non dalla fine.

P.S. Mi rendo conto che della visita di Saviano alla tomba di Pasolini si può dare un'altra lettura: è, cioè, la risposta di Saviano all'intellettuale corsaro, di cui il giovane vuol farsi erede spirituale per raccoglierne il mandato. Resta, comunque, fondamentale, perché un alunno capisca tutto questo, che qualcuno gli spieghi chi sia stato Pasolini. E anche a voler definire Saviano il nuovo Zola dell'affaire Dreyfus, qualcuno dovrà farsi carico di spiegare agli alunni la grandezza e il coraggio di Zola. Prima di Saviano.]]></description>
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<title>Commento al blog Un ricordo del '68 - Gli occhialini di Gramsci</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=2</link>
<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 20:30:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Quelli ci vogliono... gli occhialini di Gramsci, non i cento occhi del partito! Un racconto bello e breve fotografa la società di oggi: l'ideale ridotto a una fotografia da guardare non nostalgicamente come quella dell'amica di nonna Speranza, ma come un monito per risvegliare le coscienze; un partito che propone per fagocitare ma che non ha la prospettiva e la lungimiranza per costruire, e - fortunatamente - qualcuno che dice "no": preferisce inciampare in una sedia(emblema dei mille ostacoli che si frappongono tra noi e il mondo) riuscendo, però, a rovesciarla! Ogni uomo dovrebbe avere la forza di guardare il mondo con gli occhialini di Gramsci, per trovare le ragioni di dire "no" e di"rovesciare le sedie". ]]></description>
</item>
<item>
<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - dvd</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 11:23:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Il dvd non è né un bene né un male: è un allegato cha fa da lancio ad un progetto cui partecipano "parecchi" autori, presumo giovani ed esperti.Saviano non mi disturba affatto, il coinvolgimento antologico che gli fa strano in quanto trentenne non mi turba: è un uomo adulto, ha maturato, da tempo, le sue chiavi di lettura. Non ritengo nemmeno che egli sia ingenuo, qualche sua analisi si', ma il dvd è un trailer, è verissimo, bisognerebbe vederlo tutto. Mi piacerebbe pero' che anche le parole dei docenti pesassero in pari modo, perché chi vive la scuola non sempre coincide con chi la racconta o la analizza, questo non significa assolutamente che non si debbano accogliere giudizi valutazioni e suggerimenti fatti dai non addetti ai lavori..ma un minimo di equilibrio è indispensabile, riconoscendo (senza retorica) la dignità con cui ciascuno faticosamente opera e che riversa nella propria professione.Grazie a te Silvia.]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - Machtwille</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 08:11:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[A me la “ potenza della letteratura “ fa venire in mente la “ forza dell’amore “ di Jannacci: “ Ghèra el me ziu / che tampinava un ghisa / è appena uscito / dal neurodeliri “... ]]></description>
</item>
<item>
<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - torri e miraggi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 01:31:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[http://quattrocentoquattro.wordpress.com/2010/03/15/la-potenza-della-letteratura/
qui si ritorna al problema dell'intellettuale e della torre d'avorio. ]]></description>
</item>
<item>
<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - trailer</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 01:29:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Gentile Do,
la ringrazio per i suoi commenti, nonostante le sembri che "cadano nel vuoto". Non è così, ma purtroppo questo luogo ha ancora poca visibilità.
Ha però il merito di proporre problematiche interessanti, che potrebbero essere raccolte e coltivate ulteriormente. Se ce ne fosse il modo.
Le devo però confessare che non ho capito il suo commento a questo articolo: è un segno dei tempi il dvd. Ma è bene? è male?
A parte l'aspetto merceologico - che c'è, indubbiamente, almeno un pochino c'è (ma quanto questo sia sbagliato, me lo sto ancora chiedendo) -, i contenuti cosa dicono? Cosa è che disturba nelle parole di Saviano, il primo ad ammettere che gli fa strano, da trentenne, esser coinvolto nel progetto di un'antologia di lettere? Qualche ingenuità di contenuto, forse. Ma non dimenticherei comunque che Roberto Saviano ingenuo non è. E quel che sembra semplice, forse lo è solo in apparenza. Sono parole forti e pesate, quelle di Saviano: e Luperini è spalla e interlocutore. A mio giudizio, l'equilibrio è perfetto, e interessante: vedrei volentieri tutto il dvd. Non dimentichiamo, soprattutto, che questo è solo un trailer.

Silvia Costantino
]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog La potenza della letteratura - qualche critica, quanto arrosto?  - sistemi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=12</link>
<pubDate>Sun, 14 Mar 2010 11:37:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Non ero molto convinta di intervenire stavolta ..visti i risultati pressoché nulli, in senso di costruzione di qualcosa non certo in quello di frizzante polemica, che le mie riflessioni hanno avuto su questo blog le altre volte..ma si vede che scrivendo ho cambiato idea. Mi sono andata a vedere il filmato in oggetto e credo sia perfettamente omologato al sistema in cui viviamo. Non mi stupisce l'andamento del colloquio, con Saviano che con un'analisi un po' ingenua ritiene che i docenti manchino di autorevolezza in quanto vittime della precarietà...,non mi stupiscono gli arredi:aristocratiche poltrone bianche, libri scomposti, regia autoriale.Trovo tutto nella norma. Credo che le critiche si sarebbero potute evitare coinvolgendo nel dialogo anche gli altri autori dei volumi, relegati all'acronimo di A.A.V.V. in quanto Saviano si occupa di alcune parti,immagino, dei tomi, percio' identificare un prodotto editoriale nuovo e innovativo con l'artigiano piu' famoso mi lascia un po' perplessa, forse sarebbe stato meglio inserirlo in un dialogo come primus inter pares.....
Ma sono le leggi della fama e del mercato: nulla di nuovo sotto il sole. Che gli intellettuali utilizzino i media e i nuovi media per scopi non perniciosi, come sottolinea il post precedente, mi pare pure cosa buona e giusta: il commercio equo e solidale è garantito dai sistemi liberali...A meno che non si parli di quella resistenza attribuita al gruppo docente di cui parla lo scrittore...ma anche qui mi viene in mente quel che mi disse una volta un preside in sede d'esami: i docenti sono buoi che non sanno utilizzare la forza che hanno e che in genere nessuno aspira ad insegnare tranne nei casi in cui puo' gudagnarci con qualche progetto esterno, in tal caso tutti ambiscono a sedersi su uno scranno e in pochi non sono sedotti dal fascino di arringare una folla. In quanto alle critiche del dottoroando sui titoli che si incrociano nel video non ci trovo nulla di strano: il critico ha scelto il suo autore prediletto, colui che si confà alla sua idea di scrittura,in un gioco di proiezioni e simmetrie, anche questo mi sembra legittimo.Sul fatto che Luperini si sia piegato alle regole del mercato non mi sembra nemmeno una critica rilevante, si cambia nella vita. Qualche giorno fa, e mi auguro che l'aneddoto venga interpretato in maniera serenamente obliqua, un tizio parafamoso veniva intervistato in tv e alla domanda sulle idee e sulle ideologie rispondeva piccato che lui la tessera del partito non l'aveva mai presa...nemmeno ai tempi d'oro..insomma sembrava ma non era o meglio era stato ma non lo era piu'.]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - classici e contemporanei</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 20:40:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Almeno due elementi - a mio avviso - si frappongono tra i giovani a scuola e la piacevole lettura degli autori contemporanei (seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri).
a)L'idea che i classici latini e greci abbiano già espresso tutto colloca i docenti di Lettere dei licei classici in una posizione di autoreferenzialità grammaticale, sintattica e traduttiva che costringe i ragazzi a investire la maggior parte delle loro energie nell' universo totalizzato da Campanini e Carboni, Rocci e Castiglioni - Mariotti.
b)La facilità comunicativa degli autori d'età medievale e moderna, fino al Romanticismo, spinge molti insegnanti ad andare sul sicuro, a spiegare autori definiti e definibili, a seguire un canone prestabilito e collaudato.
c)Proporre autori contemporanei significa - spesso mi si obietta - affidarsi al gusto personale e a scelte che potrebbero rivelarsi non adeguate ai fini di ciò che - purtroppo - è richiesto dal Ministero agli Esami di Stato. Negli ultimi dieci anni lo scrittore più "avveniristico" selezionato per le prove d'Esame è stato il Pavese de "La luna e i falò"!
E' il sistema scolastico italiano ad essere classico nel senso deteriore del termine: identità, tradizione, certezze, valori sono le parole che frequentemente emergono dai discorsi tra colleghi (insegno in un liceo foggiano).
E vero che non c'è futuro senza passato, ma in mezzo c'è quella terra di nessuno che si chiama presente e, insegnando, dialogando, suggerendo, possiamo popolarlo. Svecchiare la scuola implica un'operazione fondamentale: non assolutizzare i classici, ma affiancarli sempre ai contemporanei con uno sguardo al passato e un occhio al presente: non sarà utile per gli esami di stato, ma vale per la vita!]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog Un ricordo del '68 - augurio</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=2</link>
<pubDate>Sat, 27 Feb 2010 22:49:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[I primi ricordi suonano dolci, poi l’amarezza, la rabbia e la delusione della sconfitta cancellano ogni cosa. Ma dei pochi attimi importanti resta una traccia che tormenta e aiuta ad andare avanti. Il solco tra la gioia di allora e il dolore di oggi è incolmabile.
Con l'augurio che questo breve racconto sia seguito da tanti ricordi e da un altro romanzo... ]]></description>
</item>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - lungimiranza</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 20:23:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Devo dire che la prof.ssa Annaloro nel momento in cui cita la lungimiranza spericolata di docenti che accostano Leopardi a Moccia un sobbalzo, misto a senso di scelleratezza, lo ha procurato persino a me...ma mi sono rasserenata pensando, narcisisticamente, che entrare di ruolo a 22 anni ed avere sedici anni di insegnamento alle spalle ed essere ancora propensa all'azzardo tutto sommato mi pare gran cosa,nonchè avere una media carriera alle spalle e non dover elemosinare l'osso dell'approvazione a tutti i costi ci puo' anche stare. Potrei ribadire con una banale considerazione: gli alunni non leggono, se alcuni leggono Moccia, allora meglio di niente. Il gentile commento successivo al mio, postato da un nome in codice, ricordava che anche i grandi della letteratura mondiale non hanno sempre esordito dando il meglio di sè. Chi ricorda Eva di Verga?facciamo la conta di chi lo ha letto o lo ha fatto leggere ai propri alunni? Cosicché ho pensato: in fondo il Moccia sta scandagliando le infinite possibilità che ha l'amore di esprimersi nel mondo adolescenziale facendo, pare, economicamente e emotivamente centro..diamogli, dunque, un poco di fiducia. E che sarà!..magari in vecchiaia, età molto fertile per l'immaginario a quanto pare chissà cosa ne penserebbe Bourdieu..., il Nostro nel momento in cui dedicherà la sua arte creativa affrontando, che so, le infinite possibilità espressive di un divorzio darà il meglio di sè. Nel mio commento piu' lunghetto sostenevo di dedicare l'ultimo anno ai contemporanei in un'ottica multiculturale: forse che Saramago non sia un classico? E Sciascia? E Calvino? E Cunningham? e... Roth lo facciamo consigliare da un accademico? Non frequento questi blogger che attaccano gli studiosi di cultura per professione, ma credo che di ragioni ce ne siano parecchie, altre che rinchiuderle in un abilissimo inciso.... Per carità, i critici sono fondamentali, gli specialisti pure,possono dedicarsi al bello all'utile e al dilettevole; sono liberi, non hanno gli assilli di sorveglianza che abbiamo noi, di mettere ordine nel disordine quotidianamente, magari dovrebbero diventare un po' piu' spericolati e far in modo che i loro contributi abbiano una ricaduta nella progettazione scolastica, dopotutto apparteniamo allo stesso condominio intellettuale. Dovremmo poi donare Boudieu ai nostri governanti, farglielo leggere obbligatoriamente, ricordandogli che i giovani possono anche avere appetibilità disordinate, ma sono il nuovo e lo spericolato, non dimenticando pero' che, come nei condomini, anche nella lotta c'è differenza: alcuni ipostatizzano il capitale simbolico e vengono canonizzati per i loro meriti straordinari, che, lo metto nell'inciso, hanno la fortuna di essere foraggiati e sostenuti dal contributo di grosse case editrici, sugli altri giovani..beh..non è che ci è dato sapere molto, possiamo organizzare qualche viaggio di istruzione a Cuma. Altro che se me la ricordo la polemica classico-romantica...! purtroppo le congiunture storiche sono profondamente diverse, viviamo in un'epoca completamente opposta: in quella si distruggeva per costruire; in questa si frammenta e basta, e la vastità inghiotte e tritura tutto. ]]></description>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - Passato vs presente</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 16:28:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Vorrei riprendere la nostra discussione dalla coda del dibattito, a partire, cioè, dalle ultime considerazioni di Zorzenon che ha definito (centrando il cuore della polemica, ma deviando sul finale il colpo) troppo rigida la contrapposizione fra classici e contemporanei. Anch’io come Zorzenon non credo nell’utilità della contrapposizioni schematiche. Credo però che vi sia una dialettica aperta, ormai da molti anni, all’interno del campo letterario.
Tra crisi di ruolo dei letterati e perdita di legittimità della letteratura si è verificata una perdita di potere simbolico da parte di alcuni soggetti (docenti, critici, letterati ecc.) a vantaggio di altri (opinion leader, operatori culturali, agenti di marketing ecc.). Simultaneamente, nel sentire comune la gerarchia di valori, sulla base della quale abbiamo fin qui interpretato e attualizzato la nostra tradizione, si è modificata: Leopardi per molti studenti e per molti “lungimiranti” docenti può essere spericolatamente accostato a Moccia, lo studio di Pirandello può essere intervallato da qualche pagina di Ammanniti, e Saviano, (con meriti ben diversi dai primi due, ma sempre dietro l’emergenza di attualizzare i nostri studi) può scrivere un manuale con uno dei nostri maggiori critici. In questa situazione - in una situazione cioè di radicale trasformazione del campo letterario e di rivoluzione del canone umanistico - la contrapposizione fra passato e presente acquista tutto il suo rilievo: si sceglie il passato per il futuro. Il che vuol dire che la contrapposizione per stabilire ciò che è rilevante e ciò che non lo è in letteratura si muove entro due direttrici: una verticale e una orizzontale. La dialettica verticale si innesca attorno alla contrapposizione fra valori del passato e valori contemporanei; la dialettica orizzontale, invece, riguarda i rapporti di forza fra gli agenti del campo letterario e si materializza (per fare solo due esempi che ci toccano da vicino) nei quotidiani conflitti interpretativi che i docenti ingaggiano con i disordinati gusti dei loro allievi o nelle polemiche liquidatorie che i blogger innescano nei confronti degli accademici, colpevoli, al di là di qualsiasi ragionevole argomento, appunto di essere accademici.
Si tratta di un cambiamento enorme, simile per molti aspetti all’altro cambiamento epocale conosciuto in età moderna dalla cultura occidentale: il romanticismo. Ricordate? Anche allora, non a caso, si innescò una polemica classico-romantica, e anche allora la caratterizzazione generazionale della polemica fu fortissima. Del resto ci spiega molto bene Bourdieu che l’iniziativa del mutamento nel campo culturale spetta quasi per definizione a chi non possiede alcun capitale simbolico e lotta per conquistarlo. Si tratta dei nuovi entranti. I giovani.


Emanuela Annaloro ]]></description>
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<title>Commento al blog Un ricordo del '68 - lontano dagli occhi</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=2</link>
<pubDate>Wed, 24 Feb 2010 08:12:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[“ Lunedì 3 aprile 2000 - « Sono occhiali alla Gramsci », diceva l’altro giorno l’acculturato occhialaio. Avrei dovuto ringraziarlo perché, dopotutto, per lui era un complimento. Ma le cose, avrei invece voluto dirgli, non stanno così. Cioè a dire io, con gli occhialetti di Gramsci, anzi con Gramsci senz’altro, non c’entro niente. Da quando gli occhialetti - rotondi, di metallo - cominciarono ad andare di moda - nel mezzo agli anni Sessanta, me lo ricordo bene - ho sempre pensato che fossero gli occhiali del mio nonno. Io penso sempre così, in piccolo, in famiglia. Penso che il nonno l’ho conosciuto, Antonio Gramsci no. Comunque il nonno e Gramsci, Gramsci e il nonno, dopotutto erano quasi coetanei. E questo spiega anche gli occhialetti. E, anche se non si conoscevano, e tantomeno erano parenti, un po’ parenti forse erano, come succede a quelli nati nella stessa epoca. E ancora di più questo è vero per quelli che vengono dopo: per i quali tutti quelli che sono venuti prima un po’ parenti sono. E questa sarebbe la storia. « Degli occhiali? » No, della parentela. “. ]]></description>
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<title>Commento al blog A proposito di manuali - chiarezza</title>
<link>http://luperini.palumbomultimedia.com/?cmd=blog&amp;id=31</link>
<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 13:25:00 +0100</pubDate>
<description><![CDATA[Solo per chiarire:
1. La mia tendenza a sfuggire l'evidenza dell'ovvietà,nonché sforare i termini legittimi della conversazione mi pare cosa accreditata,e già detta del resto.3 Ilfassi mi' non è un teorema, chiedo venia per aver utilizzato un termine poco appropriato, ma di sicuro è un procedimento di scelta nell'operare molto romantico,felicemente romantico. 4 Meglio il romanticismo (leggasi:"sono riuscito o no a promuovere le ragioni contemporanee di un classico?") dell'ironia o autoironia, le ultime racchiudono sempre qualcosa di violento, sia pure appannato magari soft e edulcorato dalle parole, ma violento.6.Non contrapporre i classici ai contemporanei ma accostarli, storicizzarne le tematiche comuni, gli impalpabili fili di Arianna che possono legarli.7.Insegnare è fatica, questo mi pare di averlo ribadito anch'io nel mio piccolo e stralunato intervento. 8.Gli insegnanti non sono dei cani da caccia che fiutano le appetibilità degli alunni per sembrare moderni..accolgono semmai e si interrogano soprattutto sul perché un testo possa dialogare piu' di un altro;sono cani di compagnia,per cosi' dire, da salotto.9. Il disorientamento mi pare che coinvolga tutti non solo gli alunni, non solo la scuola che sta abdicando a custodire la memoria della storia esaurendola in liturgie slegate da ogni realtà sicché puo' capitare, dico capitare, che se chiedi ad un alunno che cosa stanno studiando del programma di storia ti risponda siamo a
pg 136, pagine non fatti, racconti, non esperienze vitali vissute.10 Mi pare che sul punto della rifondazione o meglio ridiscussione di nuovi percorsi didattici abbiamo trovato un accordo quasi unanime, si parta da li' allora, da questo anello debole prima che frani tutto. 11. Mi auguro di aver contribuito alla discussione. 12.Caro Zorze,meglio l'umorismo che l'ironia, non pasticciarli.]]></description>
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